3. La società multireligiosa. Considerazioni sul rapporto fra religione ed identità comunitarie, sul laicismo e sull’ateismo contemporaneo.

Prima di cominciare la discussione, è bene chiarire preventivamente che cosa possiamo intendere con società multireligiosa a livello del linguaggio comune. In primo luogo, si può intendere una società in cui ogni culto religioso è giuridicamente libero e garantito e, nello stesso tempo, è garantito il diritto pubblico di riconoscimento integrale dell’ateismo, con connessa dichiarazione pubblica di ateismo, e diritto a non essere costretto a giurare su testi religiosi di alcun tipo. Questo comporta la presenza di chiese protestanti, ortodosse, cattoliche, di sinagoghe ebraiche, di moschee musulmane, di templi buddisti ed induisti, eccetera. In secondo luogo, si può intendere una società in cui le minoranze religiose non siano soltanto da prefisso telefonico (esistevano infatti moschee a Genova e Venezia e chiese al Cairo anche nel Cinquecento, senza che quelle società fossero già multi religiose), ma in cui siano presenti religioni minoritarie consistenti, visibili ed organizzate. In terzo luogo, si può intendere una società “laica“ nel senso europeo-occidentale del termine (termine che non coincide con il termine anglosassone di “secolarizzata“, che spesso viene usato scorrettamente al posto di “laico“), in cui ci può essere una religione ultramaggioritaria, addirittura del novantacinque o più per cento, ma questa religione maggioritaria gode degli stessi diritti pubblici di una religione dello zero virgola zero uno per cento(ad esempio, la setta buddista Soka Gakkai). C’è, infine, il problema del ruolo pubblico della religione organizzata in una società ampiamente secolarizzata, unito al distinto problema della valutazione filosofica della natura della secolarizzazione. A partire da questa base terminologica-concettuale, si può iniziare la discussione.

È bene però stringere subito il nodo della questione: una società multireligiosa comincia ad esistere soltanto quando le religioni cominciano a non contare più niente, o meglio a non contare più come legittimazione primaria della sintesi sociale in atto, e vengono derubricate ad agenzie ideologiche di assistenzialismo caritativo e/o di supporto psicologico delle difficoltà personali della vita. La tolleranza inizia infatti sempre con l’irrilevanza. Ovviamente, non sto affatto auspicando il ritorno all’intolleranza. La tolleranza mi sta benissimo. Sto soltanto cercando di partire da una constatazione realistica. Del resto Voltaire, quando dovette scappare in Inghilterra dopo essere stato fatto picchiare da un nobile francese, constatò che nella Borsa Valori regnava la massima tolleranza, e nessuno faceva caso al fatto che si fosse cristiani, ebrei o musulmani. Non si tratta allora di rimpiangere il Bel Medioevo dei roghi degli eretici. Si tratta solo di capire l’essenza della questione. Il gergo universitario non è in grado di capirlo, e neppure di accostarvisi. Si usa ripetere a pappagallo che la modernità è caratterizzata dalla secolarizzazione. I più sofisticati vi aggiungono che è caratterizzata dal politeismo dei valori e dal disincanto del mondo. I più ideologizzati, scuotendo mestamente il capo, aggiungono che la modernità si compie nel dominio anonimo della Tecnica, nella Fine della Storia, nel Disincanto rispetto alle grandi narrazioni, nello Scetticismo Liberale, eccetera. Il fatto curioso è che ci siano degli ingenui che pensano che sia vero, e non si tratti invece soltanto dell’ elaborazione sofisticata di una ideologia universitaria per intellettuali narcisisti. Se invece traduciamo le espressioni sapienziali in linguaggio ordinario tutto diventa immediatamente più chiaro. Dire che la modernità è caratterizzata dalla Secolarizzazione significa che la società capitalistica, a differenza di quella precedente, non ha più bisogno di una legittimazione religiosa complessiva, perché la connessione individualistica dei modelli di consumo nel Mercato può fare a meno di una religione. Il monoteismo del Mercato, infatti, non ha bisogno di appositi edifici di culto, ma si realizza direttamente nei giganteschi edifici di vendita (mall). Certo, c’è sempre bisogno di una integrazione psicologica, ma essa viene esercitata da professionisti a pagamento (psicologi laureati iscritti all’Albo), oppure gratuitamente (sacerdoti di ogni tipo). Prendiamo gli USA. Essi possono essere definiti come una società iperreligiosa senza religione. Tutti si riempiono la bocca con la parola Dio, e nello stesso tempo non c’è neppure una copertura sanitaria universalistica, che c’è persino in Patagonia, ed è considerato del tutto naturale che ci siano moltissimi senza casa che dormono sui marciapiedi (homeless). La teoria della secolarizzazione è del tutto impotente a spiegarlo, e non mi raccontino ancora una volta la storiella insensata del rapporto fra protestantesimo e capitalismo. Non ci credo più. Si tratta di un fenomeno di pigrizia inerziale, simile alla storiella del messianesimo marxista, frutto di una secolarizzazione di una escatologia ebraico-cristiana nel linguaggio dell’economia politica. Bisogna voltare pagina.

