Siamo imprigionati nelle catene del debito che sono saldamente impugnate dalle tante concentrazioni di capitale  che proprio da quando – ricordando Nixon nel '71 che annulla unilateralmente gli accordi di Bretton Woods del '44 -l' emissione della liquidità è slegata da un parametro reale – com'erano le riserve in oro, pur sempre estraibile e quindi incrementabile, ma non infinito – hanno potuto ingigantirsi e sostenere  la fantasmagorica accellerazione capitalistica che ci ha qui condotti, forzando le tappe dello sviluppo consumistico e tecnologico. Ma, come aveva capito bene Marx  (scusatemi se mi rifaccio continuamente a lui, ma ancor oggi è la migliore teoria generale del capitalismo di cui dispongo, sebbene sia stato a lungo offuscato nella lettura dall' ambito politico marxista-leninista – che sta a Marx come il diavolo all' acqua santa ) l' accumulo capitalista vuole già come presupposto il suo essere puro capitale che genera altro capitale . Il ciclo industriale da questo discende, non il contrario. Detto questo, il consumo e produzione di merci ha comunque un parametro solidamente analogico e limitato che un economia -digitale- basata sull' emissione di liquidità -virtuale- (e reciprocamente di debito) non contempla. Ma non ingannatevi: questa terza fase del capitalismo non è altra cosa dalla seconda, quella del capitalismo industriale. Le fregnacce di questi giorni sugli speculatori è questa verità che occultano.

Ma, sia come sia, ci rimane da chiederci: Che fare ?

Per me è smascherare l' economicismo e il suo mito – la crescita illimitata -, tanto per iniziare, cosa che anche il senso comune – financo quello! fiaccato dal martellamento riguardo a un libero mercato che si pone (escludendo così la politica) come unica governance in grado di farci mantenere questo livello di vita ( vita che si fa schifosa in quanto si auto-definisce qualità della vita)- ogni tanto, tramite il sarcasmo popolare,  riusciva a irridere. 

E'  prendere le distanze da un certo laicismo, che, pur comprendendone le necessità storiche che lo generarono duecento anni fa, oggi, secolarizzato, va a sostenere il dissipante modello antropologico che il capitalismo totale  impone e che gli è funzionale – quello della precarietà fatta condizione normale della relazione.

In una parola: politicizzare quello che oggi viene postulato come chance, scelta individuale, stile di vita. Riderne, farne dialettica, rovesciare un progetto disumano nel suo contrario.

Pubblicato su Estate di San Martino
 

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