6. La Società multiculturale. Realtà quotidiana ed individuale, positivo incontro fra culture, ruolo inestimabile della conoscenza culturale reciproca, funzione negativa dell’ideologia del multiculturalismo

Se al concetto di società viene tolto ogni elemento di aggregazione e di solidarietà comunitaria, e se la società stessa viene concettualmente ricostruita come semplice aggregato di individui, colti, semicolti ed incolti, ne risulta che effettivamente ognuno di questi individui, se preso isolatamente, è multiculturale. Lo stesso format di trasmissioni per deficienti come il Grande Fratello e L’Isola dei Famosi non è per nulla autoctono, ma viene dall’Olanda. La famosa trasmissione Lascia o Raddoppia di Mike Bongiorno, che segnò l’incontro degli italiani con il nuovo mezzo televisivo, non fu che l’applicazione italiana subalterna di un modello televisivo americano. Non esiste al mondo un individuo che non sia in qualche modo apparentemente “multiculturale”, al di fuori di qualche tribù dell’Amazzonia o della Birmania (ed anche su questo punto nutro alcuni ragionevoli dubbi). Se prendo me stesso come individuo, dal momento che amo i romanzi polizieschi ben scritti, mi accorgo che ho sul tavolino Mankell (svedese), Markaris (greco) e Mc Bain (americano). Passando sul cosiddetto “serio”, sono in fase di rilettura presenile di quanto avevo letto da adolescente, da Madame Bovary (francese) a Davide Copperfield (inglese) ad Effi Briest (tedesco). E potrei continuare. La Letteratura italiana contemporanea mi dà fastidio, per il suo carattere narcisistico ed intimistico. Si ascoltano in generale i tedeschissimi Bach e Beethoven, più vari russi, finlandesi, eccetera. In definitiva, se si concepisce la società come somma d’individui, e si parte dalla propria individualità biografica e quotidiana, il multiculturalismo non è un problema, ma un’elementare ovvietà indiscutibile.

È chiaro che il multiculturalismo non può essere questo, se no saremmo tutti per definizione multiculturali. Ma neppure i dizionari possono aiutarci, perché danno tutti per scontato che ci siano oggi, nel mondo detto “globalizzato“, degli intrecci culturali ormai inestricabili, che hanno fatto venir meno ogni precedente profilo culturale presunto “unitario”, e ci hanno gettati nel grande oceano della multiculturalità. Come resistere a questo Tsunami culturale? Inutile resistere. È meglio piuttosto accettarlo come risorsa, anziché tenerlo lontano con sospetto “nazionalistico”. È evidente che l’intera questione deve essere “rimessa sui piedi”. A livello di individui, in una società dei viaggi facili, delle traduzioni abbondanti (non abbondanti però negli USA, il paese meno multiculturale della terra, che gli ingenui ritengono invece tale perché confondono la multiculturalità con la diversa origine etnica degli immigrati), e del collegamento immediato via Internet, la multiculturalità sembra un’ovvietà, e non certamente un problema. Ma non è così.

In genere sfugge all’osservatore poco attento il fatto che il cosiddetto multiculturalismo non è affatto un profilo pluralistico di fattori intrecciati e dialoganti l’un l’altro (se così fosse, sarebbe ottimo, e non mi sognerei affatto di polemizzarci contro), ma è un profilo ferreamente unitario, quasi totalitario, che si pone come unico codice culturale di accesso alla cosiddetta “globalizzazione”. In proposito, non facciamoci illusioni infondate. La globalizzazione neoliberista ha certamente avuto alcune (purtroppo assai leggere) battute d’arresto in campo economico a causa della crisi scoppiata nel 2008, ma la cupola oligarchica che domina il mondo è rimastra pressoché intatta, ed a proposito del profilo culturale della globalizzazione (di cui ovviamente il Multiculturalismo è il pezzo forte, come il re nel gioco degli scacchi) non è cambiato assolutamente nulla, ma proprio nulla. I cantori e gli ideologi del multiculturalismo non sono stati toccati dai fallimenti bancari, e continuano ad avere il monopolio  pressoché assoluto della comunicazione simbolica e culturale. Questo monopolio assolutamente non scalfito può certamente essere spiegato dalla sociologia dei gruppi intellettuali e dell’educazione. Il fatto che il multiculturalismo sia un profilo culturale ferreamente unitario, e si ponga anzi totalitariamente come il solo codice d’accesso alla cultura mondiale di oggi, è largamente spiegabile con metodi storici, ideologici e sociologici.

