Posto ora una lunga dissertazione, di cui questa è solo l' introduzione, del filosofo Costanzo Preve, sempre più presente in questo blog: mi pare uno dei pochissimi che "pensa da se stesso", come dirà lui stesso più avanti, forse schernendosi. Si affronterà, disvelandone le reali funzionalità, le categorie ideologiche sottese ai multi che ci affliggono. Pubblicherò un pezzetto alla volta. Per ragioni di spazio uso una dimensione del carattere molto piccola, ma potete usare lo zoom per una lettura agevole. Questo testo,  rintracciabile per intero qui, sia integrazione e insuperabile approfondimento di un mio confuso commento lasciato ieri qui. 



Vi è oggi un’ampia discussione, sia pure giornalistica, manipolata e superficiale, su un nodo di “multi” : il multirazziale, il multi religioso, il multietnico, il multinazionale ed il multiculturale. Si tratta di ben cinque “multi”, variamente intrecciati ma anche separabili analiticamente per poterli discutere ed analizzare meglio. Bisogna prima di tutto sapere che si tratta dello scenario di un inganno e di una manipolazione. E allora lasciamo discutere Maroni e Berlusconi, i vescovi ed i preti, gli editorialisti virtuosi strapagati ed i negozianti sull’orlo del fallimento. Ancora una volta, seguiamo l’aureo detto del grande Hegel: «Nello studio la via regia ultima è pensare da se stessi». E non vi è alcun dubbio che in questo mio studio ho cercato di pensare da me stesso. Il lettore potrà essere d’accordo oppure – come è più probabile – in disaccordo. Ma una cosa è sicura. Che quanto qui ho scritto l’ho pensato da me stesso.

1. Introduzione. I “molti” che si nascondono dietro l’Uno. La realtà confezionata dalle oligarchie a misura dello sradicamento degli intellettuali

Spesso per affrontare il problema della definizione di un concetto è sufficiente rivolgersi alla lessicografia. Se apriamo il Devoto-Oli, il termine “multietnicità” è definito come “il riconoscimento e la valorizzazione di differenti componenti etniche all’interno di una comunità”. E che cos’è invece un’etnia? Un’etnia è “un aggruppamento fondato sulla forte affinità di caratteri fisico-somatici, culturali, linguistici, eccetera”. Io sono un lettore accanito e sistematico di vocabolari, in specie etimologici, perché ho sempre pensato che buona parte della filosofia non è altro che elaborazione storica a partire da una etimologia originaria, modificatasi sulla base degli sviluppi dei marxiani rapporti sociali di produzione, sviluppi che stanno alla base della genesi delle ideologie e di quel raffinato metodo storico, da me ampiamente coltivato, che si chiama deduzione sociale delle stesse categorie del pensiero. Questa volta, però, il Devoto-Oli non ci aiuta. E non ci aiuta perché i due buoni lessicografi non si immaginano neppure che i significati semantici dei termini sono sempre subordinati alla manipolazione ideologica dei termini stessi. E questo, appunto, è il problema.

Quando chiesero a Gandhi che cosa pensava della Civiltà occidentale, lui rispose cautamente che poteva essere una buona idea. Per stare fermi alla sua espressione, io penso invece che sia una cattiva idea. Magari non pessima come quella di una società di cannibali e di sacrifici umani rituali ma comunque una cattiva idea. E tuttavia, per non limitarci a buttare lì questa impegnativa valutazione senza discuterla ulteriormente, bisognerà pur sempre motivarla brevemente. Per poterlo fare bisognerà fare prima una breve storia dell’Uno; seguire la dialettica storica dell’Uno dal cielo alla terra o, se si vuole, in linguaggio filosofico dalla trascendenza all’immanenza; percorrerne la parabola dalla legittimazione religiosa a quella economica; indagare spregiudicatamente il passaggio da sacerdoti ad intellettuali; ed infine in conclusione constatare il rovesciamento dialettico del progressismo in narcisismo, accompagnato dalla deriva dell’impegno in sradicamento, e quindi del ceto intellettuale dall’egemonia degli impegnati alla egemonia degli sradicati. Alla fine si avrà la chiave interpretativa della attuale triplice gestione (ceto politico privo di coscienza infelice ed interamente professionalizzato, circo mediatico del quotidiano spettacolo manipolato, clero universitario sradicato) dei cinque “ismi molteplici” da discutere (multirazziale, multireligioso, multietnico, multinazionale e multiculturale). Il lettore abbia pazienza se sarò necessariamente sintetico per ragioni di spazio. Da tempo sono rassegnato a non essere letto e a non essere creduto, per cui sono caduto in quella particolare patologiaparanoico-depressiva consistente nel non fare neppure più attenzione alla forma espositiva, esoprattutto alla citatologia di sostegno.

