Giocare a calcio è la cosa più bella che possa fare un ragazzo, italiano e non. Io almeno mi ci sono divertito parecchio e a lungo. Ma il calcio professionistico non è più, e da tempo, il proseguimento di quell’ istante senza fine che sono stati i miei pomeriggi d’ estate da ragazzino. Riporto qui l’ articolo di G. A. Stella sul Corsera di qualche giorno fa,  per amore del gioco del calcio e dell’ adolescente che sono stato.

 



Il caso Super-Mario è il simbolo del passaggio dal Paese di ieri a quello di domani

I fischi in campo a Balotelli e la colpa di sentirsi italiano

Sogna la maglia azzurra e manda fuori gioco i razzisti. Secondo lo storico John Foot, per molti gli immigrati vanno bene finché restano invisibili, ma non possono essere «uno di noi»

«Mangiabanane schifoso!». Provateci voi, a giocare a calcio davanti a decine di migliaia di tifosi, mentre dagli spalti si levano certi cori infami. Provateci voi, a tenere i nervi saldi e sorridere dei teppisti e seguire i consigli di chi raccomanda una britannica compostezza mentre ti urlano «Se saltelli / muore Balotelli!» e «Ne-gro / di-mer-da!» e «Non ci sono italiani negri!». Provateci voi, a vivere portando il peso che si porta addosso super-Mario. Obbligato, e Dio sa quanto ne farebbe volentieri a meno, a essere un simbolo: quello del passaggio dall’ Italia di ieri a quella di domani. Ma certo, il ragazzo qualche volta rovescia la sua timidezza, che dicono superiore perfino alle qualità tecniche, in provocazioni da bullo. Come quando, dopo un gol alla Roma, andò a fare le linguacce ai tifosi giallorossi spingendo Francesco Totti a dire che: «Se a diciotto anni mi fossi io comportato così mi sarei preso calci nel sedere da Giannini, due schiaffi da Mazzone e il resto me lo avrebbero dato a casa». Troppo facile, però, dire che ha un caratteraccio. Dietro le sue intemperanze, le sue ribellioni, i suoi sfoghi, c’ è qualcosa di più. Dicono: non c’ entra il razzismo, tanto è vero che George Weah, Frank Rijkaard, Patrick Vieira, Marcel Desailly, Clarence Seedorf e tanti altri giocatori di colore hanno avuto pochi problemi. Ed è vero, in parte. Come spiegò Ruud Gullit: «Se sei miliardario e giochi nel Milan sei un po’ meno negro». Come accade dai tempi in cui Sesostris III, quattro millenni fa, fece mettere nel profondo sud del paese un cippo: «Frontiera sud. Questo confine è stato posto nell’ anno VIII del regno di Sesostris III, re dell’ Alto e Basso Egitto, che vive da sempre e per l’ eternità. L’ attraversamento di questa frontiera via terra o via fiume, in barca o con mandrie, è proibita a qualsiasi negro, con la sola eccezione di coloro che desiderano oltrepassarla per vendere o acquistare in qualche magazzino». Insomma: niente neri, se però vengono a far girare i soldi… Qual è allora la differenza tra Balotelli e, per esempio, Lilian Thuram? Non ha gli occhialetti da professorino? Non fa le stesse buone letture? Non mostra lo stesso garbo davanti ai microfoni? No. Ciò che non viene perdonato al giovane campione interista è di non essere uno dei tanti campioni di colore («vabbè, puzzano, ma se ci fanno vincere…») che arrivano, aiutano a conquistare gli scudetti o una medaglia olimpica e a fine carriera se ne tornano a casa. Balotelli è nero ma parla bresciano ed è italiano. Peggio, rivendica la sua identità italiana: «Sogno la maglia azzurra come l’ ha sognata ogni bambino italiano». È questo che manda in corto circuito i razzisti. Come ha scritto sul manifesto lo storico inglese John Foot, troppi abitanti della penisola «trovano semplicemente impossibile accettare che Mario Balotelli sia di fatto italiano. Per loro, non esistono black italian. Gli immigrati vanno bene fintanto che restano invisibili, non camminano per strada, non danno fastidio e non hanno diritti. Sono