2. La società multirazziale. Genesi classista e proprietaria dell’ideologia razzista ed unità filosofica del genere umano.

Il modo politicamente corretto tradizionale di affrontare oggi il concetto di Razza è quello di affermare virtuosamente che si tratta di un Pregiudizio, a vari livelli di pericolosità. Si va da un minimo di pericolosità fastidiosa ma sostanzialmente innocua (i negri sono più dotati per il bello che per lo studio), fino ad un grado di pericolosità estrema e criminale (gli ebrei sono una razza maledetta che vuole dominare il mondo, e che deve essere annientata). Concordo pienamente sulla pericolosità estrema e sulla infondatezza radicale del pregiudizio razzista, ma mi permetto di osservare che l’insistenza sul suo carattere di pregiudizio è una cattiva medicina per la patologia in questione, in quanto il razzismo non è affatto un pre-giudizio ma, semmai, un post-giudizio, legato ad un’altra questione fondante da cui deriva, e cioè alla proprietà privata dei mezzi di produzione nella fase dell’ “accumulazione primitiva del capitale“, colonialistico prima, ed imperialistico poi. Ma spieghiamoci meglio, perché ne vale proprio la pena.

Giuliano Gliozzi, intelligente filosofo italiano morto prematuramente nel 1991 (e mio caro amico personale), studiò parallelamente la teoria della razza e le teorie della proprietà privata nella cosiddetta modernità, termine universitario manipolato per indicare l’accumulazione capitalistica primitiva dal cinquecento al settecento. Non discuto qui per brevità i particolari dei due libri in cui Gliozzi espose le sue osservazioni, ed invece mi limiterò a riesporle in modo assolutamente personale ed originale. Il mio convincimento può infatti essere brevemente riassunto in questo modo: lungi dall’essere un pregiudizio, il razzismo è a tutti gli effetti un post-giudizio, in quanto avviene dopo che si è preventivamente compreso che può servire da legittimazione per l’impadronimento gratuito di proprietà collettivo-comunitarie, considerate appunto come tipiche di “razze inferiori“, oppure di proprietà finanziarie private, considerate come tipiche di una razza malvagia ed invasiva (gli ebrei, appunto). In entrambi i casi siamo di fronte a post-giudizi, e non a pre-giudizi. Il bambinesco concetto di pre-giudizio, tautologico e moralistico, serve unicamente da cortina fumogena di tipo ideologico per nascondere agli sciocchi ed ai superficiali le radici del razzismo stesso, che stanno in un post-giudizio preceduto da strategie politiche, economiche e militari di impadronimento di proprietà di tipo collettivo-comunitario da trasformare in proprietà feudali (spagnoli, portoghesi), finanziarie (olandesi), individuali (primi coloni americani), o decisamente capitalistiche (impero inglese, ed oggi impero USA e satelliti).

Mi permetto ora una breve parentesi personale. È di moda oggi dare la parola agli scienziati, che avrebbero irrefutabilmente “dimostrato“ su basi biologiche e genetiche che le razze semplicemente non esistono. È quindi scorretto dire che le razze esistono, ma sono invece “eguali“, ed ogni discriminazione è infondata. Mi permetto di non condividere questa ennesima fiducia aprioristica verso i cosiddetti “scienziati“. Cento anni fa erano tutti d’accordo a dire “scientificamente“ che le razze esistevano. Oggi sono tutti d’accordo a dire “scientificamente“ che le razze non esistono. Fra cento anni, in condizioni storiche oggi ancora del tutto imprevedibili, potrebbero diventare tutti d’accordo a sostenere che le razze riesistono. Al di fuori della loro limitatissima specializzazione, alla corporazione degli scienziati personalmente non darei da gestire neppure una cartoleria in un paesino di campagna. Dopo questa scandalosa e politicamente scorrettissima dichiarazione, premetto che anche per me le razze non esistono, e tutti gli uomini sono assolutamente eguali, indipendentemente dai tratti somatici e dal colore della pelle, ma non lo sono certamente per ragioni “scientifiche“, ma per questioni esclusivamente filosofiche (oppure anche religiose, ove la religione venga intesa in termini popolari di filosofia umanistica per le grandi masse). Credo infatti nell’unità filosofica del Genere Umano, e nel primato assoluto dell’Uomo sul denaro, i due elementi che Luca Grecchi definirebbe correttamente come umanesimo e come critica comunitaria alla crematistica. Ho in antipatia ogni tentativo di spezzare sofisticamente questa unità del genere umano, non solo nella forma hard del razzismo del colore della pelle, ma anche nella forma soft del femminismo differenzialistico del cosiddetto gender scelto dall’individuo, in assenza di qualunque natura umana comune di riferimento. Il fatto che la “sinistra“ fischi sonoramente il razzismo ed applauda freneticamente il femminismo di gender non mi riguarda, ma riguarda solo gli ingenui ed i mal consigliati che lo fanno. E con questo, chiudo questa pittoresca ma necessaria parentesi personale.

