trasparenze (3) 19. Le cosiddette “avanguardie storiche”, non solo artistiche e letterarie, ma anche filosofiche (anche se questo termine non è usato abitualmente nel campo della filosofia), sono un esempio di questa critica artistica al capitalismo, della sua strutturalità e della sua permanenza. Il destino di tutte le avanguardie, ovviamente, è sempre quello o di morire nel primo grande scontro con il nemico, o di essere superate dal grosso dell' esercito, di riposarsi e di diventare così “retroguardie”. In questo non c’è nulla di strano, nessun tradimento, nessuna corruzione e nessuno scandalo. Tuttavia il carattere ambivalente delle avanguardie, ad un tempo protesta ed anticipazione inconsapevole di tendenze storiche dominanti, sta proprio nel fatto che esse sono certo scandalose nella prima età protoborghese del capitalismo, diventano solo imbarazzanti ed inquietanti nella seconda età borghese-matura del capitalismo stesso, ed infine finiscono con l’essere fisiologiche ed organiche alla terza età del capitalismo, integralmente post-borghese e post-proletaria, caratterizzata da nuovi ed inediti ceti sociali, dalla classe media globale americanizzata al nuovo lavoro salariato flessibile e precario. In questa terza età del capitalismo l’obsolescenza rapida delle merci diventa programmata, la pubblicità diventa dominante, e per usare la corretta definizione del situazionismo francese, “il valore d’uso delle merci tende a zero e quello di scambio tende all’infinito”. Ed in questo clima di frenetico movimento l’avanguardismo diventa l’ultimo stadio del conservatorismo. Un educato convegno di antichisti che parlano sottovoce di Seneca è infinitamente meno “conservatore” (dello spirito del capitalismo, intendo) di quanto non lo sia un concerto rock dei centri sociali con musica ad altissimo volume.L’apologia avanguardistica del gesto diventa così l’anticamera del falso anticonformismo della pernacchia televisiva. Il mercato dell’arte fagocita tutto, e la critica artistica del capitalismo finisce simbolicamente il giorno in cui un pittore italiano, di cui mi scuso di non ricordare il nome e di non voler perdere tempo a cercarlo, riesce a vendere a buon prezzo un suo barattolino che ha come etichetta “merda d’artista”.
 

20. Il Sessantotto, il mitico Sessantotto (1968 e dintorni) è certamente una data importante, anche se forse non epocale, nella storia dell’integrazione della critica artistica al capitalismo. Il fatto che molti attori sociali del Sessantotto lo abbiano soggettivamente vissuto come l’anticamera di una rivoluzione comunista classica, edificando nel decennio successivo organizzazioni politiche dotate di falsa coscienza ideologica di tipo marxista, leninista, staliniano, bordighista, trotzkista, maoista ed anarchico è certo interessante sul piano della ricostruzione del “vissuto”, ma lo è molto meno sul piano che qui ci interessa, che è quello di una ricostruzione prospettica delle tendenze di fondo e di lunga durata dell’epoca contemporanea.
Nell’ottima formulazione sintetica di Gilles Lipovetsky, «[…] il Sessantotto è stato una rivoluzione senza finalità, senza programma, senza vittime né traditori, senza cornice politica […] un movimento lassista e molle, la prima rivoluzione indifferente, la prova che non c’è motivo di disperarsi nel deserto […] in una società intimistica che misura tutto con il metro della psicologia, l’esito post moderno della logica democratica consiste essenzialmente nel compimento definitivo del secolare obbiettivo delle società moderne, cioè il controllo totale della società e, per altro verso, la liberazione crescente della sfera privata consegnata ormai al self-service generalizzato». Sono perfettamente d’accordo. Da un lato, controllo sociale che si vuole totale. Dall’altro lato, ed in sinergia complementare, self-service generalizzato negli stili di vita personali e di gruppo. Per capire questo quasi tutto il marxismo politico tradizionale è inutile, e ci vogliono soprattutto Alexis de Tocqueville e Christopher Lasch.

