I lavoratori italiani non sono più capaci di fare quello che hanno fatto i neri degli aranceti. Troppi piccoli interessi, sangue oramai vecchio, incapace di rivitalizzarsi. Quel pò di benessere economico da prorogare, da difendere.
Meglio essere homo faber che essere niente e perdere quel poco. Per noi la misura non è mai colma?

I lavoratori degli aranceti hanno risposto con violenza (disorganizzata e di reazione, altra forma della mitezza) alla violenza di ogni giorno, organizzata in forma di caporalato, e a quella di ogni notte, organizzata in forma razzistica. Il doppio razzismo che discende dall’ essere neri di pelle e dall’ essere poveri. Non sono solo i corpi ad essere incomprimibili. Non leggiamo la loro rivolta come quella di chi non ha nulla da perdere in termini di sopravvivenza: quando i corpi sono così ridotti all’ osso, quello che ne risulta è una maggiore attenzione alla difesa dello spirito.

Lo spettro della proletarizzazione  incombe. Una massa indistinta di lavoratori precarizzati – di una precarizzazione ontologica – e una oligarchia borghese (ma forse oggi la borghesia non è più identificabile completamente con il suo vitello d’oro: il capitale) sempre più elitaria a livello nazionale e sempre più multilaterale e globalizzata, anonima dietro il logo societario. Questo sembra essere lo scenario presente.
 


Sono stato ingeneroso con tanti cari compagni di lavoro. Non volevo giudicare e condannare l’ ansia economica: siamo esposti a rimanere senza lavoro già domani, o precari e sottoccupati che campano alla giornata. Conosco bene questa malattia sociale che spesso diventa malattia dell’ anima, paura sottesa ad ogni atto. Ma oramai è chiaro che da trentanni il posto non lo si trova, o lo si perde facile facile, o è quasi sempre senza alcuna garanzia. Credo che sia ora che si salga tutti sui tetti. Volevo dire: i ragazzi africani di Rosarno ci devono essere d’esempio.


Venendo a Rosarno, e lasciando da parte la ‘ndrangheta che per me centra poco in questa storia, solo a livello individuale e fuori dal controllo dei boss. Gli interessi delle famiglie locali si concentrano, per quanto riguarda l’ortofrutta, a Fondi in provincia di Latina, in joint-venture con i Casalesi, anche se probabilmente sono da ipotizzare alcune "sinergie" tra la piana calabrese e quella pontina. C’è la certezza che buona parte degli agrumeti (a arance e mandarini) della zona  sia destinata all’ industria (succhi e liquori), quindi produzioni a basso valore aggiunto, e che quest’ anno in particolare sono cadute di prezzo, preferendo il mercato l’ acquisto nell’ area magrebina. Nella sostanza non c’era lavoro. Ma non c’è pietà per i vinti: c’è una lunga storia di disprezzo, ferimenti e ruberie subite dagli immigrati. Se ne seppe qualcosa un anno fa, con ferimenti e scontri. Quello che è cambiato è che quest’anno quella manovalanza migrante non serve.
 
Annunci