dalla finestra nov 2010 (1)La prima mossa di apertura ritengo sia quella di dover usare la dicotomia di Dominanti e Dominati . Mi si potrebbe obbiettare che si tratta di una dicotomia tautologica e generica, che peggiora anziché migliorare la dicotomia precedente. Non lo credo. Non si tratta di fare il giochetto verbale di continuare a chiamare “borghesia” i dominanti capitalisti e “proletariato” i dominati salariati. Si tratta di comprendere che, in mancanza di una credibile terminologia scientifica ammessa da tutti, è meglio fare un passo indietro e limitarci a chiamare Dominanti e Dominati gli agenti storici attivi e passivi della riproduzione sociale complessiva del modo di produzione capitalistico. Almeno ci sottrarremo agli inganni del linguaggio consueto, quelli che Bacone chiamava idola fori.

4. Nel corso di questo testo userò i termini di “crisi” e di “cultura” in un senso molto preciso che chiarirò subito. Il termine di krisis, usato nella medicina greca, significa il momento cruciale in cui l’ammalato va o verso la morte o verso la guarigione. Al di fuori dell’ultima crisi terminale, dunque, tutte le altre crisi sono positive, benefiche e di guarigione, cioè di riproduzione del corpo e dell’anima. Il termine di cultura, nel significato che intendo dargli, non significa solo “alta cultura”, la cultura scritta e visiva dei grandi scrittori e dei grandi pittori, e neppure cultura in senso antropologico come insieme dell’attività lavorativa, linguistica e simbolica dell’uomo, ma significa paideia, cioè educazione globale, non solo in senso scolastico, ma nel senso di accrescimento (e di autoaccrescimento) della coscienza umana che dura tutta la vita. La cultura è dunque un termine che connota sia l’individuo, sia i gruppi ristretti, sia l’intera società.

5. La seconda “mossa di apertura” che farò consiste nel chiarire che la nozione di crisi culturale non può essere ricavata per estensione né dalla nozione di crisi economica né da quella di crisi politica. Vi è su questo un largo consenso, ma per chiarezza vi dedicherò egualmente alcuni paragrafi, perché ritengo che l’“economicismo” ed il “politicismo” siano approcci riduttivi ed errati al problema che ci interessa. È soprattutto importante capire però, contro l’approccio di Louis Althusser e della sua scuola,che la cultura non si identifica con l’ideologia, che ogni equazione fra cultura ed ideologia è fuorviante, e che respingo ogni tripartizione consueta delle diverse istanze del modo di produzione capitalistico secondo il modello della semplice distinzione fra economico, politico ed ideologico. La paideia, antica, moderna e postmoderna, non è una ideologia. Prima lo si capisce e meglio è per tutti. 

6. Non sono un economista, e tanto meno un esperto professionale di crisi economiche del capitalismo. Ho tuttavia studiato un poco la letteratura marxista sull’argomento,e mi pare di poter aderire alla teoria della cosiddetta ricorsività, nella forma incui è stata esposta da Gianfranco La Grassa in numerose opere. Questa teoria della ricorsività (da non confondere con quella delle cosiddette “onde lunghe” di Ernest Mandel) ha un doppio merito. Primo, intende segnalare l’esistenza di una crisi complessivadentro il modo di produzione capitalistico, che è allora anche e soprattutto una crisi degli assetti di potere, e non solo una crisi di tipo monetario e/o tecnologico.Secondo, rompe con tutte le mitologie del “crollo” (Zusammenbruch) e della crisi finale e decisiva. Come è noto, questi annunci crollistici sono anch’essi “ricorsivi”, esono strutturati su di una concezione storicistica, deterministica e stadiale del modo di produzione capitalistico, di cui si proclama sempre la “crisi finale”. Personalmente,non credo nell’esistenza di una crisi finale del capitalismo, e comunque non certo nelsenso della teoria del crollo. Considero questa visione una inconsapevole secolarizzazionein linguaggio economico del profetismo messianico, e rilevo che essa nella storia ha favorito incredibili sbagli anche e soprattutto da parte di persone serie ecompetenti. Ad esempio, Rosa Luxemburg era convinta che il crollo economico delcapitalismo sarebbe derivato dall’esaurimento di tutti gli spazi geografici pre-capitalistici del globo. Mi sembra un errore totale, se riflettiamo sull’attuale mondializzazione capitalistica chiamata “globalizzazione”. Per fare un secondo esempio, Paul Sweezy sostenne a lungo la teoria della stagnazione capitalistica in termini di esaurimento delle capacità di innovazione tecnologica del sistema. Se vediamo cosa sta avvenendo oggi, mi sembra un altro errore totale. Non mi interessa però infierire su questi maestri del pensiero economico, perché considero i loro sbagli una ricaduta ideologica di un wishful thinking, cioè di una speranza politica sul prossimo crollo del capitalismo. 

