duchini presa di spuma (1) L' unico modo che ho per cambiare le sorti del tempo.


Posto ora un mio estratto da una lunga intervista di Luigi Tedeschi a Costanzo Preve intitolata: "Precarietà e manipolazione antropologica nell' era del capitalismo assoluto" (dal sito di Arianna Editrice) in cui gli autori mettono bene a fuoco le esigenze  capitalistiche che portano alla   precarizzazione del lavoro – e financo della grammatica elementare dell' esistenza – in particolare della popolazione giovane in tutto il  mondo.


-Preve: La comprensione della condizione giovanile oggi deve partire necessariamente dalla preventiva comprensione della natura specifica della società capitalistica di oggi. Non ci si può certo limitare alla banalità per cui i giovani erano già giovani ed i vecchi, vecchi ai tempi delle piramidi egizie. Occorre capire esattamente che cosa caratterizza storicamente la condizione giovanile oggi, e non in un’inesistente situazione atemporale. La chiave storico-politica per individuare il centro della questione giovanile oggi sta in ciò, che i giovani sono oggi il cuore di un mostruoso esperimento antropologico-sociale, rivolto a farli diventare il soggetto portatore dell’instaurazione e dello sviluppo allargato di un nuovo modello di società capitalistica assoluta ed illimitata, neoliberale, globalizzata, postborghese e postproletaria, oltre che ovviamente postfascista e postcomunista, in cui “destra” e “sinistra” cessino integralmente di essere categorie in qualche modo ancora politiche, per essere soltanto attrattori culturali e simbolici, ed in quanto tali interamente manipolati dal sistema pubblicitario e mediatico.

Delle tre età della vita (giovani, persone di mezza età ed anziani) i giovani sono i soli che possonobiologicamente sopportare lo stress fisico e l’incertezza psicologica di un generalizzato lavoro flessibile,precario ed instabile. Le persone di mezza età e gli anziani non potrebbero fisicamente sopportarlo, ed inoltre sono stati abituati ai cosiddetti “trenta anni gloriosi” di cui parla Hobsbawm (1945-1975), caratterizzati
invece da una prospettiva generalizzata di lavoro stabile e sicuro, sia pure quasi sempre “alienato” e “fordista”. Per poter instaurare antropologicamente, e non solo “economicamente” (l’analisi economica priva di dimensione antropologica e di riflessione storico-filosofica è infatti quasi sempre vuota e fuorviante) questo nuovo modello di capitalismo assoluto, neoliberale, postborghese, postproletario, deideologizzato, ultra-atomistico, globalizzato, eccetera, bisogna far leva su di una classe di età che ne possa sopportare biologicamente i costi spaventosi.

La produzione interamente “biopolitica” (ed è allora questa la vera “biopolitica”, non quella di cui parlano i corrottissimi ceti intellettuali universitari delle facoltà di filosofia) di questa base antropologica flessibile  e precaria è quindi rivolta ai giovani, ed è allora questa, e non altra, la questione giovanile oggi. Rendere flessibile e precaria la condizione giovanile presuppone peraltro la distruzione de facto di due istituzioni(millenaria la prima, secolare la seconda), e cioè la famiglia e la scuola. Sia la famiglia che la scuola, infatti, sono istituzioni commisurate a progetti di vita globale e permanente, caratterizzati dalla continuità sentimentale, sessuale, professionale, ecc.. Incompatibili, quindi, con la generalizzazione dell’incertezza, della precarietà e della flessibilità. Il crollo tragicomico della cosiddetta “cultura di sinistra” negli anni più recenti sta infatti in ciò, che questi deficienti “il termine è pesante, ma quando ci vuole ci vuole!” da un lato si dichiarano contro il lavoro flessibile e precario, e dall’altro fanno tutto il possibile per delegittimare e distruggere sia la famiglia che la scuola, e cioè proprio istituzioni omogenee culturalmente e biologicamente ad una struttura sociale e lavorativa non flessibile e non precaria.

-Tedeschi:  La condizione giovanile contemporanea è indissolubilmente legata alla precarietà. Oggi si è infatti eternamente precari nel lavoro, nella vita sociale, della vita affettiva, in un mondo che ha costruito la propria vita sugli impulsi effimeri del consumismo globalizzato. C’è oggi il concreto pericolo che questa precarietà immanente sia vissuta dai giovani non come condizione alienante, ma come naturale dimensione umana. I giovani infatti hanno assimilato sin dall’infanzia questo modo di esistere e, poiché sono assenti dalla loro esperienza vissuta valori e dimensioni sociali diverse, la loro psicologia e le loro scelte di vita potrebbero essere costruite su questa “liquida” precarietà immanente. Il vuoto di memoria storica è evidente, così come è condannabile senza appello l’influenza esercitata su di loro dalle generazioni precedenti, che hanno sradicato in se stessi, prima che nei propri figli, qualunque valore identitario trascendente la realtà effimera del presente.

Vero è anche il fatto che la fine del secolo ideologico e la storicizzazione del novecento ha stornato dalla mente dei giovani pregiudizi fideistici generatori di false e astratte interpretazioni della realtà storica passata e presente. Tuttavia è viva l’esigenza di una nuova e obiettiva visione della realtà che prescinda sia dal pregiudizio ideologico che dalla attuale precarietà esistenziale permanente. Il problema fondamentale è quello però di suscitare nei giovani un senso critico che determini una fase di rottura con la “metafisica del mercato” dell’ economicismo consumista, alla luca delle idee guida della cultura europea, quali l’ universalismo filosofico e la dimensione comunitaria dell’esistenza. E’ un compito difficile, ma la rottura delle giovani generazioni con l’eterno presente, è l’unica speranza possibile, dato che è da tutti constatabile il fallimento delle generazioni ideologizzate precedenti, il cui peccato irredimibile è quello di non avere rappresentato un modello di ispirazione credibile per i giovani.

