Non si comprende il successo dell’ideologia neoliberista se non si rammenta questa temperie politica e culturale, ma anche se non si afferra l’orizzonte progettuale che esso è stato in grado di offrire in quella fase storica. Aggiungiamo, che, a cascata, l’iniziativa della destra ha conseguito successi su successi, ad esempio trascinandosi dietro la grande massa degli «intellettuali organici» del secondo Novecento: gli economisti. Questi nuovi ideologi della crescita non solo si sono moltiplicati a dismisura, si sono insediati in tutti i gangli di potere della società attuale (governi, Banche, Fmi, Banca Mondiale, centri studi, università…) ma hanno creato un nuovo dominio ideologico, quello che io chiamo l’«aristotelismo economicistico» della nostra epoca. Essi hanno elaborato ed imposto l’economia capitalistica come un principio di realtà, la crescita come condizione ineliminabile dell’avanzare della storia umana.

Nella congiuntura storica che abbiamo molto schematicamente tratteggiato, i partiti storici della sinistra si sono trovati intrappolati. Essi non solo non disponevano di nuove strumentazioni teoriche per rispondere alla sfida che avevano di fronte, ma addirittura si trovavano obiettivamente nella stessa traiettoria degli avversari. Non chiedevano i vecchi partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici dell’Occidente lo sviluppo economico sempre più ampio per poter redistribuire la ricchezza? Ebbene, qual’era in quella fase la via migliore, la più efficace, quella di un potenziamento dello Stato sociale, che frenava l’economia e creava inflazione , o quello di liberare le forze produttive da lacci e lacciuoli per far riprendere la corsa dello sviluppo?
Il fatto che gli ex partiti operai e popolari abbiano a un certo punto fatto proprio il punto di vista e addirittura l’orizzonte strategico dell’avversario è infatti l’altro grande passaggio che spiega molte cose del presente. Risponde a molte delle domande che Viale formula. Dal momento che quei partiti non si pongono più il problema di rappresentare gli interessi della classe operaia, essi sono spinti a cercare il loro consenso dappertutto, diventano, per dirla con le parole del politologo tedesco Otto Kircheimer, «partiti pigliatutto». Da quel momento non serve più la militanza, il partito dotato di insediamento territoriale, faticoso da gestire. Serve un strumento agile, capace di lanciare continui messaggi pubblicitari rivolti indistintamente ai cittadini ridotti a elettori. Possibilmente guidato da un capo, che ha elevate capacità comunicative, nell’epoca in cui la televisione è diventato il mezzo principe della lotta politica. In Italia Massimo D’Alema ha incarnato alla perfezione questa metamorfosi con risultati di fallimento che oggi dovrebbero far parte di un sereno e definitivo bilancio storico.

Se non riflettiamo bene su questa radicale trasformazione della politica, dei suoi mezzi, dei suoi linguaggi, delle sue simbologie ci perdiamo un tratto fondamentale della trasformazione culturale in cui siamo immersi. Come aveva lucidamente previsto Guy Debord, la politica è stata fagocitata nella società dello spettacolo. Spettacolo che è un settore dell’industria dell’intrattenimento, vale a dire un segmento del capitale. Dunque gli strumenti della rappresentanza sono finiti nel tritatutto dell’industria capitalistica. Gli strumenti della democrazia rappresentativa trasformati in ingranaggi della macchina economica. E in questo l’Italia diventa un caso da laboratorio: perché un capitalista, Berlusconi, un capitano d’industria della società dello spettacolo, diventa anche presidente del consiglio. Il capitale che si mangia la politica e la subordina ai suoi voleri conosce una incarnazione personale potremmo dire perfetta.Stentiamo a riconoscerlo: ma la politica, che aveva incarnato per decenni e per milioni di uomini, un modo di vivere e di interpretare il proprio tempo, un progetto di speranza collettiva è degradata a mera finzione spettacolare. Una stella polare che indicava una via e dava senso alla storia è stata cancellata dall’orizzonte. Va ricordato a questo proposito che il dilagare ossessivo dell’ideologia mercatistica, l’illusione di affidare al libero mercato la soluzione di tutti i problemi sociali, ha colpito al cuore una delle grandi conquiste della civiltà politica europea: la figura e la nozione di «interesse generale». Nelle nuova vulgata questo è stato affidato allo spontaneo ricomporsi degli egoismi individuali, all’ hobbesiano homo homini lupus, che si sarebbe ricomposto in una superiore armonia sociale grazie alla sua intrinseca logica competitiva. Si è trattato di una delle più colossali sciocchezze ideologiche circolate nel dibattito pubblico in tutta l’età contemporanea.

Ma l’esaltazione degli interessi individuali, dell’egoismo del singolo come motore di progresso, che ha colpito ovunque lo spirito pubblico dei diversi paesi e devastato la politica, in Italia ha avuto effetti particolarmente perversi. Nel nostro Paese, dove lo Stato-Nazione è non solo di recente formazione [come la Germania], ma soprattutto fragile per varie ragioni che qui non si possono spiegare, i grandi partiti di massa avevano surrogato la debole identità nazionale degli italiani. Risucchiati i partiti nella macchina dello sviluppo, nel giro di 10-15 anni, i nostri concittadini sono stati privati di gran parte degli antichi punti di riferimento. E nella confusione e nel risentimento generale l’individuazione di un capro espiatorio, la scoperta di un nemico – la massa dei disperati che si rifugiano nelle nostre città e campagne – può rappresentare perversamente, per molti, un segnale di orientamento e di senso. Non si comprende dunque la scadente qualità dello spirito pubblico che ha segnato tanti ambiti della vita italiana senza considerare queste trasformazioni.
 



Capoverso estratto dall' articolo " Ma T.I.N.A non ha vinto" dello stesso autore apparso sulla rivista Carta.org, all' interno di una articolata discussione, che potrete trovare sul sito, dal titolo " La dittatura dell' ignoranza".

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