buoni a nulla, non possono essere "uno di noi". Balotelli fa cadere il velo su queste spaventose contraddizioni». La reazione la vedi sugli spalti. Dove ad esempio i tifosi della Juve, per smuovere le autorità calcistiche e guadagnare mesi fa alla loro squadra la condanna a giocare a porte chiuse, dovettero insistere e insistere nei loro barriti razzisti fino al punto di fare scrivere al giudice sportivo Gianpaolo Tosel che i cori erano stato intonati «in molteplici occasioni» («ai minuti 4′ , 26′ , 35′ , 41′ , 42′ del primo tempo e 11′ , 19′ , 22′ , 25′ , 30′ del secondo tempo») e «in vari settori dello stadio» e in assenza «di qualsiasi manifestazione dissociativa da parte di altri sostenitori ovvero di interventi dissuasivi da parte della società». E la vedi in internet. Dove i blog sono infestati di messaggi di anonimi suprematisti bianchi come uno che si firma «Baronva1» e manda Mario a «fanculo ai gorilla nella foresta ghanese» o un altro che sul sito neonazista stormfront.org si firma Once Were White Warriors («una volta eravamo guerrieri bianchi») e impreca contro «la velina bionda paparazzata col negro Balotelli»: «Mi vengono i conati quando si vede un negro abbracciato ad una bianca». E sempre lì si torna, all’ urlo «non esistono italiani neri». Lo stesso lanciato contro Leone Jacovacci, il giovane e formidabile pugile figlio di un laziale e una congolese che, dopo essere cresciuto nel viterbese ed essersene andato dall’ Italia per sottrarsi ai pregiudizi razziali guadagnando la fama sul ring col nome di Jack Walker, ebbe il fegato di sfidare il Duce nel 1928 tornando a Roma per strappare il titolo tricolore al campione in carica nazionale ed europeo Mario Bosisio. Una vicenda straordinaria, raccontata dallo storico Mauro Valeri nel libro «Nero di Roma» e conclusa da una progressiva emarginazione voluta da un regime che spingeva le mamme a cantare ai piccoli «ninna nanna la tua razza / bimbo bello non è pazza / mentre altrove la famiglia / si finisce in gozzoviglia». Lo stesso ripetuto per decenni alle centinaia di figli di italiani che negli anni ‘ 50 e ‘ 60 dell’ Amministrazione fiduciaria in Somalia, avevano approfittato («Non esagero dicendo che la maggior parte ha la madama, qualcuno anche sposato», scrisse l’ arcivescovo di Mogadiscio Venanzio Filippini nel 1951) delle ragazze locali. Bimbi strappati alle madri, rinchiusi nei collegi locali, trasferiti a forza negli istituti della penisola e qui diventati adulti tra le occhiate di disprezzo per la pelle nera nonostante la carta d’ identità italiana senza mai avere le scuse ottenute da altre «generazioni rubate», come gli aborigeni australiani, gli inuit canadesi o i rom jenische svizzeri. Lo stesso urlo ribadito in questi anni a giovani come Matteo Fraschini che, dopo essere stato adottato in fasce da un professionista milanese ed essere cresciuto sotto la Madonnina fino ad avere un perfetto accento meneghino, ha deciso che non ne poteva più dell’ aria fetida che tirava e ha deciso di trasferirsi in quell’ Africa dove mai aveva vissuto. Ha spiegato a La Stampa Franco Rossi, uno che organizza tornei giovanili di calcio, che l’ Italia è piena di «pulcini» come superMario: «Ti accorgi che quei ragazzi di origine africana sono in realtà italianissimi quando li senti parlare con i compagni in dialetto veneto, romano, napoletano, piemontese…». Per loro forse, domani, sarà un po’ più facile. Forse. Ma se piglieranno qualche fischio in meno, all’ uscita dagli spogliatoi, sarà perché molti se li sta prendendo oggi Balotelli. Il quale, decida o no Marcello Lippi di convocarlo, la sua maglia azzurra se l’ è già conquistata. Con quell’ amore verso un paese che qualche volta tanto amore non se lo merita affatto.


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