Durante le proteste scoppiate quest’anno contro le misure di austerità nella zona euro (in Grecia e, in misura minore, in Irlanda, Italia e Spagna), abbiamo visto imporsi due versioni. Quella dell’establishment propone una visione “naturale” e depoliticizzata della crisi. Le misure di regolamentazione sono presentate non come decisioni fondate su scelte politiche, ma come imperativi dettati da una logica finanziaria neutra: se vogliamo stabilizzare le nostre economie, dobbiamo ingoiare il boccone amaro. L’altra versione – quella dei lavoratori, degli studenti e dei pensionati – presenta le misure di austerità come l’ennesimo tentativo da parte del capitale finanziario internazionale di smantellare ciò che resta dello stato sociale. Per i primi, il Fondo monetario internazionale è un custode neutrale della disciplina e dell’ordine; per gli altri, è l’oppressivo agente del capitale globale.

Versioni discordanti

Anche se ogni versione racchiude un pizzico di verità, entrambe sono fondamentalmente false. Quella dell’establishment europeo passa sotto silenzio i motivi per cui gli enormi deficit si sono accumulati: i numerosi salvataggi di aziende del settore finanziario e il calo delle entrate dei governi durante la recessione. Il grosso prestito ad Atene servirà a ripagare il debito greco verso le banche francesi e tedesche. Il vero obiettivo delle garanzie offerte dall’Unione europea è aiutare le banche private.La versione dei contestatori dimostra ancora una volta il malessere della sinistra di oggi: le sue richieste non hanno un contenuto programmatico, offrono solo un generico rifiuto di intaccare l’attuale stato sociale. L’utopia, per loro, non è il cambiamento radicale del sistema, ma l’idea che sia possibile mantenere uno stato sociale all’interno del sistema.

Non bisogna però ignorare il pizzico di verità racchiuso nella tesi opposta: se rimaniamo entro i confini del sistema capitalistico globale, le misure per estorcere altri soldi a lavoratori, studenti e pensionati diventano necessarie.Una cosa è certa: dopo decenni di stato sociale, segnati da tagli relativamente modesti e dalla promessa che le cose sarebbero rientrate nella normalità, oggi stiamo entrando in un’epoca nuova. Un’epoca in cui un certo stato di emergenza economica sta diventando permanente, si sta trasformando in una costante, uno stile di vita. E porta con sé la minaccia di misure di austerità ancora più severe, di tagli alle prestazioni sociali e ai servizi nella sanità e nell’istruzione, di maggiore precarietà sul lavoro. La sinistra ha il difficile compito di sottolineare che siamo alle prese con i meccanismi dell’economia politica, che non c’è nulla di “naturale” in questa crisi, che l’attuale sistema economico globale si basa su una serie di decisioni politiche. Al tempo stesso la sinistra si rende perfettamente conto che, finché rimarremo all’interno del sistema capitalistico, la violazione delle sue regole provocherà effettivamente un dissesto economico, perché il sistema obbedisce a una sua logica pseudonaturale.

Anticapitalismo militante

Sarebbe sciocco limitarsi a sperare che la crisi finisca e che il capitalismo europeo continui a garantire un tenore di vita relativamente alto a un numero crescente di persone. Sarebbe una posizione politica radicale un po’ strana, perché vorrebbe dire sperare che le circostanze la mantengano marginale e inefficace. Oggi gli anticapitalisti non mancano. C’è anzi un sovraccarico di critiche agli orrori del capitalismo: inchieste giornalistiche, servizi in tv, best seller su aziende che inquinano l’ambiente, banchieri corrotti che continuano a incassare premi vertiginosi mentre le loro aziende vengono salvate dai soldi pubblici, fabbriche di vestiti dove i bambini lavorano giorno e notte. Eppure, per quanto feroci, tutte queste critiche hanno un punto debole: non contestano il principio di base, ovvero la cornice liberaldemocratica all’interno della quale dovremmo combattere tutti questi orrori. L’obiettivo, più o meno esplicito, è la regolamentazione del capitalismo, da raggiungere grazie alla pressione dei mezzi d’informazione, alle inchieste parlamentari, a leggi più severe e a indagini serie da parte delle forze dell’ordine. Nessuno mette in discussione i meccanismi istituzionali liberaldemocratici dello stato di diritto borghese. È proprio qui che l’intuizione fondamentale di Marx rimane valida, forse oggi più che mai.

