P1010758 25.Nel paragrafo precedente ho fatto una breve fenomenologia di quat­tro fenomeni sociali contemporanei. Questa fenomenologia è indubbia­mente povera ed un po' banale, ma il suo scopo era esclusivamente quello di mettere a fuoco il processo sinergico di individualizzazione e di socializzazione del suddito della terza età del capitalismo come cittadino dimezzato di una nuova "folla solitaria". Utilizzando la classica espressio­ne di David Riesman di "folla solitaria" intendo ricordare che non si ha qui più a che fare con il "popolo", l'espressione moderna che indica la base sociale ed elettorale di una "democrazia partecipativa". La folla soli­taria non è il popolo. Il popolo produce programmi politici alternativi, li discute e ne fa oggetto di negoziazione razionale. La folla solitaria è ogget­to di strategie prevalentemente televisive di seduzione personalizzata di leaders mediatici, i cui programmi politici sono al 95% identici in quanto preventivamente compatibilizzati con i vincoli economici e finanziari transnazionali. Solo alla luce di questa comprensione storico-politica è possibile impostare problemi come quelli del discorso sportivo, della por­nografia e del sesso virtuale, della circolazione autoveicolare patologica e della manipolazione televisiva.

Toccherò in questo paragrafo altri tre problemi, quello della cosiddetta anomia giovanile, quello della famiglia e quello della scuola. Enormi pro­blemi, che però toccherò solo nell'ottica dell'ipotesi della individualizzazione adattiva precedentemente avanzata. Recentemente vi è tutto un fiorire nel mondo (e quindi anche in Italia) di discorsi sulla cosiddetta "afasia giovanile", sui giovani culturalmente fallati, sull'impoverimento del linguaggio giovanile ridotto a messaggio SMS, sulla diminuzione delle capacità di ragionamento e scrittura, sulla malvagità della "violenza di branco", eccetera. Insegnanti, psicologi, teo­logi, mamme preoccupate, politici ipocriti e distratti, eccetera, tutti si eser­citano su questo tema. Alcuni giovani reagiscono con vivacità a queste diagnosi di rincretinimento, ma la maggioranza non se ne accorge neppu­re.

Tentiamo un ragionamento. Personalmente, non credo che i giovani oggi siano moralmente più cattivi ed intellettualmente più cretini di noi o dei nostri padri e nonni. Queste diagnosi ricorrenti, già sicuramente espresse in sumerico, antico egizio e miceneo, sono generate da un'ideologia spon­tanea della prima senilità (50-70 anni), che in questo modo reagisce fisiolo­gicamente allo spaesamento temporale dei costumi. La seconda senilità è in generale più tollerante, ma non perché invecchiando si diventi più buo­ni, ma perché con l'approssimarsi della morte si ha altro a cui pensare e non si ha più voglia di perdere tempo sparando sugli adolescenti indiffe­renti. In ogni caso, bisogna dire che al di là della vecchia ideologia sponta­nea della prima senilità si è oggi effettivamente in presenza di una novità storica da sottolineare.

Se è vero che l'implosione del senso e della prospettiva caratterizza l'at­tuale terza età del capitalismo, che non solo ha vinto contro le due critiche sociale ed artistica, ma ha stravinto e dunque vinto troppo, allora i giovani sono le prime vittime. I giovani infatti vivono di senso e di prospettiva. Questo fu detto molto bene dai romantici, e da Fichte in particolare. La trasformazione dei giovani in un gruppo consumistico generazionale è effettivamente una preoccupante novità storica. Se gli insegnanti notano nel mondo intero una caduta delle capacità logiche degli studenti, questo è dovuto al fatto che ormai il general intellect capitalistico ha raggiunto un tale livello di incorporazione anonima di conoscenze da avere sempre meno bisogno di una famiglia in cui si parli e di una scuola in cui si ragioni. La questione giovanile è dunque storica e filosofica, non psicologica e peda­gogica. I giovani devono tornare ad avere senso e prospettiva. Allora, si vede subito che recuperano d'incanto capacità logiche, espressive ed emo­zionali.

