Lo gridavano i punk alla fine degli anni Settanta, in un mondo già allora in un vicolo cieco. Era uno slogan-grido di dolore, rauco e straziante: “no future”. Oggi lo stesso slogan viene usato freddamente dai giornali per descrivere non più un'intuizione di oltre trent'anni fa, bensì lo stato attuale e conclamato delle cose. “Generazione no future.” Ovvero: avere vent'anni e, a fronte di astratte statistiche su aspettative di vita sempre più alte, non avere alcuna idea di come si farà a sopravvivere.
I punk, vecchi rabbiosi profeti. Se è per questo, a proposito di previsioni, era facile aspettarsi anche l'estinzione del desiderio certificata adesso dal Censis – sul finire della grande orgia berlusconiana, un paese che sprofonda in un nauseante vuoto emotivo. E vedere precari e ricercatori arrampicarsi sui tetti, anche questo ha confermato una disperazione che montava da anni. Sui tetti del desiderio, l'aria è ambigua e rarefatta. Cosa si vede da lassù: un paesaggio di nebbia? I contorni di un qualche orizzonte? O i bagliori dei fuochi delle rivolte che verranno?
Restiamo al desiderio. Il termine latino studeo significa “applicarsi”, “attendere a”, ma anche “cercare” e “desiderare”. Lo studente come soggetto che desidera. È sconvolgente la quota di verità che si trova già lì, nell'origine delle parole. Gli studenti riportano in piazza il desiderio e il desiderio è quello di esistenza, di resistenza, di lotta all'entropia e al suicidio in corso di questa società. Un desiderio che in molta parte del paese appare in bilico.
Come a Padova, un mattino di dicembre, termometro vicino allo zero. Alcuni studenti sfilano a petto nudo, incatenati l'uno all'altro, per le vie dello shopping. Essere nudi nel gelo dei tempi. Destinati a un mercato di schiavi. Gli adulti si fermano a osservare e poi distolgono lo sguardo con un'aria turbata – di rimorso, quasi.
La sfida di una nuova generazione non è mai soltanto sua: è la sfida che l'intera coscienza umana, nella dimensione più collettiva, si trova ad affrontare per il tramite di quella generazione.
Ora, la sfida della gioventù italiana è affrontare le contraddizioni accumulate dal sistema per decenni, fino a concentrarsi in un presente mortifero. Si tratta della stessa sfida dell'intera gioventù occidentale. Da un altro verso, la sfida italiana include un'urgenza specifica: reagire a un contesto in cui varie forme di violenza, politica, istituzionale, mediatica, spettacolare, economica, mafiosa, padronale, patriarcale, si riuniscono e incarnano in un unico personaggio, in un solo opprimente capo.
Intanto nelle strade, nelle piazze, il potere si difende. Istituisce le solite zone rosse. Che le zone rosse siano ingiuste e oscene, non serve essere un estremista per comprenderlo. Le zone rosse, tutte le zone rosse, anche quelle mentali, anche quelle dell’anima, quelle instillate nelle nostre teste e che custodiscono il dna tossico della solitudine contemporanea, con la sua ingiunzione a vivere in un certo modo, consumare in un certo modo, essere complici in un certo modo, indifferenti in un certo modo. Soffocare in un certo modo.
Quando ti senti un sacchetto di plastica sulla testa, può accadere di sussultare un poco. Si può riuscire a violare le zone rosse senza il rosso di alcun sangue? Ecco una domanda cruciale. Gli scoppi di rabbia più accesa sulle strade di Roma sono stati letti come lo sfogo di una generazione, o di una sua parte, che non ha più nulla da perdere. No future, giusto? Anche se la formula andrebbe precisata: più nulla da perdere all'interno di questo sistema.
Ricordiamo lo slogan di Genova. In quella città, quasi dieci anni fa, centinaia di migliaia di persone urlarono in coro che un mondo diverso è possibile. Chissà come risulterebbe oggi un tale slogan. Datato, forse, troppo ingenuo o troppo generico. Eppure, anche ora, potrebbe risultare utile un passaggio simbolico: da un'evocazione di “no future” a una di “new future”. Rispetto alle modalità reali di un simile passaggio, le generazioni precedenti si sono infrante, come maree, addosso a scogli troppo rocciosi. Ma questa ha dalla sua una lucidità tutta nuova. È come se gli orologi del pianeta si stessero fermando, tutti insieme, in un attimo spaventoso e meraviglioso. Il momento in cui una generazione viene presa da un lampo di consapevolezza piena, irripetibile. Siete voi il sale di un mondo nuovo.

Pubblicato QUI e su "Il Manifesto" del 22 Dicembre 2010
 


Seppur nella stima che nutro per Mancassola, pubblico questo suo articolo per amor di critica. Quando la generazione dei primi anni '80 -quella del "no future" -presentì che l' avvento del neo-liberismo dall' area atlantica sarebbe sbarcato nell' Europa continentale, reagì, come spesso capita (e su questo la mia interrogazione è permanente) nel modo  peggiore: assumendo il nichilismo anarchico e la disperazione esistenzialista a proprio antecedente storico, andando così incontro ai propri  nemici, facendo proprie parole d'ordine – e lasciandole scarsamente approfondite-  che erano le stesse linee guida dell' individualizzazione del desiderio – e della sua sempre possibile realizzazione nel fantastico mondo del potere d' acquisto.
Basta, bisogna voltare pagina, mi sono rotto, bisogna mandare affanculo Deleuze, Lacan e Negri  e tutti coloro che sul desiderio pensano di impostare una politica. Questa contraddizione in termini va assolutamente superata.
 
Mancassola stesso si interroga su questo punto, qui, quando dice: "Siamo cresciuti nel mercato delle merci e delle esperienze, abbiamo introiettato l’idea che fosse normale espandere all’infinito il desiderio, con il risultato di ritrovarci pieni di desideri contraddittori: voglio un lavoro serio ma un lavoro creativo, voglio essere libero ma voglio essere garantito, voglio essere qui ma voglio essere altrove, voglio la rivoluzione ma voglio che il mio stile di vita non cambi. Anche da questo risulta la paralisi della vita."  Molto bene, però poi da questo quadro bisogna dedurne categorie di pensiero, e aggiungerei che bisogna impegnarsi a limitare razionalmente i propri desideri personali, entropici per propria natura, e guardare di più ai diritti collettivi, con l'attenzione che meritano anche per il pericolo che rappresentano.

Riguardo all' ultimo capoverso, al movimento no-global e a Genova, vorrei far notare che esso, ancorchè duramente represso, non riuscì ad esprimere una posizione chiara rispetto al proprio oggetto di critica: la globalizzazione del modo di produzione (anche e sopratutto sociale) capitalistica. Rimasto in bilico tra universalizzazione dei diritti umani e mondializzazione degli scambi -commerciali-, che ovviamente sono da leggersi in unità dialettica, questo movimento composto da belanti pacifisti e da teppisti senza alcuna disciplina (due facce della stessa medaglia), non è riuscito, a mio modesto avviso, a risolversi se proporre una autentica critica allo sradicamento da ogni ambito comunitario -che al capitale globale fa proprio comodo, e quindi riaffermando la necessità della struttura  familiare e nazionale che i popoli di prima avevano assunto, con tutta il loro portato autoritario; o se correre parallelamente alla globalizzazione capitalista (democratica, laica, libertaria, ferocemente totalitaria) chiedendone l'inclusione per tutti, con esiti assolutamente nefasti per i popoli stessi. 

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