Storicamente, si tratta della ricaduta culturale (fall out) della fine del dualismo culturale precedente, in cui esisteva ancora un polo socialista che in qualche modo si opponeva al polo capitalista, per cui nessuno avrebbe parlato a quei tempi di multiculturalismo (ed infatti nessuno ne parlava), pur essendoci già allora milioni di individui (a mio avviso, molto più numerosi mezzo secolo fa di oggi, basti pensare ad Alessandria d’Egitto nel 1956 e nel 2006) dotati di ricchissime competenze multiculturali. Se una macchina del tempo ci potesse portare nella Costantinopoli del 1910, saremmo di fronte ad una pratica multiculturale che è oggi assolutamente impensabile. Dunque non sta qui il problema.

Sul piano ideologico, rimando a quanto ho detto nel capitolo precedente, in cui il vecchio internazionalismo degli intellettuali di sinistra, oggi delusi ed in preda ad una crisi esistenziale e narcisistica di ripensamento “globale” (si veda l’abbondante memorialistica dei “sinistri invecchiati” di oggi, basata sull’elaborazione letteraria della proiezione nel mondo esterno del proprio ombelico tolemaico), si è rovesciato in una sorta di irrefrenabile voluttà di autoannientamento, che prende la forma del postmoderno in filosofia e della teoria delle “comunità immaginarie” in campo nazionale, integrate dalla riproposizione dell’ateismo illuministico come frontiera della civiltà contro la barbarie e della scoperta dei migranti come nuova frontiera del significato sociale del mondo. Sul piano sociologico, infine, il multiculturalismo è la bandiera culturale identitaria dei nuovi ceti universitari postsessantotteschi, portatori di un profilo culturale basato sull’autoannientamento nazionale e sull’identificazione con l’America Progressista (Obama, Hannah Arendt, eccetera).

Il cuore del problema sta nel capire che il modello multiculturale, proiezione ideologica subalterna del modello della globalizzazione neoliberale (in termini marxisti, potremmo dire che la globalizzazione neoliberale è la struttura, mentre il multiculturalismo è la sua sovrastruttura), è un nemico del dialogo interculturale e della indispensabile comunicazione fra culture. Esso infatti predetermina a priori una sorta di terreno obbligatorio preliminare (siamo già comunque multiculturali, ormai, lo si voglia oppure no), laddove il dialogo fra culture è per definizione aperto ad ogni possibile esito. Si può infatti accogliere, modificare, respingere una proposta culturale, mentre invece se si postula che esiste già un multiculturalismo da cui partire questa “apertura di possibilità” non è automaticamente più possibile. Ma temo che, nella attuale congiuntura culturale, si tratti di ciò che a suo tempo Luigi Einaudi chiamò “prediche inutili”.


7. Conclusioni. La necessità di acquisire un meditato punto di vista individuale al di là delle manipolazioni de ceto politico, del circo mediatico e del clero universitario.

Una comunità di ricerca e di studio che si richiama ad una versione comunista del comunitarismo non deve ovviamente dotarsi di “verità identitarie obbligatorie“, elaborate da una sola persona, ed estese poi carismaticamente a tutti gli altri. I tragicomici esiti dissolutivi di tutti i gruppi settari che imboccano questa via suicida (ma anche ridicola più che suicida) sono sotto gli occhi di tutti. Non è dunque questo il problema. Io non mi formalizzo affatto, e neppure mi irrito, se qualcuno all’interno del gruppo non condivide in tutto o in parte quanto ho brevemente cercato di dire. Vorrei soltanto segnalare che oggi noi siamo costretti ad andare controcorrente. Prima o poi la canoa in cui siamo imbarcati incontrerà finalmente una corrente che ci trasporterà agevolmente. Ne sono convintissimo, in quanto il nostro principio è pensare, ancora in pochi, delle cose che possono trovare in tempi non biblici l’interesse di molti. In questo momento i cinque “multi” che ho illustrato sono “bevuti” dalle maggioranze come si bevono delle bibite pubblicizzate in televisione. Bibite piene di additivi, coloranti e conservanti. Spero che quello che diciamo sia invece considerato come un bel bicchiere di acqua fredda. Tutti sanno che è alla fine quello che disseta di più.

Torino, maggio 2009


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