Pubblico qui l'ultimo paragrafo di un interessante saggio editato on line sulle sempre interessanti pagine di Arianna Editrice – qui la prima parte qui la seconda – da Marino Badiale e Massimo Bontempelli con il titolo " Marx e la decrescita. Per un buon uso del pensiero di Marx". 

L' intenzione degli autori è relazionare le attuali  lotte di " resistenza umana " ( da quelle "not in my back-yard" contro le grandi opere, a quelle contro il consumo eccessivo di carne per l' alimentazione, da quelle per un minor consumo energetico a quelle per moltiplicare l' uso di energie rinnovabili, quelle per modificare le abitudini da consumo di merci a usufruire di servizi e beni non mercificati,quelle per aumentare il peso delle piccole produzioni agricole commercializzate vicino ai luoghi di origine ecc ) con il pensiero marxiano, letto oggi con una più grande attenzione filologica, come avviene solo negli ultimi venti anni, evento reso possibile proprio dalla scomparsa dei partiti politici del marxismo-leninismo novecentesco.

Il tentativo -rinnovante- del breve saggio è strutturare queste lotte -che esprimono la necessità della decrescita- con l' impianto teorico marxiano, che come nessuno ha svelato la natura del modo di produzione capitalista e della sua capacità di adattarsi ai diversi luoghi e alle diverse storie, anche a quelle che esso stesso produce, con una capacità mimetica che oggi appare in tutta la sua pericolosità.

 In questo si opera una radicale cesura tra il pensiero marxiano e ciò che ha prodotto: il pensiero e la prassi politica marxista -leninista novecentesca. Dove Marx disvelava la menzogna del mito dello sviluppo illimitato attraverso l' esposizione delle sue contraddizione intrinseche ( immiserimento del proletariato, limitatezza delle risorse, impossibilità di allargare all' infinito la domanda di merci, la caduta del saggio di profitto), il comunismo novecentesco si è limitato a invertire la polarità dei soggetti sfruttati, illudendosi che così si sanassero i problemi con la progressiva presa di coscienza di classe degli operai, agendo quindi in modo solo larvatamente marxiano. " La stessa situazione oggettiva che dà alla classe sfruttata la possibilità di lottare contro il proprio sfruttamento rende ad essa impossibile lottare per il superamento del modo di produzione nel quale essa è sfruttata."

In questo senso invece la lotta per una decrescita prende la via dall' emergenza di bisogni umani  che, per quanto politicamente confusi, hanno coscienza della necessità di operare in ambiti che da subito si pongono come radicali rispetto al modo di produzione (di merci, di servizi, di rapporti sociali, di linguaggio) capitalista.

In questo blog il dialogo con Serge Latouche e il suo gruppo è già avviato, e continuerà con particolare attenzione a quella che Latouche chiama "colonizzazione dell' immaginario" e che Bontempelli chiama, mutuando da Marx, "sussunzione" da parte dei rapporti sociali impostati sulla replicazione, sull' accumulo e sulla concentrazione capitalistiche non solo del lavoro, ma di ogni sfera specifica dell' umanesimo.

 



