coop agricola senza passpartoutSento dire un monte di sfrondoni in questi giorni. Parlo da lavoratore agricolo con esperienza, a tempo determinato da una vita. Il sistema agricolo è fatto di integrazioni e basso valore aggiunto per i produttori. E’ stato il primo settore in cui l’allora CEE ha legiferato, spostando e razionalizzando le produzioni, incentivandone e concentrandone alcune e scoraggiandone altre. C’era l’idea di modulare le produzioni a seconda del fabbisogno interno alla CEE -allora formata dall’europa occidentale. Nel mentre si facevano questi calcoli, a livello internazionale invece si ponevano le basi del mercato unico planetario, in cui anche la produzione agricola è stata pensata come commodity, come se fosse petrolio.

Ambedue questi approcci, sommati, hanno portato alla scomparsa del concetto di mercato locale( dal paese allo stato), delegando alla logistica e alla distribuzione la possibilità di approvvigionamento. Nessun territorio offre più la varietà di produzioni (e trasformazioni) sufficienti al fabbisogno alimentare dell’ area. Siamo al paradosso che le banane costano meno delle mele, che la verdura costa meno nelle grandi città che nei nostri paesi immersi nella campagna. Ma la logistica e la distribuzione, che si vuole capillare, non sono esenti da costi, e hanno via via eroso profitto all’ ambito produttivo, trattenendo per sè il guadagno. Nonostante la meccanizzazione, i contributi europei ( in via di estinzione, e comunque oggi dati non su qualità e quantità del prodotto, ma con criteri, assai discutibili, di presidio del territorio ) e nonostante il costo per unità oraria della manodopera sia negli anni rimasto fermo (con assunzione regolare, un generico costa nel centro Italia tra i 10 e gli 11 euro l’ora tutto compreso, a pochi viene riconosciuto il livello professionale ), chi coltiva, all’ infuori di ristrettissime nicchie, ha pochissime possibilità e moltissime difficoltà di commercializzare in loco il prodotto, meglio se trasformato. Quindi ci troviamo in un settore -non è l’unico- dove il valore viene assorbito alla catena distributiva, costosa ancor più a causa della deperibilità, lasciando però ai produttori (imprenditori e operai) l’ obbligo di comprimere i costi.

Ma vi pare giusto che un chilo di cavolfiore costi come un accendino usa e getta? Nel capovolgimento dei valori ("è un mondo al contrario"), c’è ovviamente la necessità di un abitare più frugale, che valorizzi ciò che merita di più e che valore culturale e spirituale diventi valore economico. E’ un mondo più noioso, meno funny quello che prospetto? La varietà nasce dall’ unicità (mi piace mantenere tutta l’ambiguità della parola), non dall’ abbondanza quantitativa: dove si valuta tutto come oggetto seriale nessuno è più qualcuno.

Spesa a chilometro zero, gruppi di auto acquisto, coltivazione biologica, sembrano palliativi e in parte leve per costruire ulteriori nicchie di mercato piuttosto che reali soluzioni. Il cibo non è una merce come un’ altra, bisogna sottrarlo al mercato globale.

Annunci