In merito alle questioni "bioetiche" sollevate nella trasmissione "Vieni via con me" di lunedì scorso rispetto ai drammi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, sia per come è stata posta la questione da Saviano, da Fazio (a mio avviso nel modo peggiore) e da come la si pone in ambito cattolico, con metodo contrastivo.

Da una parte trovo applicato il concetto di tecnica come rispondenza ad una performance: se sei in grado di soddisfare i requisiti di comunicazione sei vivo, altrimenti sei da dichiarare morto, e quindi sei autorizzato a staccare la spina. Un concetto sostanzialmente economicista. Qui si vorrebbe applicato il concetto di privacy (che non ha niente a che fare con il privato): una normativa pubblica -ridotta a contenitore- che accoglie e legittima unicamente la volontà del soggetto di disporre e decidere in merito -al livello di performance. E' questo quello che importa in questa tesi, e false mi suonano le argomentazioni secondo cui senza la moderna tecnologia medica si sarebbe già morti, appellandosi ad una naturalità menzognera. 

Da un'altra trovo applicato il concetto che fino a quando la macchina biologica batte un colpo, anche se grazie al supporto di altre macchine, sei vivo e quindi staccare la spina equivale ad un omicidio. Un concetto che si vuole religioso ma che in fondo non fa a meno di assicurarsi del funzionamento della macchina biologica dato con il consenso di macchine tecnologiche. La macchina richiede sempre un' altra macchina per accertare la propria esistenza. Qui però troviamo un tentativo di definizione di "privato" più complessa, perchè c'è davvero da chiedersi perchè questi nudi corpi si ostinino (quello che dice la scienza medica a proposito non lo considero se non di scarso aiuto) a permanere in vita. So che questa ad alcuni apparirà una eccessiva semplificazione, contrariamente alla complessità che io vi intravedo, ma la tenacia con cui i corpi trattengono a sè l'esistenza non è fondamentalmente data dall' aumento della possibilità di essere curati, anche se di ciò non si può cecamente non tenerne conto. Il rischio in definitiva è che un' esistenza improntata all' unitarietà dell' esperienza umana si trasformi nel suo opposto .

Io non so se sia un dio a tenerci a volte così pervicacemente nel movimento della vita, ma so che il momento della morte è spesso la sintesi più autentica di un'esistenza, e altrettanto spesso non è quella che ci si aspetta e si vorrebbe. Ma fuori dall ' ambito umanistico si rischia di incontrare il nulla, sia che vi si fuoriesca  con alibi laicisti sia che essi si ammantino di religiosità. Considero questo il paradigma della nostra epoca: l' uomo, solo, senza legami, senza casa, di fronte alla macchina. Io credo che sia importante riaffermare che il senso di un' esistenza si esplicita solo nel seno di un rapporto, che sia familiare o amicale o d' altro genere è da stabilire. Questo è importante, molto più che affermare la libertà e il diritto del singolo ad avere una morte secondo la propria insindacabile volontà, o ribadire che il nostro corpo non ci appartiene interamente.

Allora affidiamo con atto nominale ad altra persona la nostra volontà, e non ci sia richiesto di specificare in dettaglio cosa come e per quanto tempo. Legittimiamo la possibilità del nostro esecutore di decidere secondo la sua coscienza, di caso in caso. Orientiamo le persone a considerare questa ipotesi. O mettiamole di fronte alla loro solitudine.

Se non ci si vorrà affidare ad alcuno, o come Welby siamo ancora in grado di disporre di noi stessi (e chiedendosi cosa ciò significa), depenalizziamo  la volontà individuale, quella che sia -e mi si scusi, non c'è alcuna sottesa blasfemia in questa frase.

Così imposteremo il problema come correttamente suggerito da Roberta: non più "Ma è vita -quella che potrei trovarmi a vivere-?" ma: "E' amore -quello che sto facendo-?"
 

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