10. Cosa può dare il pensiero di Marx alla decrescita.

Nei paragrafi precedenti abbiamo cercato di indicare cosa può dare la decrescita all’anticapitalismo che si ispira a Marx. In questo paragrafo conclusivo cerchiamo di spiegare cosa può dare il pensiero di Marx alla decrescita. In primo luogo, per poter impostare un programma di cambiamento sociale incentrato sulla decrescita, occorre avere chiaro quanto fin qui detto: la crescita, che è la nozione che nel linguaggio ufficiale traduce l’accumulazione del capitale, è indispensabile all’attuale sistema economico. Se non si capisce questo punto, l’adesione alla crescita appare unicamente come un errore intellettuale e morale, che si può quindi correggere con le argomentazioni e con l’esempio. Ora, la “religione della crescita” è sicuramente anche un errore inteIlettuale e morale, per combattere il quale occorrono tutte le argomentazioni teoriche elaborate dai pensatori della decrescita, e occorrono tutti i possibili esempi e iniziative pratiche prodotte dalle persone impegnate nella decrescita. Ma non si comprende la forza e la persistenza di questo errore intellettuale e morale se non si capisce che esso si incardina entro il rapporto sociale capitalistico e ne rappresenta l’espressione appunto intellettuale e morale. Perdendo di vista questa connessione le persone impegnate nella decrescita non arrivano a inquadrare la realtà del potere e della politica contemporanee, e in questo modo sembrano ridursi a sperare che dal sistema emergano prima o poi politici sensibili ai temi della decrescita, e che si possano convincere i ceti dirigenti della convenienza economica della decrescita. Queste sono illusioni che paralizzano l’azione politica. I politici attuali sono vincolati ad un sistema di potere che ha fatto della crescita la sua base vitale, né si può sperare di dimostrare la convenienza economica della decrescita, perché in effetti all’interno del capitalismo essa non è conveniente in termini macroeconomici. Per fare un esempio su quest’ultimo punto, una tipica argomentazione dei teorici della decrescita è che le proposte di risparmio energetico sarebbero convenienti a livello economico, perché da una parte permetterebbero di ridurre certi costi sia per le imprese sia per le famiglie, e dall’altra una politica di risparmio energetico creerebbe nuovi posti di lavoro. Ma chi argomenta in questo modo non tiene conto del fatto che nel capitalismo ciò che è costo per l’uno è guadagno per l’altro: il risparmio energetico favorirebbe certe imprese ma ne colpirebbe a morte altre, e ben più rilevanti, vale a dire quelle produttrici e distributrici di energia, quelle fornitrici dei mezzi necessari all’uso di energia, quelle che fabbricano le armi con cui l’imperialismo va ad appropriarsi delle risorse energetiche. In sintesi, non si può pensare ad un mutamento radicale dell’organizzazione sociale senza che questo mutamento, se per caso si avviasse nella realtà, susciti l’opposizione di tutte le forze che hanno interessi al mantenimento dell’attuale organizzazione sociale. I marxisti hanno sempre saputo questa ovvietà, il movimento della decrescita non può sperare di rimuoverla.In secondo luogo, i teorici della decrescita sembrano ritenere che il dogma dello sviluppo, e il potere politico-economico ad esso collegato, sia una specie di “ostacolo” tolto il quale la società potrà progredire “serenamente” e “felicemente” secondo linee più umane e sensate. Non è così, purtroppo, e il problema sta nel fatto che il capitale è un rapporto sociale che si riproduce e allarga continuamente la sua sfera, e quindi incide sull’insieme dei rapporti sociali. Nei paesi occidentali esso si è instaurato da secoli ed ha ormai modificato in profondità la natura dei rapporti sociali, informando di sé l’intera compagine sociale. Oggi il capitalismo, come abbiamo detto, è diventato “assoluto”, non “domina” la società, ma la struttura. Se è così, è chiaro che la proposta della decrescita è destrutturante. Nel momento in cui il processo di accumulazione del plusvalore modella tutte le relazioni umane, tutte le sfere sociali, metterlo in questione significa disarticolare l’intera società, e generare quindi una crisi radicale dell’intera organizzazione sociale. Se si vuole realmente avviare le nostre società sulla strada della decrescita, occorre essere preparati a sconquassi sociali di grandi dimensioni. La decrescita non può pensarsi come un processo di sostituzione indolore dell’attuale società dissennata con una società più razionale, senza scosse né traumi. Non si può seriamente pensare ad una decrescita che sia solo “felice” o “serena”. Le nostre società saranno spinte sulla strada della decrescita, se mai lo saranno, certo anche dall’aspirazione ad una “serenità” e “felicità” che l’attuale sistema sociale non può dare, ma soprattutto dal rifiuto del continuo peggioramento della vita che la crescita capitalistica comporta, dallo spettacolo di degrado materiale e spirituale che il nostro mondo mostra con evidenza a chiunque voglia vedere.  Lungo questa strada occorrerà affrontare da una parte la violenza dei poteri che si nutrono della degradazione prodotta dallo sviluppo, dall’altra le crisi e gli sconquassi prodotti sia dalla degradazione capitalistica stessa sia dai tentativi di sostituire alla logica necrofila dell’attuale sistema una logica di vita. Nessun risultato è garantito, l’unica certezza è quella della profonda crisi di civiltà e cultura alla quale l’attuale sistema ci sta portando. 

 

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