Guydebord

Si uccide con un colpo di fucile. Non è più giovane, ha oltre sessant’anni. Ha fatto in tempo a vedere i lustrini ambigui degli anni Ottanta e persino, tra le altre cose, l’elezione a primo ministro italiano di un beffardo re dello spettacolo. È il 1994 – lo stesso anno di un altro famoso colpo di fucile, quello con cui si uccide Kurt Cobain. Due spari che riecheggiano da una parte all’altra dell’oceano. Li ricordo entrambi, ricordo il loro eco, mediatico e spettacolare – anche se il nome del filosofo ultrasessantenne, a quel tempo, lo conosco di sfuggita. Guy Debord. Soltanto in seguito cerco i suoi libri. Soltanto in seguito, con lo stupore di quando leggiamo le profezie che si sono avverate con una tale violenza, con una tale fiammata da bruciare e uccidere lo stesso profeta, leggo "La società dello spettacolo".

“L’intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.” Ecco il lapidario attacco. Il libro, uscito per la prima volta nel 1967 e tra i testi ispiratori del ’68, descrive il passaggio dalla centralità dell’avere a quella dell’apparire – dal feticismo per le merci al feticismo per le immagini. “Lo spettacolo non è una collezione di immagini ma un rapporto sociale tra individui mediato dalle immagini.” “Lo spettacolo è il capitale a un tale grado di accumulazione da divenire immagine”. “Il consumatore reale diviene consumatore di illusioni.” “Più egli contempla, meno vive.”

Facciamo un altro salto, questa volta in avanti. 1999, oltre trent’anni dopo l’uscita de La società dello spettacolo, cinque dopo il suicidio di Debord. Sul canale televisivo olandese Veronica, in una sera di settembre, va in onda la primissima puntata di un format destinato ad aprire una fase ulteriore. Il format si chiama Big Brother e presto dominerà i palinsesti mondiali. Chissà cos’avrebbe detto Debord della reality tv: un ordine di spettacolo che non è più soltanto, come lui scriveva, “autoritratto del potere”, monologo rivolto a spettatori passivi. Adesso, il potere lascia invece noi, spettatori che si improvvisano attori, a comporre il suo stesso monologo: un sistema più economico, persino più efficiente.

E poi, chissà cos’avrebbe detto del web 2.0. Dei nostri profili su Facebook, dei social network, delle pagine-vetrina in cui ci mostriamo, uomini e donne del XXI secolo, mettendo in scena il microspettacolo di noi stessi. L'avrebbe giudicata una via d'uscita dall'alienazione impersonale dello spettacolo oppure una sua nuova fase? Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una connessione wi-fi. Più egli si connette, meno vive. D'altro canto. Quando il potere decide di assegnare il suo monologo alle nostre voci, vuol dire forse che la sua voce si sta facendo afona. Le nostre voci possono seguire le note del potere ma anche scartare e intonare cori imprevisti, anarchici, sovversivi. Sta qui la grande ambiguità della rete e sta qui l’estensione del dominio dello spettacolo: un’estensione che crea uno squilibrio in grado di risolversi in ogni modo. Dal più azzerante per noi al più liberante.

Forse lo spettacolo debordiano, proprio come la tecnica heideggeriana, può soltanto essere attraversato. Indietro non si torna. Da qualche parte, attraverso tutta questa alienante distanza, dovrà esserci il porto di una nuova autenticità. Un modo paradossale di ritrovare noi stessi?

Marco Mancassola Feb 11
 


Pubblico volentieri questo scritto di Mancassola  su Guy Debord , a cui va il merito di aver capito, dopo Marx e prima di quasi tutto il marxismo, l' evoluzione finale del capitalismo da sistema economico dello scambio a sistema di economia dei simboli. Il neo-capitalismo, la più potente macchina manipolatrice della storia umana si preparava al furto del sacro (denunciato da pochissimi, fra cui Pasolini), sacro  che ancora manteneva e si manifestava nel legame comunitario, sottraendo  i popoli europei alla sussunzione reale  da parte del capitale, sebbene le comunità stesse avessero già accettato, anche  politicamente, l' integrazione formale  nel sistema economico.

Tutto ciò non avrebbe avuto possibilità di realizzazione senza quelle autostrade che puntano diritte all'  isolamento dell' inconscio individuale che si chiamano ironicamente "media", ma che non mediano proprio un bel niente: si propongono direttamente come esempi modellizzanti di realtà  -a cui la nostra natura simbolica e generica non sa sottrarsi-, una realtà  accumulata e sottoposta nelle mani di pochissimi.  Parafrasando Marx, Debord ci dice: “Lo spettacolo non è una collezione di immagini ma un rapporto sociale tra individui mediato dalle immagini.”
 

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