S Maria castro (4) Pubblico qui, divisa in brevi paragrafi, una ragionata sintesi del commento di Preve e Tedeschi sulla recente enciclica “Caritas in Veritate” del Papa, risalente all’ autunno scorso e intitolato "Benedetto XVI e il declino della modernità".Gli autori, con atteggiamento in cui mi ritrovo perfettamente, entrano in dialogo con il testo per evidenziarne le aperture e i limiti, certi che il declino della nostra civiltà sia reversibile a condizione di avere il coraggio di una disamina non compromessa con la religione delle merci e con l’ ideologia del mercato globale. Procedendo con ordine, qui si parlerà dei motivi della relativa attenzione, strumentale, che l’ enciclica ha suscitato nel circo mediatico e si inizierà, continuando nei prossimi post, a porsi domande sul problema della secolarizzazione religiosa e del rapporto con la laicità. Mi scuso con gli autori per non averne distinto gli interventi (sono nella forma domanda-risposta, ma le ampie domande di Luigi Tedeschi sono a loro volta parte integrante dell’ analisi del testo del Pontefice).  


 1 Nella enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, facendo riferimento alla “Populorum progressio” di Paolo VI, si afferma “Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato allo sviluppo, perché ogni vita è vocazione”. Il concetto di sviluppo assume il significato di vocazione in quanto presuppone la natura trascendente dell’uomo. Uno sviluppo che negasse la dimensione trascendente tenderebbe l’uomo oggetto di uno sviluppo immanente alla storia e non soggetto, quale autonoma persona artefice della propria libertà. Lo sviluppo si tradurrebbe quindi in una vocazione dell’uomo alla verità, perché comprende l’integralità della persona, sia sul piano naturale che su quello soprannaturale.
 
 Nell’enciclica di Benedetto XVI si afferma: “La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”.  Alla Chiesa non manca certo il senso della realtà storica, al fine di comprendere le problematiche sociali del nostro tempo. Tuttavia, poiché la vocazione allo sviluppo spinge gli uomini a fare per “essere di più”, quale crescita dell’essere dell’uomo nella prospettiva trascendente, dobbiamo osservare che la problematica dell’essere nella storia è stata oscurata da quella dell’avere individualistico.(…) Non ho ravvisato nell’enciclica di Benedetto XVI la coscienza di questo processo di espansione dai contenuti nichilisti del liberismo globalista in cui sono state accomunate nello stesso destino decadente sia l’ideologia che la religione. Ideologia e religione non sono tuttora elementi essenziali per lo sviluppo di nuovi umanesimi futuribili?
 
La recente enciclica papale è indubbiamente un testo notevole, anche perché finalmente vola “alto” su di un tema ritenuto tradizionalmente “basso”, come i rapporti economici e sociali. Ma qui, appunto, il massimo di altezza coincide con il massimo di apparente “bassezza”. E tuttavia, questa enciclica ha dovuto necessariamente subire la sorte della rapidissima obsolescenza mediatica e giornalistica. Per qualche giorno se ne è parlato sui giornali, e poi è sparita.  E tuttavia, il suo relativo successo (da quanto riesco a capire, maggiore che in casi precedenti) è stato dovuto principalmente a due fattori.
 
–In primo luogo, allo scoppio della recente crisi finanziaria, con le note ricadute in termini di impoverimento dei ceti medi e di disoccupazione delle classi operaie, salariate e proletarie, già fortemente colpite nei due decenni precedenti dall’oscena generalizzazione del lavoro flessibile e precario, che se fossi un teologo cattolico definirei “il più grande peccato possibile di fronte a Dio” (…) A questo punto, la critica dell’enciclica di Ratzinger è confluita nel grande estuario limaccioso delle critiche alle “esagerazioni” del capitalismo incontrollato, critiche che oggi fanno quasi tutti, con l’eccezione di pedofili, lupi mannari e traders di vario tipo, tirati su ad avidità e cocaina.
 
–In secondo luogo, al suicidio della precedente “sinistra anticapitalistica”, riciclata e riconvertita (soprattutto a partire dall’alto, e cioè dai suoi tre settori del ceto politico, del circo mediatico e del clero universitario), rimasta in piedi soltanto come struttura politica di intermediazione e come bacino elettorale di confusionari, che hanno rapidamente trovato nell’anti-berlusconismo il succedaneo della precedente via italiana al socialismo. Rimasta come bacino elettorale e nicchia identitaria la “sinistra” è sopravvissuta come fattore politico-parlamentare, ma è sparita come portatrice di visione del mondo e come profilo filosofico (nel senso in cui anche i “semplici” sono potenzialmente filosofi, come scrisse a suo tempo correttamente Antonio Gramsci).
 
In questo gigantesco “buco” morale e spirituale (verificatosi peraltro in modo parallelo e convergente anche a “destra”), è del tutto naturale che il linguaggio della chiesa cattolica abbia (parzialmente) riempito il buco.  Tutto questo però è soltanto congiunturale e provvisorio.(…) I mascalzoni ed i maramaldi della cosiddetta “sinistra” hanno deciso di passare dall’eguaglianza sociale al fiancheggiamento del femminismo di “genere” ed alla riduzione del senso del mondo alla (pur giusta) solidarietà verso zingari e migranti, allontanandosi così dal loro stesso precedente popolo di riferimento, costantemente ingiuriato come leghista, populista ed egoista. È allora del tutto evidente che, trovato chiuso uno sportello precedentemente aperto, si corra a cercarne un altro. È quello che è successo negli ultimi vent’anni.
 
Qui sta la ragione del (relativo) interesse verso la recente enciclica di Ratzinger. E tuttavia, le chiese non si riempiranno per ragioni di aggiornamento teologico o di intelligente diagnosi filosofica. Le chiese, ormai semivuote da tempo, si riempiono a metà sulla base della gestione quotidiana della sacralità simbolica della famiglia, della paternità, della maternità, della fragilità della terza età. Si riempiono perché mentre i teologi e gli intellettuali idioti si sono secolarizzati, la maggior parte dei semplici preti e delle semplici suore non si sono auto-secolarizzati. Volere una chiesa secolarizzata è come volere un gelato bollente.
 
La religione esiste soltanto nella misura in cui non fa nessuna concessione alla secolarizzazione, in quanto la secolarizzazione non è affatto una “religione adulta”, ma è il contrario di tutte le religioni.  Ma su questo vorrei tornare in seguito. Ratzinger ha capito (e non era affatto facile) che la religione cattolica non si sarebbe “salvata” con la trasformazione delle chiese in centri di assistenza sociale. In altre parole, Ratzinger ha capito che la chiesa non si sarebbe salvata dalla secolarizzazione assecondandola ed auto-secolarizzandosi. È questa la ragione per cui è tanto odiato dai pagliacci del laicismo ultracapitalistico (Scalfari, Flores d’Arcais, eccetera), il cui ideale sarebbe un papa laico, relativista e fallibilista.
 

-Pubblicazione: rivista  Centro Italicum– scaricabile da: Arianna Editrice
-L'enciclica " Caritas in veritate" è facilmente reperibile