La chiave della libertà

Per Marx, la questione della libertà non dovrebbe essere collocata principalmente nella sfera politica, come fanno invece le istituzioni finanziarie globali quando danno un giudizio su un paese. Le elezioni sono libere? I giudici sono indipendenti? La stampa subisce pressioni nascoste? I diritti umani sono rispettati? La chiave della vera libertà è altrove: nella rete “apolitica” di rapporti sociali, dal mercato alla famiglia, dove per ottenere un miglioramento non serve una riforma politica, ma un cambiamento nei rapporti sociali di produzione. Noi non votiamo su chi ha cosa o sui rapporti tra lavoratori e dirigenti nelle fabbriche. Tutto ciò dipende da processi estranei alla sfera politica. Ed è illusorio credere di poter cambiare le cose “estendendo” la democrazia a questa sfera, per esempio organizzando delle banche “democratiche” controllate dai cittadini. Secondo le nozioni base della teoria marxista della lotta di classe, la vita sociale “pacifica” è di per sé un’espressione della (temporanea) vittoria di una classe, quella dominante. Dal punto di vista dei subordinati e degli oppressi, l’esistenza stessa dello stato, come apparato di dominazione di classe, è un’espressione di violenza. Il classico motto liberale – a volte ricorrere alla violenza è necessario, ma non è mai legittimo – non basta. In una prospettiva radicale di liberazione, bisognerebbe ribaltare l’affermazione: per gli oppressi la violenza è sempre legittima (perché la loro condizione è frutto della violenza), ma non è mai necessaria. La scelta di usare o no la forza contro il nemico è sempre una questione di strategia. Anche nell’attuale emergenza economica non siamo alle prese con misteriosi processi di mercato, ma con interventi strategici molto strutturati decisi da stati e istituzioni finanziarie per cercare di risolvere la crisi a modo loro. In condizioni simili, non è giusto difendersi?Queste considerazioni non possono che demolire la comoda posizione soggettiva degli intellettuali radicali. E se questi intellettuali costruissero scenari catastrofici di proposito, per giustificare la loro vita tutto sommato comoda e sicura? È evidente che per alcuni di loro le rivoluzioni migliori si svolgono a distanza di sicurezza, a Cuba, in Nicaragua, in Venezuela. Così, mentre sentono i loro cuori scaldarsi al pensiero di quegli eventi lontani, possono continuare a occuparsi delle loro carriere. Ora che assistiamo al crollo dello stato sociale efficiente nelle economie industriali avanzate, per gli intellettuali radicali potrebbe essere vicino il momento della verità: volevano un cambiamento vero? Ora ce l’avranno.

Il dominio del mercato

Nella fase più recente del capitalismo, quella successiva al 1968, l’economia stessa, cioè la logica del mercato e della competizione, si è gradualmente imposta come ideologia dominante. Nel campo dell’istruzione, il sistema scolastico è visto sempre meno come un elemento imprescindibile – superiore al mercato e organizzato direttamente dallo stato – e portatore di valori illuminati come la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza. In nome della sacra formula “meno costi, più efficienza”, la scuola è stata gradualmente pervasa da varie forme di partnership tra pubblico e privato. Lo stesso vale per l’organizzazione e la legittimazione del potere: il sistema elettorale ricalca sempre di più il modello della competizione di mercato. Le elezioni sono viste come uno scambio commerciale in cui gli elettori “comprano” l’offerta che promette di mantenere l’ordine sociale, perseguire il crimine eccetera, nel modo più efficiente. Sempre in nome del “meno costi, più efficienza”, altri settori un tempo di competenza esclusiva del potere statale, come le carceri, possono essere privatizzati. L’esercito non si basa più sulla coscrizione obbligatoria, ma è formato da mercenari. Anche la burocrazia di stato non è più vista come la classe universale di hegeliana memoria, cosa sempre più evidente nell’Italia di Berlusconi: il potere dello stato è esercitato direttamente da uno spregevole borghese che lo sfrutta apertamente e senza scrupoli per proteggere i suoi interessi. Perfino i rapporti sentimentali seguono sempre più spesso i meccanismi di un rapporto di mercato. Si basano sull’autopromozione: per le agenzie matrimoniali o i siti di incontri, i potenziali partner si presentano come merci, con tanto di foto ed elenco delle qualità.