 Ma è interessante che a conclusioni analoghe giunga anche il militante politico italiano Guido Viale: «Con il Sessantotto il linguaggio si unifica, nasce il “sinistrese”, un misto di marxismo, di sociologia industriale, di contrattualismo americano, di terminologia medica e psicanalitica. Ma viene parlato da tutti. Scompaiono i dialetti, ma anche il linguaggio accademico e quello letterario. Le condizioni per la scalata del Sessantotto al potere sono poste. Il potere si riorganizza ed il controllo sociale viene restaurato nelle forme, con gli strumenti e con il linguaggio forniti dal movimento: nasce il consenso politico organizzato». Il Sessantotto è dunque una importante tappa nella storia dell’affermarsi dell’individualismo subalterno che assume in un primo
momento adolescenziale di acne giovanile la forma di un collettivismo politico esasperato. Un segreto, ma anche un segreto di Pulcinella.
 
21. Dopo il Sessantotto, nel suo apparente momento di massimo successo, il marxismo si frantuma in pezzi disorganici e non comunicanti, costituiti dall’operaismo sindacalistico, dal femminismo differenzialista, dall’ecologismo prima radicale e poi
addomesticato dal ceto politico, dal pacifismo generico, dal giornalismo progressista “sinistrese” politicamente corretto, ed infine dall’incorporazione dei linguaggi universitari, in cui non c’è alcuna comunicazione fra il dialetto storico, quello filosofico, quello economico, quello sociologico, quello psicologico, quello politologico, eccetera. Questa esplosione della critica marxista è ovviamente preliminare e complementare alla implosione del sistema culturale complessivo del capitalismo di cui parlerò fra
poco nel § 23, che è la chiave teorica di questo intero saggio e ne giustifica il titolo. In questa terza età del capitalismo, l’incorporazione universitaria (e poi giornalistica nella forma dell’“opinionismo autorevole”) della critica sociale assume caratteri
quasi totalitari. Ci fu un tempo in cui Rosseau, Marx, Engels, Gramsci, ecc., non erano professori universitari e neppure cercarono di diventarlo. Oggi questo “dilettantismo” non è più consentito. In questo rilievo non intendo affatto riprendere la vecchia polemica contro la cultura universitaria inaugurata da Schopenhauer. In giusti e moderati limiti, io sono un fruitore della cultura universitaria. Ma qui noto un fatto storico e sociale, non un oggetto di facile polemica. L’incorporazione universitaria della critica sociale (ed artistica) al capitalismo ne rappresenta anche in modo evidente la neutralizzazione. Adorno aveva ancora un piede dentro ed uno fuori dall’Università, ma il suo allievo Habermas ormai né è solidamente dentro con entrambi i piedi. Che questo non c’entri nulla con il contenuto del pensiero lo lasciamo a coloro che credono che il 6 gennaio il carbone per i bambini lo porti una vecchietta chiamata Befana.
 
22. Possiamo qui fare una breve pausa, tirare le conclusioni del discorso iniziato nel § 12, in cui ho proposto la distinzione di Boltanski e Chiapello sulle critiche sociali ed artistiche al capitalismo. In questa recente terza età del capitalismo si sono entrambe indebolite ed hanno entrambe subìto un progressivo e graduale processo di integrazione e di neutralizzazione. Il loro spostamento fuori dal sistema capitalistico vero e proprio inteso in senso “metropolitano” (terzomondismo, movimento antiglobalizzazione, ecc.) è certo giustificato sul piano morale, ma sul piano pratico non fa che evidenziare il successo dell’integrazione, o almeno della neutralizzazione. È necessario partire da questa presa d’atto, ammesso che sia esatta (come io credo), per poter avanzare una diagnosi realmente credibile sulla natura profonda dell’attuale crisi culturale del capitalismo. Ed è quello che farò nel prossimo importante paragrafo.
 
