S Maria castro (3)Fallito, ai tempi della Riforma, il progetto europeista cattolico con Roma capitale, la Chiesa sembra voler cogliere l’ opportunità odierna di un mondo globalizzato affinché il messaggio evangelico sia reso universale attraverso la caduta delle frontiere, funzionale però al flusso della   liquidità, seppur regolato . Come fino a pochi decenni fa, da secoli, i mezzadri vedevano subito dopo la messa i parroci a braccetto con i latifondisti, il Papa riesce a mantenere una difficile neutralità di fondo rispetto al turbo-capitalismo finanziarizzato, anche ove il teologo Ratzinger stigmatizza e condanna; lui per primo consapevole, credo, dell' equilibrio impossibile fra  ruolo oggettivo e libera meditazione intellettuale, seppur ispirata dal logos.  


3 La Chiesa prende atto del processo di globalizzazione, evidenziandone le trasformazioni di carattere socio – economico, l’interconnessione sempre più accentuata tra i popoli, il processo di progressiva unificazione della “famiglia umana”. Nell’enciclica viene criticato il suo accentuato carattere deterministico, l’orientamento che assolutezza l’aspetto socio-economico. Ma la globalizzazione stessa viene considerata nel suo complesso come un fenomeno che offre grandi opportunità, se gestito nel senso di “favorire un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria”. Pertanto occorrerebbe correggerne le disfunzioni derivanti da una sua cattiva gestione: si renderebbe necessario infatti un suo riorientamento di carattere etico – culturale, che si sostituisca alla attuale impostazione individualistica e utilitaristica, conferendo alla globalizzazione stessa le finalità proprie di una umanità solidale. Viene teorizzata cioè, una globalizzazione che generi redistribuzione della ricchezza, anziché accrescere i differenziali di ricchezza tra i popoli, crei sviluppo anziché sottosviluppo generalizzato.

La Chiesa vuole inserirsi nelle dinamiche dei processi storici in atto, adeguando alle circostanze storiche contingenti il proprio messaggio. La Chiesa vuole in tal modo trovare un suo spazio nell’ambito di fenomeni storici alla cui genesi è completamente estranea. Essa tenta di sfuggire alla sua progressiva marginalizzazione dalla storia cui sembra averla condannata la civiltà occidentale divenuta laicista e cosmopolita da circa 200 anni a questa parte. Tali adeguamenti della Chiesa alla realtà storica contingente, comportano però il rischio di uno snaturamento del messaggio evangelico nei suoi contenuti trascendenti – escatologici. La visione della globalizzazione quale possibile processo di integrazione planetaria della “famiglia umana”, non comporta implicitamente la trasformazione dell’universalismo cattolico in una sorta di cosmopolitismo astratto, uguale e contrario a quello delle correnti materialistiche dell’individualismo liberale? Il papa non sarebbe così un No Global, ma un New Global, per usare il grottesco linguaggio dei giornalisti e dei commentatori mediatici. E tuttavia, se togli la praticabilità di questo presupposto, che è il fondamento teorico esplicito dell’intera enciclica, tutto il resto perde largamente di significato. Come sfuggire alla marginalizzazione cui la secolarizzazione condanna la chiesa cattolica? (…)

Da circa trecento anni, il cristianesimo sopravvive nella società come nicchia residuale. Non è comunque colpa sua, e non condivido l’opinione di chi afferma che così non sarebbe stato se non avesse tardato tanto a secolarizzarsi ed ad accogliere il cosiddetto “pensiero moderno”. Il suo relativo ritardo a secolarizzarsi è anzi stato un suo fattore di resistenza, in quanto se si fosse auto-secolarizzato prima in modo suicida sarebbe entrato in crisi anche prima. La sua crisi sta a mio avviso altrove. Dovendo diagnosticare le cause profonde di questa crisi, direi che esse stanno (quasi) tutte nella duplicità ed ambiguità verso la nuova realtà borghese e capitalistica. Da un lato, questa realtà è stata criticata per tre secoli, con una continua insistita critica al cartesianesimo, all’ateismo, al materialismo, al relativismo borghese, eccetera (Ratzinger non si è certamente inventata la critica al relativismo ed al nichilismo, ma l’ha semplicemente riattualizzata alla luce della filosofia contemporanea). Si è trattato, insomma, di una critica teologica e culturale (Rosmini, Del Noce eccetera). Dall’altro lato, mentre si critica la borghesia, si accettava il capitalismo, realtà infinitamente peggiore della borghesia stessa, perché almeno la borghesia è un soggetto culturale collettivo capace di coscienza infelice, mentre il capitalismo è soltanto un’orrenda bestia fredda e senz’anima.

Qui si colloca la specifica ipocrisia (mi si scusi il termine, un po’ pesante, ma non ne trovo nessun altro) della chiesa cattolica. Le chiese ortodosse si sono precocemente riconvertite in custodi della comunità nazionale contro gli invasori di altra religione (le chiese cattoliche che hanno di fatto dovuto interpretare questo ruolo sono state fondamentalmente due, di Polonia e di Irlanda), e questo ha potuto facilitare la conservazione del loro ruolo, sia pure marginalizzato (penso oggi in particolare non tanto alla chiesa ortodossa russa, imperiale sotto Nicola II come sotto Putin, ma alle chiese greca, armena, serba e georgiana). Le chiese protestanti hanno seguito la via della secolarizzazione fino a suicidarsi dolcemente nell’etica umanistica scandinava, con l’eccezione del feroce protestantesimo fondamentalista-sionista degli USA, che però a rigore non è più una religione protestante, ma una religione idolatrica nazionale come quella assiro-babilonese, in cui Cristo è soltanto più un Baal a stelle e strisce.

La situazione della chiesa cattolica è più ambigua, non solo, ma di tutte la più ambigua. Da un lato, essa è universalistica proprio in base al nome che porta, ma di fatto è soltanto una forma di occidentalismo aperto in superficie ad “inculturazioni” subalterne ed ineffettuali di indigeni convertiti della Nuova Guinea che ballano in modo post-cannibalico e pre-discoteca. Il solo universalismo oggi sarebbe una forma di denuncia radicale del capitalismo globalizzato, privo dei tragicomici aspetti positivistici dell’ateismo scientifico del defunto e penosissimo comunismo storico novecentesco, con i suoi politici cinici ed i suoi intellettuali scemi. Ma questo non può avvenire. (…)

Ratzinger se la prende un giorno sì e l’altro pure contro il relativismo ed il nichilismo, sulla base di una nozione normativa della natura umana di origine assai più aristotelica che veterotestamentaria. Bravissimo, sono completamente d’accordo. Ma che senso ha combattere il relativismo quando non si ha il coraggio di diagnosticare le ragioni materiali del relativismo stesso? Il relativismo nasce dal fatto che nel mondo della merce capitalistica tutto è di fatto relativo al valore di scambio della merce stessa, ed al potere d’acquisto individuale che vi sta sotto. E dal momento che il semplice scorrimento della merce in tutte le direzioni è appunto la forma economica del Nulla (con la maiuscola), ne deriva che questo Nulla sta alla base della relatività del valore di scambio e del potere d’acquisto.

(Da http://www.centroitalicum.it/index.php)
 

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