-Preve: La formulazione di questa tua domanda contiene tutti gli elementi indispensabili per disegnare i termini essenziali di una prima ipotesi sui caratteri storico-sociali determinati della questione giovanile come si presenta oggi non in uno spazio-tempo astratto, ma nelle nostre società ultracapitalistiche postborghesi e postproletarie, globalizzate e neoiberali. Per questa ragione mi sarà facile compiere una breve ricapitolazione.

In primo luogo, il cuore di tutta la questione, già da me segnalato in una precedente risposta, sta nel “concreto pericolo che questa precarietà immanente sia vissuta dai giovani non come condizione alienante, ma come naturale dimensione umana”. È infatti proprio così. Il nuovo capitalismo assoluto sa bene che la vera vittoria finale, o quanto meno una vittoria di lungo periodo e non solo provvisoria e congiunturale, non può aversi sul terreno dell’economia e della sociologia, e neppure su quello della geopolitica e della potenza militare, ma solo su quello dell’antropologia sociale diffusa, e cioè sul terreno che alcuni filosofi hanno definito della grammatica delle forme di vita e della colonizzazione della vita quotidiana.

Il punto più alto in assoluto della tradizione marxista indipendente del novecento (non parlo certamente degli apparati ideologici dei partiti comunisti diretti da veri e propri briganti nichilisti), e cioè il filosofo Lukács (1885-1971), ha individuato nel cosiddetto “rispecchiamento quotidiano” la base ontologico-sociale su cui viene edificato poi l’insieme di rapporti sociali. È vero che questa geniale individuazione avveniva purtroppo ancora all’ interno di un involucro ideologico marxista tradizionale a mio avviso oggi ormai obsoleto, in quanto interno ad una fase ancora borghese-proletaria (e non postborghese e postproletaria) del capitalismo, ma tuttavia si era già colto il centro del problema.

Ed il centro del problema sta in ciò, che la strategia immanente del sistema non è più incentrata sullacolonizzazione sociologica, e cioè sul cosiddetto nesso di imborghesimento del proletariato/proletarizzazione della borghesia, ma sulla manipolazione antropologica, in modo da trasformare la precarietà – come tu dici – in una naturale dimensione umana. I giovani sono quindi il naturale oggetto di questa sperimentazione sociologica, che è partita dagli USA per poi approdare in Europa e giungere oggi alle cosiddette “società tradizionali”, mondo musulmano, India, Cina, eccetera. La questione del corpo femminile in Afghanistan diventa altrettanto importante di quanto lo sia impiantare un’ ennesima base missilistica USA. Scoprire il sedere delle giovani donne iraniane diventa un obiettivo bellico così come le centrali nucleari di raffreddamento. Questo, ovviamente, è del tutto fuori della comprensione sia delle nostre “destre” che delle nostre “sinistre”.

Tutto deve diventare flessibile, il lavoro, la professione, il sesso, eccetera. Tutto deve diventare funzione esclusiva del potere d’acquisto del mercato assoluto. Quando l’economia di mercato sarà diventata società di mercato (ed a te certo non sfugge la differenza fra i due termini), allora questo mostruoso esperimento antropologico potrebbe vincere, come nei più terrificanti scenari della fantascienza horror. E tuttavia non credo che ce la faranno. Mentre infatti non ho mai avuto molta fiducia nei cosiddetti poteri salvifici della classe salariata, operaia e proletaria, ne ho sempre avuta di più nella capacità di resistenza della natura umana. Ho sempre fondato il mio irripetibile “comunismo” in Spinosa ed in Aristotele, e non certo in Panzieri ed in Negri.

In secondo luogo, concordo sul fatto che la presa d’atto del “fallimento delle generazioni ideologizzate precedenti” deve diventare sempre di più il punto di partenza per riformulare i termini essenziali di una“rifondazione”. Ma la dissoluzione, ridicola e vergognosa, del cosiddetto partito della rifondazione comunista italiana, che si sta fortunatamente compiendo sotto gli occhi di tutti in questo afoso luglio 2008, fra brogli, congressi truccati, cammellaggi di falsi iscritti, tentativi golpisti del narcisista borderline Bertinotti di sciogliere il suo partitino in una melma arcobaleno, eccetera, deve farci capire che non si tratta tanto di “rifondare” il comunismo partitico, a mio avviso ormai superato dalla stessa “storia” su cui aveva incautamente puntato tutte le sue carte (ma chi di storia ferisce di storia perisce), quanto di riformulare il vecchio eterno problema di una buona vita (il greco eu zen) nei confronti di un sistema smisurato (apeiron, aoriston) in cui la crematistica sta rendendo impossibile la progettazione di una vita sensata.

In quanto ai problemi dell’utopia, o più esattamente di come impedire il più possibile l’ideologizzazione dell’utopia stessa, bisognerà parlarne in modo più analitico in un’altra occasione. Essa certamente non mancherà nel prossimo futuro. Dopo circa quarant’anni (1968-2008)  l’apparato ideologico-antropologico sessantottino ha smesso – come tu dici – di “rappresentare un modello di ispirazione credibile per i giovani”. Speriamo proprio che sia così.
 

Annunci