Pur all’interno del pluralismo empirico immediato delle loro esperienze sociali e comunitarie – pluralismo empirico che provocò le prime forme politeistiche di culto (animali totemici, eccetera) – gliuomini ben presto approdarono in modo evolutivo ad un’unificazione simbolica del mondo naturale e sociale che prese spontaneamente la forma di Dio. È curioso che i sostenitori fanatici dell’Evoluzionismo, interpretato come argomento principe in favore dell’ateismo, non si rendano conto che è esistito anche e soprattutto un evoluzionismo nel campo della filosofia la cui struttura portante è stata il passaggio dai Molti (animali totemici, forze naturali, caratteristiche psicologiche differenziate) all’Uno. E questo Uno, in un primo momento, non poteva essere che Dio. Qui si vede subito la sostanziale erroneità di chi interpreta il concetto unificato di Dio in termini di ignoranza, di superstizione, di inganno dei preti, di copertura alla divisione in classi di sfruttatori e sfruttati, eccetera.

Non nego che queste quattro forme siano state più o meno presenti in forma mescolata, ma l’essenziale è un altro, e cioè la necessaria unificazione simbolica della sintesi sociale in un unico concetto di Uno. L’Uno, infatti, è la necessaria rappresentazione (Vorstellung) dell’assoluto dell’unità sociale o, se si vuole, l’identificazione di Dio e della Natura, e cioè di un Microcosmo sociale e di un Microcosmo naturale. Chi conosce la storia della filosofia si renderà agevolmente conto che preferisco la soluzione data al problema da Spinoza e da Hegel piuttosto della pur onorevole soluzione dell’Umanesimo ateo (Feuerbach, Marx, Sartre, eccetera), o dell’altrettanto onorevole applicazione alla teologia della Metafisica di Aristotele (Averroè, Tommaso d’Aquino, eccetera).

Per non farla troppo lunga, l’unificazione simbolico monoteistico-trascendente della sintesi sociale comunitaria umana, in cui l’Uno è comunque sempre Dio (e poco importa se teista, deista o panteista, dimostrabile oppure indimostrabile, oggetto di fede oppure di ragione, eccetera), dura fino a quando non nasce una Nuova Religione, materialmente e socialmente in grado di sostituire la precedente nella sua funzione sociale di raddoppiamento della unitarietà della sintesi sociale. Per nuova religione, tuttavia (lo dico subito per chiarire ogni possibile pittoresco equivoco), non intendo affatto il cosiddetto passaggio dal Politeismo al Monoteismo (lo stesso politeismo – vedi i due esempi greco ed indiano – è sempre orientato ad una unificazione filosofico-astratta della divinità, che si esprime in numerose manifestazioni apparentemente – ma solo apparentemente – pluralistiche), e neppure le successioni di ebraismo, cristianesimo ed islam. Per nuova religione intendo esclusivamente la nuova ed inedita legittimazione terrestre ed immanente della Società su sé stessa, sulla base della nuova Trinità Idolatrica Economia-Storia-Scienza (l’ordine non è storico, perché se fosse storico dovrebbe essere invertito, ma logico, e cioè in ordine d’importanza). Il passaggio dalla vecchia alla nuova religione conserva unicamente un solo elemento della vecchia, e cioè l’Uno. Non è infatti assolutamente vero, infatti, che si passi dal Monoteismo al Politeismo dei valori, come ritengono i confusionari seguaci del martellatore Nietzsche oppure del suo traduttore in linguaggio universitario moderato politicamente corretto, e cioè Max Weber. Non è vero per niente.

L’Uno, e cioè la legittimazione monoteistica della Società, resta assolutamente intatto, ma semplicemente passa dalla Trinità cristiana (Padre-Figlio-Spirito Santo), in cui Hegel vide correttamente la forma simbolica del movimento dialettico dell’autocoscienza storica (In Sé-Fuori di Sé-Per sé), alla nuova Trinità capitalistica, e cioè Economia (fondata su se stessa al di fuori di ogni fondazione filosofica e politica esterna, tipo diritto naturale e contratto sociale), Storia (e cioè radicale immanentizzazione dello scorrimento del tempo, unificato sotto la categoria ideologico-inesistente di Progresso), ed infine Scienza, concepita non come una legittima ideazione umana per la conoscenza della Natura (e solo della Natura, intellettualisticamente pensata come esterna e precedente la Comunità umana), ma come unica forma conoscitiva valida del mondo, tribunale supremo ed inappellabile di qualsiasi pretesa di valutazione sociale delle cose.

