Volendo dire le cose crudamente e con un elemento di forzatura, il lavoro è un’invenzione della borghesia. Per screditare l’aristocrazia, la borghesia in ascesa ha sviluppato, tra il XVI e il XVIII secolo, una propaganda “lavorista” con lo slogan “Chi non lavora non mangia”. Questa formula, presa in prestito da san Paolo e già recuperata dall’etica monastica e poi protestante, acquista una nuova portata. Con essa si vuole dire: noi, i borghesi delle città, lavoriamo sodo per produrre il benessere di tutti, e dunque abbiamo un diritto legittimo alla ricchezza e al potere. Mentre voi, aristocratici e, in misura minore, preti secolari e monaci, siete degli oziosi, dei fannulloni, dei parassiti, cioè esseri nocivi, che finora avete accaparrato indebitamente i beni di questo mondo. Le eresie, spesso animate da tessitori, avevano già utilizzato questa propaganda. I contadini e i manovali non potevano che approvare questa ideologia e solidarizzare con la borghesia artigianale e commerciante.

(…) [Il paradigma del lavoro] è il risultato della giustapposizione contraddittoria di un immaginario emancipatore e di una realtà di asservimento. L’immaginario è quello dell’homo faber (o dell’homo habilis), e più precisamente l’ideologia dell’artigiano libero che vive del frutto della sua abilità a trasformare la natura per il soddisfacimento dei nostri bisogni. Si coglie qui un pilastro fondamentale dell’immaginario dell’economia classica. La realtà invece è quella dell’alienazione specifica al rapporto salariale. La condizione penosa dell’animal laborans che esegue nel quadro di un rapporto subordinato compiti perlopiù gravosi in una fabbrica o in un ufficio. È la sottomissione formale e reale al capitale, senza il controllo tecnico del processo né ovviamente la capacità economica di riappropriarsi del frutto della propria attività. Nel momento stesso in cui l’ideologia lavorista (in particolare con Locke) fonda la legittimità del potere della borghesia e del suo diritto di proprietà, la realtà del lavoro salariato asservisce e abbrutisce il lavoratore, senza lasciargli alcuna speranza di diventare mai proprietario.

Da parte loro, i proletari hanno preso molto sul serio questa costruzione ideologica. E l’hanno ribaltata con un certo successo contro la borghesia stessa, appropriandosi del motto “A ciascuno secondo il suo lavoro” e affermandosi come i “veri” lavoratori. Questo ha permesso ai burocrati dell’Unione Sovietica di instaurare il loro potere, con Stalin che inserì addirittura la formula di san Paolo nella Costituzione del 1936! Come dice Raoul Vaneigem: “La borghesia, affrancata dal disprezzo con cui la schiacciava la pretesa nobiltà, circonfuse il lavoro di una gloria che il proletariato – o quanto meno, i suoi rappresentanti – si affrettò a rivendicare, mentre ne era la più sventurata delle vittime. Un simile malinteso fu senz’altro meno estraneo di quanto non si creda alla lunga rassegnazione dei lavoratori”. (…) Ma, soprattutto, via via che l’attività lavorativa si è andata trasformando in un affare di carte e burocrazia, l’illusione di un contenuto “oggettivo” del lavoro – la famosa trasformazione della natura – è svanita. Il carattere ideologico e immaginario del lavoro sarebbe dunque dovuto apparire evidente. Ma così non è stato. La propaganda lavorista ha avuto un tale successo che le sue vittime hanno ringiovanito la vecchia illusione proponendo una ridefinizione del “vero” lavoro [travail] come attività creatrice, facendo un parallelo con il “travaglio” del parto e separando il lavoro dal salariato, al quale è storicamente legato.

(…) L’individualismo è il tratto più specifico dell’Occidente dopo il Rinascimento. È la condizione dell’emergere dell’economico e, di conseguenza, del lavoro. L’individualismo, come noi lo intendiamo, implica che l’umanità sia costituita da una pluralità di atomi identici che si trova di fronte a una natura fondamentalmente ostile. La sopravvivenza di queste “particelle elementari” passa per la lotta contro la natura e la sua trasformazione aggressiva. Questa lotta faticosa e universale si chiama lavoro. L’individuo dunque non è una persona con le sue radici, la sua storia, i suoi legami e i suoi progetti, ma un essere anonimo fatto di bisogni di cui l’homo oeconomicus è il prototipo. Sebbene di fatto, anche nelle società moderne, sia ripartito in modo estremamente ineguale tra i cittadini, il lavoro implica pur sempre un’uguaglianza fondamentale di tutti, un’uguaglianza primordiale di fronte alla lotta per la vita e la sopravvivenza. Di qui il suo carattere universale e astratto. E di qui anche il fatto che la società moderna è anzitutto una società “lavorista”. Il fatto che tutti gli uomini diventano formalmente dei “lavoratori” altro non è che la realizzazione concreta del concetto stesso di lavoro.