23. L’indebolimento, la metabolizzazione, la neutralizzazione e l’incorporazione dei due tipi di critica precedente, sociale ed artistica, basate sulla convergente denuncia dell’ingiustizia e dell’inautenticità della vita nel capitalismo borghese, hanno
portato egualmente ad una crisi culturale del potere in questa terza età del capitalismo stesso. Questa crisi culturale è una crisi implosiva, nel senso che la vittoria temporanea conseguita contro i suoi precedenti critici è stata talmente grande da essere anche eccessiva. In che senso diciamo che è stata eccessiva? Nel senso che essa non si è limitata a dominare il senso e la prospettiva dei suoi critici, ma li ha praticamente annientati, al punto da far sparire non solo il senso e la prospettiva “critici”, ma il senso e la prospettiva in quanto tali. Di una vittoria di questo tipo si può anche morire. Un cabaret culturale fatuo può anche continuare a dire che Dio è morto, Marx è morto, il senso è morto, la prospettiva storica è morta e ciò nonostante non siamo mai stati tanto bene, AIDS e Bin Laden permettendo. È possibile concentrare nei mercati un gigantesco ammasso di merci e di servizi, ed è anche possibile (anche se moltopiù difficile) aumentare gradatamente il numero dei potenziali clienti solvibili, ma è impossibile sostenere che tutto questo è senso e prospettiva a sé stesso. I discorsi sul “virile disincanto” del mondo prodotto dalla scienza possono soddisfare qualche laico deluso dal suo precedente marxismo messianico-economicistico, ma sono costretti a coesistere con gli anziani pellegrini di Padre Pio da Pietrelcina con i loro piedi gonfi e le loroimmagini sacre. Si possono marginalizzare i critici, definendoli in lingua inglese lunatic fringes (frange folli), etichettare chi si oppone alle guerre ed ai bombardamenti “pacifisti ideologici” (come se gli altri non fossero guerrafondai anch’essi ideologici), insultare chi si oppone ad un unico impero mondiale unilaterale come “antiamericano” (facendo così diventare anti-americani milioni di americani critici e sensibili), ecc. Ma in definitiva questo interminabile cacofonico bla-bla mediatico non può riempire l’assordante vuoto del senso e della prospettiva.

Ora, l’uomo per sua natura è un animale lavorativo, linguistico e simbolico, e dunque un animale “generico” che vive di senso e prospettiva. Possiamo chiamare questo natura umana, oppure anche “anima umana”, secondo una prospettiva aperta dal venerando pensiero di Platone e recentemente riproposta con grande coraggio linguistico e teorico dal giovane studioso italiano Luca Grecchi. In ogni caso, comunque vogliamo chiamare questo fondamento veritativo dell’esistenza individuale e sociale, appare chiaro che l’implosione integrale del senso e della prospettiva configurano non solo una crisi, come è evidente, ma una crisi specifica e relativamente inedita, che è necessario prima inquadrare sommariamente nei suoi tratti essenziali, e poi cominciare a discutere in dettaglio. Nei prossimi paragrafi mi limiterò ad alcune osservazioni introduttive per una discussione ancora da fare.
 
24.Inizierò con alcune osservazioni di superficie su alcuni fenomeni molto noti ma anche poco compresi come il tifo sportivo, la pornografia, la circolazione autoveicolare ipertrofica ed asfissiante, ed infine la televisio­ne e la sua centralità comunicativa, o meglio escludente. Si tratta di quat­tro fenomeni ben noti, ma come dice giustamente Hegel, il noto in quanto noto non è ancora conosciuto. Per poter portare la comprensione di questi quattro fenomeni sociali al livello della conoscenza teorica occorre abban­donare ogni visione moralistica, snobistica ed elitaria di questi fenomeni, per comprendere che si tratta di quattro fenomeni di individualizzazione artificiale, e pertanto di socializzazione adattativa, del suddito-consumatore di questa nuova terza età del capitalismo.
 