L’Uno, come si vede, rimane, ma rimane in forma pienamente idolatrica, nella forma, già preannunciata dal testo biblico veterotestamentario, del Vitello d’Oro. Ma siccome gli antichi greci si mangiavano in insalata gli antichi ebrei in elaborazione filosofica, la filosofia greca classica non si limitò ad evocare simbolicamente il Vitello d’Oro, ma scese nel merito razionale delle ragioni della dissoluzione crematistica della Comunità, di come il suo fattore più importante fosse l’infinito-indeterminato del potere e del denaro (apeiron), e di come questo richiedesse un freno (katechon), e di come questo freno fosse la capacità di ripartizione armonica delle ricchezze e del potere su base aritmetico-geometrica (logos).

Il moderno capitalismo occidentale, per dirla con Gandhi, non è una buona idea, perché ha trasformato l’Uno in dominio crematistico unificato ed incontrollato. L’Uno resta, appunto, ma rovesciato. Dal momento che i vecchi sacerdoti dell’Uno trascendente hanno perduto ogni potere ed autorità di legittimazione sociale (se non ancora in alcuni benemeriti paesi residui, tipo l’Iran, ma non è ancora chiaro per quanto tempo ancora), e sono stati derubricati ad assistenti sociali e/o a moralisti pedanti e del tutto impotenti, è del tutto evidente che i cosiddetti “intellettuali” ne sono divenuti gli eredi. Per questa ragione il termine “intellettuale” non deve essere esteso e retrodatato a quando era ancora in funzione la legittimazione religiosa della società (e per questo Dante o Machiavelli non erano assolutamente “intellettuali“), ma deve essere impiegato a partire da quando questa legittimazione religiosa diventa marginale, viene “liberalizzata” (il che significa che non conta più niente – le cose che contano non vengono mai liberalizzate – ad esempio oggi la negazione dell’Olocausto ebraico –peraltro realmente avvenuto – o la denuncia della sanguinosa impostura dei cosiddetti “diritti umani”), e con questo privata di qualsivoglia efficacia.

Gli intellettuali sono i sacerdoti del progresso e della modernità, e quindi sono automaticamente soltanto di “sinistra“. I cosiddetti intellettuali di “destra“ non esistono, in quanto sono un gruppo ereticale, e quindi non sacerdotale, di non-credenti nel progresso e nella modernità. Nella loro prima fase evolutiva, gli intellettuali (i cui principali Padri della Chiesa sono Voltaire e Kant) sono i sacerdoti della fede nel Progresso e nella Modernità, e praticano il cosiddetto Impegno, equivalente laicizzato della Carità cristiana e musulmana. Ad un certo punto, però, insorge il Dubbio, che non li porta ovviamente a dubitare di Dio (in cui non avevano mai creduto), ma a dubitare del Progresso (per cui si attaccano a tutto, da Nietzsche a Lyotard). Il progressismo si rovescia quindi in narcisismo, e l’impegno in sradicamento.

Nell’attuale fase, lo sradicamento degli intellettuali si esprime nella generalizzata contestazione dell’idea di Verità, vista come pericoloso strumento ideologico di legittimazione retorica della coercizione, nella preferenza per il Relativismo, visto come cornice dell’arbitrio individualistico più assoluto, ed infine nel Nichilismo non tanto come negazione dell’ontologia, ma come Ontologia Rovesciata, in quanto il Nulla, da contestazione prometeica dell’ordine contestato (prima fase nicciana, seconda fase heideggeriana), diventa nuovo principio di legittimazione dell’individualismo più scatenato. L’individualismo è quindi il fondamento non solo psicologico (narcisismo), ma ontologico (relativismo nichilistico) del nuovo occidentalismo crematistico senza confini. Oggi l’Uno è questo, o meglio soltanto questo. Questo Uno sociale, sempre per dirla con Gandhi, non è affatto una buona idea, ed è anzi una pessima idea. Esso pone il valore di scambio, ed il differenziato potere di acquisto e di accesso che comporta l’appropriazione privata del valore d’uso (il termine “privato“ deve essere declinato in modo transitivo, e cioè che “priva“ altra gente, mentre originariamente era un verbo passivo, in quanto il “privato“ era l’individuo privato dell’accesso tribale-comunitario all’ager publicus), come unico fondamento della società. Oggi l’Uno è per ora questo, e soltanto questo.

Domani chissà. Toccherà anche a noi (o più esattamente ai nostri discendenti, per il presente non nutro molte speranze) cambiare le cose. Ma ora mostriamo come l’Uno, per ingannare meglio, si nasconda ipocritamente dietro i molti, anzi i “multi“.

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