Manca un elemento allo scenario presente, così tragicamente presente: la ribellione giovanile. I tempi la richiederebbero, ma le generazioni ultime, ridotte a orde di bamboccioni consumisti, sembrano, al di fuori di sparuti gruppi di comparse con velleità da primedonne, non reagire. Esplicativo questo paragrafo che copio sotto, estratto da una più vasta conversazione fra il Professore Costanzo Preve a colloquio con Luigi Tedeschi dal titolo: " Scuola: un laboratorio di sperimentazione sociologica ", da leggersi anche in merito all' attacco che sia la cultura libertaria che quella liberista -convergendo nell' avvento della società dei consumi- hanno portato alle istituzioni quotidiane e simboliche della scuola e della famiglia.


Tedeschi: Nelle scuole, come nelle università, è scomparsa la ribellione. La ribellione dei giovani, fenomeno congenito all’età adolescenziale, sembra essersi ormai ridotto a manifestazioni quasi folkloristiche, evocatrici di un passato ideologico ormai estinto e assente nella cultura delle nuove generazioni. Sembra inoltre ormai in decadenza la naturale contrapposizione giovani – adulti. Questi infatti sono oggi due mondi tra cui è impossibile la comunicazione. Quando non c’è comunicazione non può esserci né odio né amore. La società contemporanea ha risolto la questione giovanile (già propria delle problematiche sociali del ‘900), attraverso la sua rimozione. Ci si può infatti ribellare alle istituzioni di una società ingiusta e ormai fuori del tempo, se si hanno prospettive di trasformazione e ideali da realizzare in un futuro storico più o meno lontano. L’assenza di una cultura portatrice di valori etici e/o spirituali, porta necessariamente all’accettazione supina delle condizioni del presente storico, subendone le conseguenze, come una sorta di necessità fatalistica. L’omologazione sociale già paventata negli anni della contestazione giovanile è giunta dopo quasi due generazioni al suo compimento. In realtà, tale vuoto di prospettive ha le sue radici nel processo di deresponsabilizzazione e decolpevolizzazione dei giovani perseguito nell’istituzione scolastica nell’ultimo quarantennio. Si è deresponsabilizzato il giovane sin dalla prima età scolare, facendo ricorso ad un facile psicologismo che rovesciasse le responsabilità individuali su di una indefinita e astratta società, si è decolpevolizzato ogni comportamento asociale attribuendone la colpa agli insegnati e alla famiglia, visti come istituzioni autoritarie, relitti di una società arcaica, liberticida e repressiva. Ogni prospettiva di cambiamento è stata annullata formando personalità deboli, recidendo ogni legame con le radici culturali europee e ogni continuità storica con il ‘900, inoculando nei giovani massicce dosi di senso di colpa collettivo (vedi olocausto, colonialismo ecc…). In tale contesto, venendo meno le basi culturali ed una educazione alla autodisciplina e al senso critico, si sono sradicate addirittura le basi antropologiche di ogni possibile sano ribellismo, per quanto velleitario, che potesse manifestarsi nelle scuole e nelle università, proprio in virtù della presa di coscienza, acquisita attraverso la cultura, della propria condizione e del proprio ruolo nella storia e nella società in cui una nuova generazione è chiamata a vivere ed operare.             

