Mi spiace non avere più tempo per sintetizzare meglio le mie parole, ma di più non so fare. Ho qualche dubbio sulle tue parole, così come riguardo l’ incompleta opinione di Olivier Roy. Chiariamo subito che la discussione, ovunque, è scivolata dalla pertinenza dei crocifissi nelle aule a considerazioni sul crocifisso tout-court. Per quanto riguarda le aule di scuola, se la croce non ci sarà più, molti se ne sono fatta una ragione, anche nel mondo cattolico. Personalmente penso che sia meglio che i simboli stiano nei luoghi loro deputati, mi spiace solo che siano dei tecnocrati a deciderlo, tanto per omologarci ancora un poco. Ma, non a caso, si sprecano parole sul senso complessivo del crocifisso nel nostro tempo. Questo è il punto.

Noto che tutti i simboli sono svuotati di senso. Troppo lungo e arduo qui sviscerarne le ragioni, ma è un fatto che privilegiamo la comunicazione verbale, orizzontale, da pari a pari, esplicita e democratica, alla nebulosa di ambiguità e ricchezza di sensi che il simbolo reca con sè. Il simbolo è strutturante e organizzativo, in quanto nesso tra due, e, nel caso di simbolo religioso,  uno dei due è “di un altro mondo”, sta in alto e presiede. La debolezza intrinseca del simbolo sta proprio nello schiacciamento all’interno di esistenze che non aspirano più ad essere qualcosa di più di sè stesse. Altra grande difficoltà è oggi ammettere che c’è qualcosa che sta più in alto, che è migliore di noi e che ci chiama ad imitarlo.

Il cristiano è chiamato ad una adesione volontaria e interiore, ad un rapporto personalistico con Cristo. Tutto questo deve anche esprimersi in rapporti comunitari. Quel rapporto con l’interlocutore interiore non deve, se non a rischio di autorefenzialità, continuare nel silente vuoto della propria coscienza, ma confrontarsi con il mondo esterno. C’è nel cristianesimo tutta una parte esteriore e ritualistica, quella che contesti, che ha una sua ragione d’essere: non lasciare tutto nell’immanenza di un soggetto che a quel punto potrebbe nutrirsi solo di intenzioni, intenti che rimangono interiori senza contrarre la realtà, senza correre il rischio di fallimento e perdita di senso, e senza verificare la forza della propria fede. Tutte le religioni hanno forma sociale -che senza segni esteriori non avrebbero- perchè hanno innanzitutto valenza collettiva non contrastante, di solito, con la matrice patriarcale o etnica. Ma il cristianesimo vi unisce quel rapporto diretto che sovverte quello arcaico e lo domina.

Se l’antiritualismo, così come si è anche connotato nel mondo protestante e nel mondo laico, ha ragioni che ritengo valide, in quanto anche mie ( rifiuto del clero e dei suoi giochi di potere, di simboli che appaiono idoli ecc) , mi domando se un’ appartenenza solo intellettuale e morale al cristianesimo non vada a scapito di quell’incarnazione di dio nell’uomo che è la grandezza nel cristianesimo. Mi spiego, e a questo proposito il discorso si incrocia con la parabola del buon samaritano, post che non ha mai smesso di essere letto nel blog: il buon samaritano non ha aiutato l’umanità, concetto astratto, universalista e infine generico e non personalmente impegnante , ha soccorso il corpo che aveva davanti lì sulla strada, senza valutazioni morali, nell’immediatezza dell’atto. Cito: ” Nella fattispecie il Samaritano si era reso prossimo all’uomo in difficoltà, nonostante le convenzioni del tempo, e fu la carità a renderglielo prossimo, non la prossimità a rendere la carità un comandamento esigibile.” Cioè: non importa che ti impegni a salvare l’umanità, ama me quando mi incontri per strada.

Per concludere volevo dire che il crocifisso è simbolo della religione di grandi intellettuali, e anche, nella mia esperienza diretta, effigie antropologica di persone scarsamente acculturate ma che in esso ancora vedono l’ elevazione dalla barbarie di una vita che si accontenta di sopravviversi. Questa è battaglia di retroguardia con connotazione positiva, perchè difende senza offendere. La residualità dell’uomo religioso rispetto alla borghesia delle merci e delle tecniche è acclarata, è il momento di svoltare.

Pubblicato qui su Sentieri Interrotti. Nei commenti sotto è riportato il post di Gabriele a cui ho risposto.
 

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