A suo tempo Heidegger individuò nella cosiddetta “sdivinizzazione” l’allargarsi dello stato di incertezza rispetto all’esistenza di Dio o delle divinità. Qui ci avviciniamo già di più al problema. L’indecisione rispetto a Dio o agli dei si accompagna ovviamente all’esperienza religiosa psicologica personale, variante colta e sensibile del narcisismo diffuso, con la ricerca storiografica e psicologica sul Mito, ed infine con l’ossessivo interesse per la vita “terrena“ di Gesù e per il contenuto sociale del suo insegnamento, ovviamente sempre censurato dai preti. Lo stato d’indecisione rispetto all’esistenza di Dio o delle divinità si accompagna generalmente alla diffusione dell’ateismo. In generale si pensa che l’ateismo sia lo stato di incredulità prima, e di negazione poi, della esistenza cosale e materiale nel tempo e nello spazio di un’entità onnipotente immaginata sulla base di una proiezione antropomorfica, dotata cioè di opinioni veritative e di capacità demiurgiche materiali. Di qui, ovviamente, le simulazioni spettacolari del conflitto fra evoluzionisti e creazionisti. Simulazione insensata, perché l’evoluzionismo ed il creazionismo non sono simmetrici, e non si muovono sullo stesso piano. L’evoluzionismo è infatti un’ipotesi scientifica (cui fra l’altro io personalmente aderisco, per questo ne posso capire, che è assai poco), mentre il creazionismo è un mito mesopotamico, poi “copiato“ sfrontatamente prima dagli ebrei, e poi dai cristiani e dai musulmani. Personalmente, ritengo questa definizione di ateismo valida soltanto per le interminabili discussioni adolescenziali se Dio esista o no (personalmente, le ho fatte con l’amico di infanzia Giuliano Gliozzi fra i 14 e i 16 anni). Concordo invece con la definizione di Hegel, per cui l’ateismo è la perdita d’interesse verso l’accertamento della Verità. L’ateismo non è quindi né un nichilismo (Ratzinger), né tantomeno un umanesimo (Althusser), eccetera. L’ateismo è una situazione storica in cui si è perduto ormai ogni interesse, privato e pubblico, per il conseguimento di una credibile verità comune. Di fronte alla generalizzazione dell’ateismo, come direbbe Heidegger, solo un Dio potrebbe ancora salvarci.

Di laicismo si parla molto, soprattutto nei Paesi a maggioranza cattolica. Nei paesi protestanti se ne parla meno, in quanto in essi la lettura diretta e personale della Bibbia ha causato una strana dicotomia fra una maggioranza d’increduli totali ed una minoranza di fanatici lettera listi. Nei paesi ortodossi se ne parla poco, perché in questi paesi la religione difende la comunità nazionale, e non mira a pelosiuniversalismi astratti. Nell’ ebraismo non esiste una netta distinzione fra atei e credenti, in quanto tutti e due condividono in varie forme un sentimento comune di eccezionalità e di superiorità su tutti gli altri (non si tratta di una calunnia antisemita, ma della razionale convinzione di Freud in Mosé e il Monoteismo). Nell’Islam, infine, non si è ancora per fortuna (ripeto: per fortuna) compiutamente realizzata la separazione integrale fra politica e religione, e questo, lungi dall’essere un deplorevole ritardo nel fatale cammino della modernità, è per me una inestimabile risorsa per la resistenza all’approfondimento sociale e politico dell’individualismo capitalistico (che il connubio mediatico-universitario chiama ingenere “modernizzazione“). Se infatti esaminiamo l’ateismo sotto il punto di vista della perdita di interesse verso la verità, esso perde ogni carattere scientifico-cosmologico o umanistico-immanentistico, ed anche l’ossessione per l’accertamento o meno di una cosalità spazio-temporale onnipotente. L’ateismo deve infatti essere correlato alla legittimazione o meno di una sintesi storica e sociale. In proposito, l’esperienza delcomunismo storico novecentesco realmente esistito (1917-1991), l’unica società umana organizzata che si è legittimata sulla base di un ateismo esplicito (di tipo sostanzialmente positivistico – chi scrive ha letto attentamente molti manuali di “ateismo scientifico“ sovietico in lingue accessibili), è stata fallimentare. Sono profondamente convinto, anche se non ho ovviamente qui lo spazio per argomentarlo, che se l’URSS avesse scelto la legittimazione religiosa ortodossa e la Cina la legittimazione filosofica confuciana, anziché la spiacevole idiozia positivistica del cosiddetto “materialismo dialettico“, sarebbero probabilmente oggi ancora comuniste entrambe. L’insostenibilità totale del materialismo dialettico, infatti, non può che rovesciarsi dialetticamente in nichilismo individualistico di massa.

