E’ bene che i blog si occupino di questa triste storia, non soltanto per i suoi risvolti umani e per il suo significativo impatto sulla reale condizione femminile, ma anche per il particolare valore simbolico che assume nell’attuale fase di confronto fra la declinante potenza statunitense, alfiere della prima globalizzazione neoliberista, e le potenze regionali “emergenti” come l’Iran.

Perché affermo questo?

Perché mi pare evidente che la vicenda processuale e umana di Sakineh, accusata di adulterio ma soprattutto di concorso nell’omicidio del marito e addirittura di essere lei la mandante dell’atto criminoso, è stata abbondantemente e cinicamente strumentalizzata ad uso e consumo delle parti – soprattutto di quella occidentale-statunitense – nello scontro di natura culturale e geopolitica in atto.

E’ bene approfondire un po’ la questione, sia dal punto di vista della “guerra culturale” sia da quello più specificamente geopolitico.

1) Scontro culturale e “manipolazione” della drammatica vicenda umana di Sakineh.

Il Paradigma Occidentalistico Dominante, fondato su utilitarismo, relativismo, individualismo e supremazia del dato economico su tutto il resto, non può tollerare alternative culturali e religiose come quella rappresentata dall’islam, che comunque è stato fin dall’inizio il principale fondamento sul quale i rivoluzionari komeinisti hanno basato lo stato teocratico iraniano.

Lo stato teocratico iraniano cerca di arrestare alle sue porte la penetrazione dell’individualismo e dell’economicismo da noi dominanti, o più realisticamente ne ostacola la penetrazione nella società attraverso la diffusione e la condivisione della tradizione religiosa.

Dietro lo schermo rappresentato dalla conclamata “difesa dei diritti umani”, e apparentemente fra questi anche del diritto alla vita di Sakineh, si cela quello che è il vero scopo delle élite occidentalistiche, supportate dalla potenza militare ed economica statunitense, e cioè la neutralizzazione dell’avversario iraniano teocratico.

2) Scontro propriamente geopolitico per il controllo del Medio-Oriente e con più ampio respiro strategico dell’intera Asia Sudoccidentale.

E’ il secondo fine per il quale la vicenda di Sakineh è stata integralmente strumentalizzata dai media mainstream e dalle cancellerie occidentali.

L’Iran si pone come leader regionale da Gaza e dalla Westbank fino al Balucistan o quasi, indebolendo l’influenza statunitense diretta [Iraq, guerre americane del Golfo, occupazione dell’Afghanistan] o indiretta attraverso quella che è stata definita al “testa di ponte” israeliana.

Anche la triste vicenda di Sakineh, che è un mix di violenza [la probabile violenza familiare su di lei, l’omicidio del marito] e di condizione storica di minorità della donna in quella cultura [ma anche nella nostra il problema, per certi versi, resta aperto …], si presta ad essere usata come arma nello scontro geopolitico, oltre che in quello culturale parallelo.

Si tratta di un “singolo colpo di fucile” naturalmente, e non di una intera “raffica” com’è stata la breve ma intensa rivoluzione verde della borghesia urbana filo-occidentale in Iran, ma comunque utile per segnare un colpo contro la teocrazia e a favore della penetrazione occidentale-statunitense.

Lo scontro geopolitico non ha ancora assunto la forma della guerra tradizionale o nucleare sostanzialmente per due motivi:

a)     La crisi economica che investito l’occidente e gli Stati Uniti non consente di impiegare risorse enormi per operazioni militari convenzionali estese, di lungo periodo, come potrebbe essere l’occupazione dell’Iran, che sembrano non essere più alla portata dell’amministrazione Clinton-Obama e che sarebbero, comunque, in aperta contraddizione con il conclamato softpower che l’attuale amministrazione statunitense ha dichiarato di voler perseguire.

b)    La vastità del territorio iraniano, la molteplicità dei siti da colpire, e quindi dei potenziali obbiettivi industriali e militari, nonché le forze armate a disposizione della teocrazia, rinforzate e qualitativamente migliorate in questi ultimi anni.

Ma non è detto che in futuro dalla propaganda e dai tentativi di penetrazione culturale nella società iraniana per rovesciare la teocrazia, o quanto meno per “ammorbidirne” le posizioni, non si passi ai fatti, considerato che Israele potrebbe rappresentare in ogni momento “una variabile impazzita”.

Da parte sua il regime iraniano potrebbe usare Sakineh come “merce di scambio”, ma certamente ha risposto con altra propaganda a quella, più potente, dei media occidentali.

Puttana la moglie del presidente francese, Carla Bruni, mafioso, pervertito o simili Silvio Berlusconi, eccetera.

La stessa sospensione della lapidazione, prevista come pena per la donna, non sembra un atto di buona volontà, ma soltanto un “prendere tempo”, forse un momento di attesa prima di un contrattacco propagandistico.

Tutto ciò è ovviamente squallido, avvilente, degradante, con milioni di persone, in Europa e in Italia, che cadono nella trappola mediatica e credono che l’unico scopo dei governi occidentali sia quello di salvare la vita, in extremis, a Sakineh Mohammadi Ashtiani.

Ma quello che nessun politico o giornalista occidentale sembra veramente prendere in considerazione, sono proprio i diritti e le reali colpe della donna, usata cinicamente come arma nel confronto fra i due mondi in competizione.

da Comunismo e Comunità

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