Il tifo sportivo è spesso visto con disprezzo dalle cosiddette "persone colte". Vi sono anche persone di cultura, come lo scrittore inglese Tim Parks, tifoso degli "ultra" del Verona, che invece ne rivalutano gli aspetti ludici e comunitari. lo sono totalmente privo di snobismo, la gente comune non mi fa per niente schifo, e tendo dunque a prendere sul serio Tim Parks. Ma Tim Parks, ed i molti come lui, parlano anche di calcio, non solo di calcio. C'è una sottile differenza, che non dovrebbe sfuggire neppure a Parks. Quando lo spettacolo sportivo satura ogni comunicazione mediatici, le squadre vengono quotate in borsa, l'ossessiva chiacchiera calcistica ed automobilistica sostituisce nei bar il precedente "parlare di donne" (forse a causa di una diminuzione del desiderio dovuto all'inquinamento atmo­sferico), ecc., non siamo più di fronte ad un fenomeno sportivo, ma ad una sostituzione della virtualità alla precedente sportività stessa. È bene riba­dire che non intendo affatto sostenere che i nuovi tifosi vengono "distrat­ti" dai loro veri interessi sociali o dalla organizzazione della prossima ri­voluzione proletaria. Questo modo inattendibile di vedere le cose era tipi­co dell'ideologia di sinistra, per cui già nell'antica Roma i giochi dei gladiatori e più in generale i circenses avevano il compito di distrarre le masse dalla lotta contro il modo di produzione schiavistico. In realtà, come ha a suo tempo chiarito lo storico francese Paul Vevne, i circenses non ave­vano lo scopo di "distrarre" le masse da una improbabile rivoluzione, che in forma cristiana avvenne poi comunque, ma di affermare simbolicamen­te il potere senatorio o imperiale, e poi esclusivamente imperiale. Del resto questo avviene anche oggi, da Agnelli a Berlusconi. Il discorso sportivo socializza in modo artificiale, contrapponendo agonisticamente tifosi so­cialmente del tutto omogenei, ed in questo modo individualizza in modo adattativo queste stesse persone che vengono teatralmente fatte scannare per Totti e Ronaldo.
 
La pornografia è anch'essa un fenomeno per molti aspetti nuovo ed inedito, e sbaglia chi parla soltanto del mestiere più antico del mondo, o fa notare che l'eccitazione erotica per gli organi sessuali fa parte del corredo biologico della riproduzione umana. Non intendo discutere Charles Darwin, di cui sono ovviamente ammiratore. A suo tempo Herbert Marcuse colse una parte del problema, quando scrisse che una bomba è molto più pornografica del pelo del pube di una donna. Infatti è esattamente così. Ma Marcuse non coglieva integralmente il centro della questione, perché riteneva liberatorio il disvelamento non-repressivo degli ultimi organi ses­suali non ancora consentiti dal moralismo borghese. È vero che lo spetta­colo più pornografico è quello della violenza organizzata. Personalmente, non ricordo uno spettacolo televisivo più pornografico di quello messo in onda ogni giorno, e parecchie volte al giorno, della partenza dei bombar­dieri della NATO da Aviano fra il marzo ed il maggio del 1999, direzione Belgrado. La domenica ondate di pornografi socialmente approvati inva­devano con le loro automobili i dintorni degli aeroporti militari. Eppure nell'odierna pornografia, venduta in busta chiusa ed in videocassetta, e soprattutto dilagante in Internet, c'è qualcosa di specifico, e cioè la derealizzazione della stessa materialità del corpo umano, del contatto fisi­co e della conseguente affettività che ne deriva (perché nessuno negherà che contatto fisico ed affettività spirituale sono legati), in vista di una virtualità integrale. La masturbazione non è più dunque un momento iniziatico giovanile, ma la modalità adulta normale con cui la sessualità è proposta e praticata nella terza età del capitalismo.