Preve: Sono d’accordo con la tua affermazione, per cui ci deve essere un rapporto, sia pure non immediatamente evidente ad occhio nudo, fra la progressiva deresponsabilizzazione educativa e familiare dei giovani ed il contestuale progressivo indebolirsi ed affievolirsi della ribellione dei giovani stessi, fenomeno certamente in parte fisiologico, ma anche storico, perché i movimenti di massa giovanili sono spesso stati dei veri e propri barometri e segnalatori di sommovimenti sociali complessivi.
Per chi è stato interno per decenni alla cultura di sinistra, questo fenomeno appare chiaro come il cristallo. Dal vecchio marxiano “Proletari di tutto il mondo unitevi!” si era infatti passati al “Hai ucciso tua nonna per rubargli la pensione? La colpa in definitiva non è tua, ma è della società”. Chi ha ceduto (e due generazioni di idioti lo hanno creduto) che responsabilizzando unicamente la società si sarebbe ottenuto il risultato di concentrare l’attività ribellistica dei giovani contro la società stessa (e le sue innegabili e peraltro sempre crescenti ingiustizie), si trova ora con un cerino spento in mano, come l’imbecille che ha appena segato il ramo d’albero in cui era seduto. Deresponsabilizzando del tutto l’individuo per i cosiddetti “mali sociali” alla fine si è finito con il deresponsabilizzare congiuntamente anche l’istanza soggettiva razionale responsabile dell’individuo stesso. Il deresponsabilizzato non può essere un soggetto militante, ma al massimo un oggetto per psicologi ed assistenti sociali.
Il presupposto storico e filosofico di qualsiasi ribellione giovanile (non mi riferisco a pagliacciate mediatiche in cui gli studenti agiscono come guardia plebea e carne da cannone per la difesa di un modello di università completamente mafioso e corrotto ed in cui ogni meritocrazia è sostituita da cooptazioni familistiche truccate, quasi sempre verticali per i maschi ed orizzontali per le femmine) sta in una unità di sentimenti, passioni ed interessi delle tre classi di età, i giovani, le persone di mezza età e gli anziani, in cui i giovani agiscono da avanguardia storico-biologica di tutte e tre le classi di età. Ed è appunto questo che oggi è messo fortemente in discussione.
In tutti i periodi storici, fin dal tempo del paleolitico, le tre classi di età hanno teso a costruire gruppi culturali separati, in cui i riti di passaggio ed i riti funerari hanno sempre giocato un ruolo simbolico di mantenimento della comunità (pensiamo agli antichi egizi). E tuttavia, al di là della separatezza delle tre classi di età, esisteva il presupposto della comunità unitaria da riprodurre. Con lo sviluppo della individualizzazione atomistica estrema tutto questo viene meno. L’individuo diventa così talmente ipertrofico da svuotare il significato dell’educazione, l’etica del lavoro e la stessa ritualizzazione della morte. Il giovane è semplicemente un vecchio sano, ed il vecchio un giovane malato.
È bene capire che il controllo sociale complessivo da parte delle oligarchie dominanti non avviene più secondo le modalità prevalenti nel novecento, in cui le oligarchie controllavano l’insieme sociale con il metodo del divide et impera, contrapponendo gli interessi collettivi della classe operaia e dei braccianti agricoli (da cui socialismo, comunismo, fascismo, eccetera). Oggi il controllo avviene indirettamente attraverso lo sviluppo dell’impotenza sociale, per cui tutti indistintamente i membri della società – non importa se provenienti dalla vecchia piccola borghesia o dal vecchio proletariato – si sentono egualmente impotenti a cambiare le cose. La stessa fine del mondo diventa più visualizzabile e rappresentabile di un cambiamento radicale della società in cui si vive, che è diventata ormai una società dell’impotenza sociale permanente. E come si può resistere di fronte ad una entità così sfuggente e nello stesso tempo così onnipotente come la globalizzazione?
Tu affermi che la società contemporanea ha risolto la questione giovanile attraverso la sua rimozione. Affermazione esatta, ma da integrare. Il giovane è superficialmente onnipresente, attraverso l’ostensione televisiva dei muscoli del calciatore e/o delle chiappe delle veline, o attraverso i continui borborigmi sul bullismo e la cosiddetta “mancanza di valori”. Ma è appunto presente come presenza fisico-biologica socialmente del tutto impotente, a partire dalla Madre di Tutte le Impotenze, l’incapacità sociale di risolvere il problema dei problemi, il lavoro flessibile e precario. Mi ero sbagliato. Non viviamo in una società dell’impotenza, ma in una società della vergogna.

 

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