Tutto è possibile

In una situazione del genere, la semplice idea di un cambiamento sociale radicale potrebbe sembrare un sogno impossibile. Sulla parola “impossibile”, però, dovremmo fermarci a riflettere. Oggi il possibile e l’impossibile sono distribuiti in modo strano, ma entrambi si stanno dilatando all’inverosimile. Nel campo della libertà personale e della tecnologia scientifica ci viene detto che “nulla è impossibile”: possiamo goderci il sesso in tutte le sue versioni più perverse, scaricare archivi interi di musica, film e serie tv, chiunque (sborsando) può viaggiare nello spazio. Potremo migliorare le nostre capacità fisiche e psichiche, manipolare le nostre caratteristiche di base intervenendo sul nostro genoma. C’è perfino la speranza di realizzare il sogno tecnognostico dell’immortalità, trasformando la nostra identità in un software che potremo scaricare su questo hardware o su quello.

Nel campo dei rapporti socioeconomici, la nostra epoca si considera giunta all’apice della maturità: oggi l’uomo ha rinunciato ai suoi millenari sogni utopistici e ha accettato le costrizioni della realtà (o, meglio, della realtà socioeconomica del capitalismo), con tutte le sue impossibilità. Il suo comandamento è diventato “non puoi”: non puoi partecipare a grandi azioni collettive, che sfociano inevitabilmente nel terrore totalitario; non puoi rimanere aggrappato al vecchio stato sociale, perché questo ti rende poco competitivo e porta alla crisi economica; non puoi isolarti dal mercato globale senza farti risucchiare dall’ideologia nordcoreana del juche. Nella sua variante ideologica, anche l’ambientalismo fornisce la sua lista di impossibilità, i cosiddetti valori di soglia (non più di due gradi di riscaldamento globale), basati su “pareri di esperti”.

Oggi l’ideologia dominante cerca in tutti i modi di farci accettare l’“impossibilità” del cambiamento radicale, della fine del capitalismo, di una democrazia che non sia ridotta a un gioco parlamentare corrotto, e lo fa per rendere invisibile l’antagonismo che attraversa le società capitaliste. Per questo la formula di Jacques Lacan per superare un’impossibilità ideologica non è “tutto è possibile” ma “l’impossibile succede”.

Il governo di Evo Morales in Bolivia, quello di Hugo Chávez in Venezuela e il governo maoista in Nepal sono arrivati al potere dopo elezioni “giuste” e democratiche, non con l’insurrezione. La loro situazione è “obiettivamente” disperata: l’intero corso della storia va fondamentalmente contro di loro, non possono contare sulla spinta di nessuna “tendenza obiettiva”, l’unica cosa che possono fare è improvvisare, fare il possibile in una situazione disperata. Ma tutto questo non dà loro una libertà unica? E noi tutti – sinistra di oggi – non siamo nella stessa situazione?

La nostra, quindi, è l’esatto contrario della situazione classica dei primi del novecento, quando la sinistra sapeva cosa bisognava fare ma ha dovuto aspettare pazientemente il momento giusto per passare all’azione. Oggi non sappiamo cosa dobbiamo fare, ma dobbiamo agire ora, perché le conseguenze dell’inazione potrebbero essere disastrose. Saremo costretti a vivere “come se fossimo liberi”.

Internazionale, numero 874, 26 novembre 2010

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