Sono con te nel non abbassare il baluardo costituzionale, senza negare che sembra veramente in affanno in un Italia che stenta a riconoscervisi – a riconoscersi in quel tipo
umano che scrisse la nostra allora. Ne servirebbe una almeno in parte nuova, ma non ci sono le premesse, le esigenze catartiche, che c’erano invece subito dopo tangentopoli, ma queste forse verranno. Ma basterà? Non sono così convinto che comunità così vaste come la nostra possano ruotare attorno ad una legge quadro, seppur di alto valore come la nostra Costituzione. Ad esempio tutto il sud Italia fu scarsamente coinvolto nei principi costituzionali, nella sua condivisione, identificazione e realizzazione, fin dal dopoguerra, e la situazione non è poi molto cambiata.L’educazione civica è in disuso dappertutto, nella scuola e nella famiglia, anche se meno, nei momenti topici, di quanto a volte appare. Temo che lo spirito dei popoli, se ve ne è uno, vada certo coltivato e ricordato, stabilito e rinvigorito, ma l’aspetto normativo, indispensabile, da solo non contiene i magmatici movimenti di una società complessa, ma mette innanzitutto -giustamente- le istituzioni al riparo da essi.

Sorge il problema identitario: non si può dialogare pienamente con una religione monoteista, e che quindi presume di portare in sè la verità rispetto alla storia, magari negandola, senza avere ragioni altrettanto realmente fondate. Parlare di identità, d’appartenenza, in Italia ed Europa da una parte vuol dire scatenare i nazionalismi, dall’altra le ragioni di chi, dopo il genocidio nazi fascista, invitò alla decostruzione delle appartenenze identitarie. Qui ho una cosa da dire: sono nato senza radici, nello spaesamento dell’emigrazione dal sud italia dei miei genitori, non vedo di buon occhio chi non riconosce all’ identità l’ indispensabilità di una terra da cui sorgere e mostrarsi come persone , su cui “avere fondo”. Questa però la intendo più come il risultato di una ricerca che un dato di partenza, è frutto che si coglie tramite una opera di rinascita più che lo stato di fatto in cui si nasce. Ho imparato sulla mia pelle che non si può veramente dialogare con nessuno – e riconoscere in quanto prossimo- se non sai chi sei. Per altro è noto, come sottolinei, che la crisi identitaria italiana si riflette pienamente nel successo di quei movimenti politici -Lega e, con aspetti diversi, i soliti neofascisti, in particolare in Europa- che rivendicano, in modalità anche risibili, superficiali ma in qualche modo efficaci, l’appartenenza territoriale e culturale. Disconoscere l’identità ci consegna a chi nel prossimo vede un nemico.

Non credo che il dialogo possa essere esclusivo tra i valori illuministi e una grande religione monoteista, perchè la prima porta in sè l’assolutismo della ragion pura ( oggi tecnica ), e di una relativismo che oggi mi appare più sostenuto da un modo di vivere che dalla capacità di analisi storica e di decisione politica, la seconda la certezza della verità di una fede che ancora di recente pone l’irrinunciabilità della conquista militare e religiosa.

Agire per reazione non è quello che propongo, ma penso efficace, affiancato da altri, un dialogo inter religioso tra un Europa che riconosce con dialogo interno al Cristianesimo la propria radice comune, e un Islam qui immigrato disposto, anche per la propria custodia, a confrontarsi non solo obbligatoriamente con la nostra realtà economica e legislativa, ma con i nostri più nobili sentieri storici.

Pubblicato qui su Sentieri Interrotti

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