7. Non sono un politologo, e tantomeno un esperto professionale di crisi politiche del capitalismo. A suo tempo, Lenin parlò di crisi rivoluzionaria in termini di incapacità dei dominanti a governare come prima e di rifiuto dei dominati ad essere governaticome prima. Non sarà forse un approccio accademico, ma mi sembra un buon approccio. Più difficile è stabilire la natura non delle rarissime crisi politiche rivoluzionarie ma delle ben più frequenti crisi politiche di riproduzione, legittimazione e rappresentanza. In Italia abbiamo assistito circa un decennio fa ad una tipica crisi politica di passaggio, quella fra la prima e la seconda repubblica. Personalmente, non ho mai ritenuto che si trattasse di una crisi di legittimazione, o meglio di delegittimazione (e cioè i giudici di Mani Pulite che delegittimavano giudizialmente la classe politica professionale corrotta dei vecchi partiti, PSI in primo luogo, ma anche DC e PCI). Queste delegittimazioni sono operazioni a forte impatto emozionale e mediatico, dovute all’approccio moralistico al potere tipico delle ideologie spontanee delle classi dominate, che si muovono in base alla semplice (ma irrilevante) dicotomia Onesti/Ladri. Si è invece trattato a mio avviso di una crisi di rappresentanza, legata all’eliminazione di un sistema elettorale proporzionale che in Italia era storicamente legato non tanto e non solo alla spartizione mafiosa dei posti (che caratterizza al 100% anche i sistemi elettorali maggioritari), e neppure alle rendite di posizione dell’ intermediazione politica corrotta (che caratterizza anch’essa al 100% i sistemi elettorali maggioritari), ma soprattutto alle richieste di welfare dei gruppi organizzatidella società. Bisognava alleggerire ed indebolire la rappresentanza, per alleggerire ed indebolire le richieste di welfare keynesiano (o para-keynesiano), in vista di una maggiore sovranità dei mercati finanziari internazionali. Ogni personalizzazione di questo delicato passaggio in termini di “craxismo” o di “berlusconismo” mi sembra solo una trappola per allodole credulone. Chi non è d’accordo con questa mia valutazione è pregato di riflettere sul fatto che l’ondata giudiziaria di delegittimazione delle classi politiche proporzionalistiche precedenti avvenne “in tempo reale” in quasi tutti i paesi del mondo, dal Giappone alla Germania, dalla Spagna alla Grecia, anche se solo in Italia portò alla curiosa metamorfosi di praticamente tutti i partiti della prima repubblica. Ma siamo pur sempre il paese del Gattopardo, in cui il presupposto della continuità sotterranea è fingere che cambi tutto.

8. Ho esposto brevemente nei due paragrafi precedenti la mia personale opinione sulla natura delle crisi economiche e politiche, perché ritengo che la base dell’etica della comunicazione sia appunto non nascondere le premesse di valore ed i presupposti interpretativi. Ma non do a questi due paragrafi molta importanza, perché non sono in alcun modo il centro del mio intervento. È invece molto più importante chiarire subito l’erroneità delle posizioni alla Athusser, che identificano di fatto cultura
ed ideologia. Una volta chiarito questo possibile equivoco, potremo finalmente iniziare il nostro discorso vero e proprio sulla natura specifica dell’attuale crisi culturale del capitalismo.