Torniamo alla dialettica della proprietà, da cui sgorga l razzismo come suo specifico post-giudizio. Iniziamo dall’esame etimologico e filosofico del termine “proprietà privata“. Esso non è affatto ovvio come sembra. Il grande Hegel avrebbe detto che ciò che è noto, in quanto noto, non per questo è già conosciuto. Il termine “proprietà“ non è affatto cattivo o da evitare, in quanto indica correttamente ciò che è “proprio“, e perciò connota singolarmente la mia specifica individualità personale, e personale non in quanto “maschera di carattere“ (Charaktermaske), come diceva Marx, ma come particolarità irripetibile. L’universale non è staccato dalle particolarità irripetibili, ma vive solo in intimo rapporto con queste (accetto qui brevemente la critica di Aristotele a Platone). Del resto Marx, per indicare il Comunismo, utilizzò le due categorie di libera individualità e di proprietà individuale. So che questo è poco noto, ma non ho qui lo spazio per tutta la citatologia di servizio e di accompagnamento. Se analizziamo la diade “proprietà privata“ non più dal punto di vista della “proprietà“, ma da quello del “privato“, ci accorgiamo che questo termine latino ha un significato passivo anteriore, ed un significato attivo posteriore. Come significato passivo anteriore, il “privato“ era l’individuo sradicato da ogni appartenenza tribale comunitaria, che era quindi escluso dal godimento comunitario dell’ager publicus, che era appunto la forma corrente di appropriazione tribale comunitaria. Come significato attivo posteriore, il proprietario privato priva (terza persona presente del verbo transitivo “privare“) della sua proprietà individuale il debitore, che a volte viene addirittura schiavizzato per debiti (la filosofia greca in un certo senso nacque per reagire a questa oscenità umana), e priva della loro proprietà collettiva e comunitaria le tribù che egli conquista e sottomette. All’interno di questa espropriazione “privata“, il privato scopre che il post-giudizio razzista gli è molto utile per legittimare questa espropriazione. Gli inferiori, in quanto razzisticamente inferiori, non hanno il diritto di adire in giudizio, e quindi di opporsi a questa espropriazione. Il razzista infatti usa sinonimi animaleschi (scimmia, cane, bestia, eccetera) non certo per pre-giudizio, ma per meditato post-giudizio, perché le scimmie non possono effettivamente essere titolari di una proprietà legittima, e neppure difendere in tribunale i propri diritti. Il razzismo sionista verso i palestinesi, ad esempio, non è affatto un pregiudizio, ma un post-giudizio, perché bisogna togliere ai palestinesi il diritto legale di opporsi alla loro espropriazione, in nome dei diritti biblici e/o dell’espiazione dell’Olocausto. Chi non ha ancora capito che l’Olocausto (che peraltro è realmente avvenuto) non deve essere negato non certo per ragioni di “memoria storica“, ma per ragioni di post giudizio proprietario razzista, può solo barrare due caselle: la buona fede degli sciocchi o la malafede dei mascalzoni. Il lettore barri la casella che preferisce, o che il ricatto del politicamente corretto gli consiglia di barrare per opportunismo o quieto vivere.

Il post-giudizio razzista, tuttavia, è storicamente limitato al periodo della occupazione colonialistica del mondo da parte delle potenze feudali e/o capitalistiche (le prime furono sempre meno distruttive delle seconde, come la storia comparata dal 1492 al 1914 mostra a chi vuole imparare dai fatti). Una volta realizzata compiutamente l’integrale occupazione capitalistica del mondo (la famosa globalizzazione), non esiste più ragione di distinguere gli agenti della produzione capitalistica in bianchi, neri, gialli, biondi e bruni. A questo punto la corporazione subalterna degli “scienziati“, debitamente preavvertita, scopre improvvisamente che le razze, che prima erano date per scontate, improvvisamente non esistono più, con profluvio di tabelle biologiche e genetiche e linguaggio tecnico incomprensibile ai normali pecoroni. Non si tratta ovviamente di una benevole concessione volontaria. Si tratta della dolorosa presa d’atto che, nonostante Hiroshima, ormai gialli, neri ed “abbronzati“ (uso qui la categoria scientifica proposta dal grande biologo Silvio Berlusconi) sono in grado di sviluppare il capitalismo da soli, e la dinamica di arraffamento non può più essere differenziata sulla base del colore della pelle. È questa la base ideologica del fatto che la casta degli intellettuali, al di fuori di qualche residuo simpatizzante nazista (specie che dovrebbe essere protetta come i panda per salvaguardare la varietà ecologica della natura – non vengono forse protette anche le tigri, i ragni e gli scorpioni?), si è improvvisamente convertita ad un antirazzismo frenetico. Avendo smesso di rappresentare gli interessi dei disoccupati e dei salariati locali, diventati antipatici perché “populisti“, i nuovi sradicati si rifanno la buona coscienza con l’esaltazione del migrante, del diverso, in una parola del “buon selvaggio“. Storiavecchia. La storia del buon selvaggio c’era già nel Settecento. In mezzo c’era stata la storia, oggidimenticata, dell’abolizione dello sfruttamento.

Concludiamo. Il razzismo è filosoficamente una negazione dell’unità filosofica del genere umano. Per questo è da respingere senza condizioni e senza giustificazioni sofistiche. In quanto agli scienziati, se si sono decisi a sostenere che le razze non esistono, tanto meglio per loro. Mi raccomando, continuate così.

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