(…) Questo individualismo, specifico delle società moderne, è legato agli sviluppi storici del cristianesimo, a sua volta prodotto della tradizione giudaica all’interno di un universo culturale ellenistico. (…) Il protestantesimo rappresenta una tappa decisiva di questa elaborazione storica. L’isolamento del cristiano di fronte a Dio diviene progressivamente la solitudine dei cittadini, tutti uguali e indifferenziati, di fronte alla legge come di fronte al mercato, compreso quello del lavoro. In queste condizioni diventa in pratica impossibile fare a meno del lavoro, anche se svuotato di ogni contenuto, in quanto si tratta del cemento stesso della società. Da ideologia di lotta contro la natura si trasforma in ideologia di lotta tout court, una sorta di darwinismo sociale ridotto a pura forma naturalista.

(…) John Locke, da parte sua, sistematizza l’ideologia lavorista formulando una concezione del lavoro come valore e fonte di valore, di proprietà e di ricchezza. Nel secondo dei due Trattati sul governo civile (cap. 5, §§ 25-33), Locke afferma che la ricchezza della società moderna si fonda sulla proprietà privata (pensa soprattutto alla terra). Grazie all’interesse personale del proprietario, la proprietà è fonte di miglioramenti e di progressi illimitati. E la sola fonte legittima e naturale della proprietà è il lavoro. (…) È notevole osservare che, in questa ideologia a uso dei possidenti, non sono più il sangue, la nascita o l’eredità a fondare il diritto alla ricchezza e al potere, ma il lavoro. Si è passati da una forma di appropriazione dell’uso della terra basata sul costume a una teoria razionale della proprietà privata esclusiva. In modo del tutto naturale, l’economia politica, inizialmente scienza della ricchezza, arriva ad attribuire al lavoro un posto centrale. Tenta di fare del lavoro il fondamento stesso del valore delle merci.

(…) Per una di quelle astuzie di cui la storia è generosa, il perfezionamento estremo di questa istituzione immaginaria del lavoro nella società moderna si ritrova nel socialismo teorico e “reale”. (…) Già Henri de Saint-Simon annunciava il messaggio: “In una società di lavoratori, tutto tende naturalmente all’ordine; il disordine viene sempre, in ultima analisi, dai fannulloni”. (…) Il socialismo non intende abolire né l’economia né la crescita, si accontenta di abolire la società borghese per consegnarla ai lavoratori. La socialdemocrazia occidentale e l’Unione Sovietica sono state due varianti di questo progetto di società lavorista. (…) Con l’affermazione generalizzata del mercato, il lavoro nero senza diritti né leggi, sottopagato e precario, che già precede l’era della globalizzazione, tende a sostituirsi al lavoro ufficiale e a diventare la norma. Tuttavia, questa informalizzazione del lavoro significa anche la sua scomparsa e la sua sostituzione con una sorta di lotta per la vita e di “si salvi chi può” generalizzato.

Da "L' invenzione dell' economia – S. Latouche 2010 Bollati Boringhieri Editore 

L' estratto è stato pubblicato QUI


Non sono d' accordo su alcune parti dell' estratto qui pubblicato, ma conosco abbastanza Latouche per non sapere che probabilmente altrove, nello stesso libro, alcune delle sua affermazioni sono stemperate, o meglio individuate. Per esempio qui si parla di lavoro fortemente parcellizzato: lavoro già diviso, fordista, alienato, così come era già stato definito da Marx.
Qui dove abito si dice ancora "andare ad opera" anzichè "andare al lavoro", come se ci fosse qualcosa di inalienabile nell' opera, qualcosa che nel lavoro seriale industrializzato (a qualsiasi livello) non è riportato, e questo la dice lunga su chi sono gli operai, oggi invece ridotti a collaboratori ( e che dio si portasse via loro e il loro linguaggio politically correct ).  La mia esperienza diretta mi dice che è nell' opera che la cosa prodotta dal talento e dall' abilità personale diventa condivisa e fonte anch' essa di comunanza. Non di meno è bene demistificare alcuni postulati di un' economia che si è sostituita alla religione, nel senso definito da Durkheim di religione come "insieme delle credenze condivise che mantengono unita una collettività".

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