Altra cosa, appunto, è il cosiddetto “laicismo“ occidentale. Qui è necessario prima di tutto capirci, ed uscire dalla commedia degli equivoci. Se il laicismo consiste nel fatto che tutti i cittadini hanno pari diritti e doveri, del tutto indipendentemente dalla religione (o dall’ateismo esplicito) che professano, allora il laicismo è ovviamente sacrosanto. Il primo che chiarì concettualmente le cose fu il francese Bodin, alla fine del Cinquecento e delle guerre religiose fra cattolici e calvinisti in Francia. Bodin notò opportunamente che lo Stato non può pretendere la conversione dei sudditi, perché la conversione è frutto di un convincimento interiore, e se il convincimento interiore non c’è, perché l’argomentazione non può giungervi in alcun modo, bisogna potervi rinunciare esplicitamente. E quindi, di conseguenza, la cittadinanza non può dipendere da argomentazioni, convincimenti o conversioni. La magistrale impostazione di Bodin è oggi dimenticata da chi pretende una sorta di conversione forzata alla nuova religione occidentalistica per senza Dio di oggi, basata su tre nuovi dogmi, non si sa più se ripugnanti, assurdi o schifosi. Essi sono: superiorità del modello di occidentalismo individualistico su tutte le altre forme di cultura mondiale; teologia interventistica dei diritti umani e bombardamento selettivo, apertura alare asimmetrica, e punizione giudiziaria degli sconfitti, con conseguente apoteosi dei vincitori; religione olocaustica dell’eccezionalità assoluta del Male di Auschwitz, imparagonabile per principio a qualunque altro crimine umano. Questa nuova religione non ha peraltro neppure più bisogno di preti. Basta il ceto politico, l’ordine giudiziario, il circo mediatico ed il clero universitario. Al di fuori della razionalità dell’impostazione di Bodin, il laicismo è diventato oggi una religione settaria del codice illuministico europeo, ritenuto l’“ultima parola“ della Civiltà umana. Questo codice termina con Kant, e tutto ciò che viene dopo (soprattutto Hegel e Marx, i nemici assoluti del laicismo) deve essere considerato una deplorevole degenerazione ideologica. Qui siamo ovviamente del tutto al di fuori dell’impostazione di Bodin. Il codice illuministico europeo, infatti, è una religione come le altre. C’è chi la considera l’unica religione universalizzabile del mondo, ma c’è anche chi la considera, per dirla con Fichte, la manifestazione culturale di un’epoca di scetticismo, relativismo, nichilismo o di“epoca della compiuta peccaminosità“. Personalmente, prima di essere razionalmente convinto del fatto che Voltaire è stato il culmine estremo del pensiero umano, preferisco prendere sul serio uno sciamano siberiano.

Viva quindi la tolleranza multireligiosa, dunque. Pienamente d’accordo sul fiorire di chiese, di sinagoghe, di moschee, senza dimenticare il diritto degli atei di dichiararsi pubblicamente tali. Questa società, infatti, è già da tempo totalmente atea: e questo non perché i libri della scuola elementare cominciano con il Big Bang e con i milioni di anni di amebe, dinosauri, mammut, primitivi, palafitte, eccetera, tutta roba poco compatibile con il Dio creatore, vasaio od orologiaio o tecnico di computer che sia, ma perché non ha più nessuna legittimazione religiosa, ed è caratterizzata da tempo dalla più sovrana indifferenza verso il problema della verità. Anzi, il circo universitario è dominato da due correnti. L’una che identifica la verità con l’accertamento empirico della correttezza dell’accertamento di dati materiali esterni all’osservatore (“piccolezze“, aveva correttamente affermato Hegel), e l’altra che considera la verità una premessa pericolosa, in quanto potrebbe essere usata per legittimare comandi costrittivi verso le minoranze. Ha ragione Fichte. Siamo da tempo entrati nell’epoca delle compiute peccaminosità. Solo un Dio può ancora salvarci.