Credo che una seria analisi del periodo 68 (necessaria perchè momento effettivamente cruciale) sia in qualche modo impedita proprio da quelle generazioni che sono oggi al potere -ceto politico, mass-mediatico e universitario- e che hanno vissuto (oppure fatto, e spesso sono i peggiori) gli anni 70. E' proprio vero che il pesce puzza dalla testa.

L' idea che mi sono fatto – e riprendo il pensiero di Preve – è che negli anni 70 ci sia stata la convergenza di due fattori provenienti però da sequenze storiche completamente distinte:

– Una rivoluzione interna alla borghesia dei paesi occidentali avanzati: il passaggio dalla vetero borghesia parruccona (liceo gentiliano e università retta da notabilato, famiglia stabile, posto fisso) alla moderna post-borghesia americanizzata, sessualmente liberalizzata (anzi decisamente orientata alla devianza) che della precarietà insita nell’ economia neo-liberale fa un stile di vita (ma a cui fondamentalmente è sottostante un prototipo umano). Queste esigenze di aggiustamento nel modo di produzione sociale, economico, antropologico sono riassumibili nelle lotte studentesche che si fregiarono dell’ appellativo (falso) di anti-autoritarismo. Qui concordo complessivamente con Valter  Binaghi (De Rita lo trovo un pò insulso), che individua nell’ anarchia (intesa più etimologicamente che politicamente) questo salto di qualità delle classi dominanti; verso il capitalismo assoluto (cioè che neutralizza la genesi di alternative già nel pensiero) aggiungo io.

– l’ altro flusso storico che negli anni 70 trova espressione sono invece le istanze di democratizzazione produttiva e sociale che hanno avuto agente storico nella classe operaia. Qui siamo di fronte a un fenomeno che proviene da un’ altra fonte storica ma che in particolare in Italia (in parte in Francia ma non in Germania, per esempio) si confuse con le motivazioni di cui sopra dell’ anti-autoritarismo studentesco. Le richieste di una più equa ridistribuzione del plus-valore e di condizioni di lavoro più salubri sono per me rivendicazioni di emancipazione sacrosante.

Queste ultime però hanno poco a che fare con l’ attacco alle strutture ( che autoritarie non possono non essere) che reggono la comunità aggregata e i singoli inseriti criticamente in essa e che custodiscono intatto il senso di continuità storica (e conseguentemente etica, poichè originano dalla lunga consuetudine a vivere in comunità) tra generazioni. Credo che quel momento di forza che fu l’ autunno caldo (non la sua mistica rivoluzionaria ricostruzione) fu possibile proprio perchè non si erano ancora rotti i legami di solidarietà comunitaria (famiglia, quartiere, paese, a cui si sovrappose la classe) riprodotti fino ad allora uguali a se stessi. legami che funzionavano da freno alle pulsioni e all’ insita onnipotenza a base individualistica, pena il dissolvimento della comunità stessa. Un pericolo ben conosciuto, che la mistificazione del primato dello spontaneismo, dell’ istintuale, forse operata anche a tavolino, ha reso normalità d’ ogni giorno.

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