9. Il concetto di cultura porta con sé la dimensione della possibile educazione universalistica del genere umano (paideia, Bildung). Si tratta di una nozione prodotta da alcuni illuministi tedeschi alla fine del Settecento, e poi correttamente ripresa da Kant e Hegel. Questa nozione riprende il vecchio concetto greco di paideia, arricchendolo (o impoverendolo, a seconda dei punti di vista) con la nuova consapevolezza della dimensione storica e temporale. L’ideologia invece non è equivalente alla cultura, e non è neppure una sorta di “parte politicizzata” della cultura stessa. L’ideologia è una rappresentazione del mondo, o più esattamente un insieme organico e gerarchizzatodi rappresentazioni, che risponde immediatamente (e cioè senza mediazione ulteriore filosofica e scientifica) al problema del conferimento di senso e di prospettiva alla vita quotidiana, non appena questa vita quotidiana diventa oggetto di autoriflessione, o più esattamente diventa un concetto trascendentale riflessivo. Come del resto avviene per la religione, di cui l’ideologia (anche quella atea, ed anzi soprattutto quella atea) è sempre una forma impoverita, semplificata e privata delle sue dimensioni esistenziali più importanti, si tratta di una antropomorfizzazione e di una conseguente soggettivizzazione (individuale o di gruppo) del mondo dei significati
umani. L’equazione fra ideologia e cultura, fatta da Althusser e dalla sua scuola (con la conseguente tripartizione errata delle istanze del capitalismo in economia, politica ed ideologia), è del resto solo il triste raddoppiamento della precedente equazione fra epistemologia e filosofia, con la riduzione della filosofia stessa a riflessione di secondo grado sulle procedure di costituzione delle scienze naturali e sociali. In questo modo il problema diventa male impostato fin dall’inizio.L’ideologia, o più esattamente la produzione ideologica, è una dimensione strutturale permanente, e quindi antropologicamente e socialmente ineliminabile, dell’attività umana. Non esiste, ed ovviamente non può esistere, nessuna presunta “fine delle ideologie”. Quelle che finiscono, o quasi sempre si indeboliscono, sono solo delle formazioni ideologiche storicamente determinate e congiunturali. La cosiddetta “fine delle ideologie” è a sua volta una ideologia, e per di più particolarmente povera. Parlare di fine dell’ideologia è come sentir dire da un medico, a proposito del corpo umano, che c’è la fine del sudore, dell’adrenalina, dello sperma e degli escrementi. Si tratta di idiozia pura. Filosoficamente parlando, la fine dell’ideologia intesa come fine di ogni falsa coscienza e di ogni rapresentazione antropomorfizzata del destino dell’uomo equivarebbe ad una impossibile divinizzazione dell’uomo stesso, trasformatosi integralmente in sostanza spinoziana o in Pensiero del Pensiero aristotelico.Una prospettiva da abbandonare esplicitamente.

10. Nel titolo di questo saggio si parla di terza età del capitalismo. Si tratta di una periodizzazione classica, che in questa forma ho preso dal bel libro in lingua francese di Luc Boltanski ed Eva Chiapello. La prima età del capitalismo, dalla fine del Settecento agli anni Trenta del Novecento, è quella dell’impresa patrimoniale e familiare, del “borghese” e del capitano d’industria alla Sombart. La seconda età del capitalismo, che si sviluppa a partire dagli anni Trenta, è quella del compromesso
fordista in cui il proletariato rinuncia progressivamente alla critica sociale in cambio di un flusso stabile e garantito di consumi e di servizi sociali che ne possano propiziare l’accesso alla classe media. La terza età attuale del capitalismo, caratterizzata da una enorme crescita di peso dei mercati finanziari, vede alcune modificazioni radicali non solo in campo economico e politico, ma anche culturale. Ed è appunto questo l’oggetto di questo saggio.

11. Boltanski e Chiapello definiscono in modo corretto il capitalismo come «un processo retto da una norma di accumulazione illimitata del capitale». Ottima definizione. In altra sede ho fatto notare (e continuerò a far notare) che questa norma di accumulazione illimitata è incompatibile con la vecchia sapienza filosofica greca, fondata sul concetto di “limite” (peras), per cui il limite stesso è la precondizione veritativa del fondamento e della verità (logos). Incidentalmente, questa è la ragione per cui non amo che si definisca il processo di globalizzazione finanziaria e di mondializzazione degli scambi come “occidentalizzazione del mondo”. Il principio della illimitatezza caotica della ricchezza è un principio post-occidentale, non occidentale. È l’assassinio dei greci, nostri maestri, non certamente l’estensione della visione del mondo dei greci all’intero pianeta.

C.Preve – da: "La crisi culturale della terza età del capitalismo. Dominati e dominati nel tempo della crisi del senso e della prospettiva storica"

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