Continuiamo a seguire l’iter di quella che chiamano spending rewiew,  cioè la messa sotto controllo della spesa per mantenere i ceti improduttivi annidati nella Pubblica Amministrazione, il che vuol dire ridurre il numero e il peso di una vera e propria classe sociale “apart” che non poco conta in Italia in termini di voto, se pensiamo al doppio filo  che lega politica e assunzioni.
Questo post è anche in riferimento alla nuova definizione, proveniente dagli USA, di crony capitalism che definirebbe il crollo del capitalismo occidentale (ma anche della civiltà?) a causa di clientelismi, nepotismi e l’assenza più assoluta di meritocrazia: “Anche questo porta all’inefficienza perché tanti giovani che hanno ormai le loro menti formate alla tecnologia e al risparmio di tempo, non entreranno mai nello Stato, anche perché ai sessantenni che sono dentro, per motivi di austerity, si profila la pensione intorno ai 70 anni” La crisi rende evidente la regola, non ci dovremmo mai più confondere tra i gloriosi trenta e la plurisecolare storia di questo, storicamente specifico, dominio.

—————————————————————————————————-

ROMA, 19 giugno  – Dal giorno del suo insediamento a Palazzo Chigi, lo scorso novembre, Mario Monti è intervenuto con minore o maggiore successo su quasi tutti i punti deboli dell’economia italiana individuati da Mario Draghi nella lettera che conteneva le condizioni della Banca centrale europea all’Italia per l’acquisto di titoli di Stato.

Tutti tranne uno: il pubblico impiego. Un monolite che solo lo scorso anno è costato in stipendi alle casse dello Stato circa 170 miliardi di euro, il 10,8% del Pil, secondo dati Istat.

Da almeno vent’anni ci si arrovella su come ridisegnare e ridurre i costi della macchina statale, eliminare sprechi come l’eccesso di auto blu e diminuire il costo dei parlamentari, senzaperò arrivare mai ad attuare un serio progetto di spending review.

“Un’occasione mancata, che se avessimo colto prima forse ci avrebbe consentito di non ritrovarci nella situazione drammatica in cui siamo oggi”, commenta Giuliano Amato, expremier, ex ministro del Tesoro e degli Interni, in un colloquio con Reuters.

“Ricordo [Romano] Prodi, nella campagna elettorale delle elezioni che l’Ulivo vinse nel ’96, parlare del cosiddetto ‘Stato leggero’, di una burocrazia da sfrondare e da rendere più efficiente. Era esattamente 16 anni fa”, spiega Amato, giurista artefice della manovra finanziaria e di una serie di riforme – dal lavoro alle pensioni – che nel ’92 misero l’Italia al riparo dalla bancarotta.

“Oggi, come successe a me nel ’92, è un momento di crisi talmente profonda che non è più possibile rimandare queste scelte, per quanto difficili: c’è qualcuno che ci insegue, non sappiamo quanto il fiume è profondo, ma se non lo guadiamo per noi sarà finita. E’ insituazioni come queste, in fondo, che nascono le riforme”, aggiunge.

Eppure, ancora oggi nessuno ha messo sul tavolo ciò che per Amato e molti altri economisti è l’uovo di colombo: una riduzione strutturale della spesa per gli impiegati statali, quasi 3,3 milioni di persone la cui età media si è poderosamente innalzata negli ultimi anni e la cui conoscenza tecnologica è molto limitata, annidati soprattutto nelle amministrazioni periferiche (solo il 6%, circa 180.000 persone, lavora nei ministeri).

Nelle intenzioni, a quanto ieri hanno riferito a Reuters due fonti del’esecutivo Monti, il governo vorrebbe nell’ambito della prima fase della spending review – 5 miliardi, e forse più, da tagliare entro dicembre 2012 – operare una stretta anche sul pubblico impiego, avvalendosi della cassa integrazione per i dipendenti pubblici prevista dalla legge di stabilità del 2012 e riducendo del 20% le province.

Il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, ha avuto oggi una serie di incontri e altri ne avrà nei prossimi giorni per definire se e come alcune delle misure sugli statali saranno incluse in un decreto legge da approvare prima del Consiglio europeo in agenda il 28 e 29 giugno. Ma allo stato non c’ènulla di certo.

Da mesi, invece, la Bce ha messo nero su bianco che il governo italiano dovrebbe valutare “una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi”.

Secondo Lorenzo Bini Smaghi, ex membro italiano della Bce e direttore del Tesoro italiano, dalla nascita dell’euro “in Italia i salari pubblici sono aumentati del 45%, 20 punti in più del settore privato”.

“Se i dipendenti pubblici avessero avuto un aumento di stipendi simile a quello dei privati avremmo l’equilibrio di bilancio e non avremmo la manovra, l’Imu e via dicendo”, spiega a Reuters.

Il punto è come fare in futuro per ridurre la spesa per il personale dello Stato. Leopzioni principali sembrano due: la riduzione degli stipendi o la riduzione del numero degli impiegati.

“In questi anni, per rendere lo stato più leggero si è agito soprattutto bloccando il turnover, con il risultato di moltiplicare i contratti precari nello Stato per poi perderli per ragioni di austerità”, riprende Amato. Una politica poco lungimirante che ha fatto sì che oggi ci ritroviamo in Italia con un personale di ruolo con un’età media intorno ai 60 anni e con una pubblicaamministrazione sempre più vecchia e dequalificata e con bassi tassi di produttività.

“Anche questo porta all’inefficienza perché tanti giovani che hanno ormai le loro menti formate alla tecnologia e al risparmio di tempo, non entreranno mai nello Stato, anche perché ai sessantenni che sono dentro, per motivi di austerity, si profila la pensione intorno ai 70 anni”, sottolinea l’ex premier. “Quando ero al Viminale mi sono reso conto che ormai i nostri poliziotti sono in media over 40, per nondire che nelle amministrazioni locali o decentrate l’eta media è ben superiore: il nostro console a Istanbul mi raccontava che il suo personale è in media formato da sessantenni”.

“E’ un circolo vizioso e molto poco virtuoso quello in cui sitrova invischiata la nostra machina statale: non si assume più per non spendere di più, ma questo ci condanna ad uno stato sempre più vecchio e inefficiente”, conclude Amato.

L’ipotesi di agire sull’altro fronte, non sulla riduzione della spesadegli stipendi, ma su quello della riduzione dell’organico della Pa, è stata accarezzata dal governo Monti nell’ambito di un’altra importante riforma, quella del lavoro.

Il ministro del Lavoro Elsa Fornero non ha escluso di estendere anche al pubblico la possibilità di licenziare più facilmente, prevista per il settore privato nel suo non poco contrastato ddl di riforma approvato in Senato e ora all’esame della Camera.

Il 3 maggio scorso il ministro della Funzione pubblica PatroniGriffi ha raggiunto un accordo con i sindacati su uno schema di delega per il lavoro pubblico che modifica anche la cornice normativa sui licenziamenti disciplinari.

di Valentina Consiglio

(Reuters)

About these ads