Contro la circolazione autoveicolare è stato scritto molto, non solo per le conseguenze devastanti sull'inquinamento ambientale e sulla salute umana, ma anche per la desocializzazione che un inutile uso eccessiva­mente individuale dell'auto comporta. Sarebbe sbagliato negare che l'au­to è stata e può ancora essere un formidabile momento di libertà e di av­ventura. Chi scrive fa parte della generazione che negli anni Sessanta sco­prì l'Europa in autostop, ed io personalmente mi onoro di far parte del ristretto club di chi è andato in autostop fino a Capo Nord in Norvegia (luglio 1963). Non mi piace sputare nel piatto in cui ho mangiato. E tutta­via la circolazione autoveicolare, inferno fordista per i produttori e para­diso turistico per i consumatori, ha imboccato la strada senza ritorno di un modello di vita non più sostenibile. È stato notato che se la circolazione autoveicolare oggi presente negli USA, in Europa, in Giappone e in Australia, fosse estesa al resto del mondo, gli equilibri ambientali salterebbe­ro definitivamente. Le città storicamente non fatte per le auto (ed io cito solo alcuni casi che conosco personalmente, Napoli, Il Cairo, Istambul, Atene) sono già state di fatto uccise dalle auto stesse. Ma ancora una volta l'aspetto culturale che ci interessa sta in ciò, che l'individuo viene socializzato in modo ormai del tutto artificiale, come guidatore inscatolato nel traffico in perpetua oscillazione fra la rassegnazione e la rabbia, ed anche come supremo giudice non solo della sua vita ma anche di quella altrui sulla base delle sue sovrane scelte di comportamento e di velocità.

Fatte queste ovvie ed un po' banali premesse, è chiaro che la televisione resta a tutti gli effetti lo strumento più noto e meno conosciuto del tempo presente. Jean Baudrillard ha avuto il merito di rilevare il carattere dirompente e passivizzante di questo mezzo rispetto soprattutto alla guerra e alla violenza, ridotte a simulazioni da video gioco ed a luci di tracciati nella notte, senza il contorno di sudore, di sangue e di distruzione. Come molti francesi della rive gauche, egli si compiace narcisisticamente dei suoi paradossi, ma finisce con il cogliere l'aspetto principale della questione. Un aspetto che a mio avviso non è colto molto bene da Popper, altro gran­de nemico della televisione, che finisce per fare un'eccezione nella sua osti­lità al dirigismo per la televisione stessa, in cui sembra che auspichi un intervento di filosofi-re platonici per limitare 1'onnipervasività diseducativa di questa scatola di scemenze. Un'interessantissima contraddizione.
Ma è forse Pierre Bourdieu che coglie meglio a mio avviso il centro della questione. Nella produzione televisiva della comunicazione il mez­zo determina il contenuto del messaggio, scegliendo sistematicamente gli aspetti più superficiali ma anche più "visivi", e dunque impressionanti, dell'evento riprodotto. In questo modo, ad esempio, la CNN americana, che è lo strumento televisivo dell'impero, sceglie di rappresentare le "atro­cità" che poi serviranno da legittimazione pubblica alla risposta dei bom­bardieri americani. Tutto questo è rivestito da un'aura di presunta impar­zialità ed autenticità che sembra non nascondere niente mentre nasconde tutto, dagli interessi economici in gioco ai precedenti storici. Lo voglia o meno, il giornalista televisivo è al servizio di questo meccanismo di ecce­zionalità visiva, che gira sempre intorno a tre forme archetipiche di spetta­colo, lo spettacolo sportivo, lo spettacolo porno e lo spettacolo di morte in diretta.

C.Preve – da: "La crisi culturale della terza età del capitalismo. Dominati e dominanti nel tempo della crisi del senso e della prospettiva storica"<!–

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