La tendenza della famiglia a ridursi ad un "centro di consumo" di mer­ci e servizi non è certo nuova. La demenziale ideologia futuristica della cosiddetta "sinistra" ha sempre sparato sulla famiglia, ed ancora una vol­ta la convinzione di essere anti-borghesi ed emancipati ha solo accompagnato una tendenza del capitalismo nel suo passaggio dalla sua seconda alla sua terza età. La borghesia colta, la cultura contadina e le religioni organizzate sono state sempre meno stupide, anche se come si suol dire "ci vuole proprio poco". I centri di consumo prima implodono nell' anomia a causa della insensatezza, e poi esplodono in frammenti sulla base della fine della comunicazione sensata fra le tre generazioni (giovani, adulti ed anziani). In un'epoca di rapidissima trasformazione tecnologica gli anzia­ni non hanno più competenze da trasferire ai giovani (computers, ecc.). Diventano inutili, ed il loro patetico brontolio non riesce a vincere il clima di disattenzione in cui vivono. Mamme trafelate passano la giornata ad accompagnare rampolli e rampolle a lezione di inglese, danza, flauto dol­ce, ecc., ma questo non fa cultura ma solo presenzialità ansiogena. Il deser­to familiare è provvisoriamente coperto da tate e badanti messicane negli USA e moldave in Europa, ma questo non fa senso e prospettiva. La fami­glia borghese, che a suo tempo Hegel correttamente ed intelligentemente metteva alla base della "eticità" viene liquidata dal capitalismo stesso, e non certo dai fumatori strafatti di canne e di paglie.

Il sistema scolastico si trova di conseguenza nel centro di un tifone, e cioè nella crisi più grande dal tempo in cui ne è nata la versione moderna, fra il Settecento e l'Ottocento. Non si tratta solo di alcune stupidità assolu­tamente congiunturali ed alla moda oggi, come l'annientamento dell'edu­cazione classica, l'odio provinciale e regressivo per la lingua francese in favore di un inglese da portieri d'albergo, l'indebolimento della stessa matematica in favore di una semplice alfabetizzazione informatica, ecc. Queste sono disgrazie come le invasioni delle cavallette, cui si può forse resistere. Più pericolosa e decisiva, a mio avviso (e parlo da competente sulla questione scolastica) è la scelta strategica dei quiz nel sistema di esa­mi e controlli. Il sistema dei quiz, che a mio avviso merita solo di essere fatto saltare con una resistenza ad oltranza, è concepito per distruggere la lunga consuetudine al ragionamento logico ed ancor più al dialogo su cui si basa da più di due millenni la tradizione occidentale. Dialogo significa etimologicamente in greco dia-logos, il fatto cioè che la ragione passa attra­verso due interlocutori almeno, ed in questo modo si incrementa e si mo­difica. La fine della scuola del dialogo è la fine della scuola così come l'ab­biamo conosciuta, e questo al di là di tutti i discorsi secondari sull'asse umanistico e/o sull'asse scientifico, eccetera.

Questa impotenza è tragicomica. Alla base, naturalmente, c'è sempre lo smarrimento del senso e della prospettiva. A suo tempo (esattamente nel 1956) il grande Lukàcs individuò nella "prospettiva", cioè nella prospetti­va storica credibile, l'elemento fondamentale e primario del marxismo te­orico e del comunismo politico. Se mi si consente un semplice gioco di parole, un movimento senza prospettiva non l,a prospettiva. E questo è proprio il caso del movimento comunista oggi. Lo smarrimento del senso è legato al disprezzo tradizionale del marxismo verso una concezione conoscitiva e veritativa della filosofia. Alla lunga l'overdose di ideologia annienta l'organismo. L'alleanza fra dirigenti cinici e disincantati e militanti credenti ma creduloni ha distrutto per ora ogni tessuto vitale. Ma la situazione non è forse irreversibile, anche se tut­to è nelle mani di una possibile nuova generazione che sappia disfarsi dell'orribile ciarpame teorico e pratico accumulato nell'ultimo mezzo se­colo. Essa deve credere nella filosofia, non smettere di praticare la scienza, ridurre l'ideologia al minimo possibile (non credo nella sua eliminazione integrale, e neppure la auspico), aprirsi agli altri e non credersi autosufficienti
 

27. L'implosione del senso e della prospettiva frutto dell'eccessiva e smodata vittoria del capitalismo della terza età sui suoi deboli nemici, si accompagna oggi ad una nuova idolatrica religione imperiale. Essa è com­pendiata nella stesura del documento sulla Strategia nazionale di sicurezza degli USA, presentata a Washington il 20 settembre 2002, e dichiara testual­mente: «L'umanità ha nelle sue mani l'occasione di assicurare il trionfo della libertà sui suoi nemici. Gli Stati Uniti sono fieri della responsabilità che incombe loro di condurre a termine questa importante missione». Questa missione, ovviamente, nessuno gliela ha affidata. Se la sono af­fidata da soli. Questa è la mossa imperiale per eccellenza. In questa neolingua profetizzata da Orwell nel 1948 non ci può essere conflitto fra la comunità internazionale e gli USA perché gli USA si sono autodefiniti "comunità internazionale". Il "terrorismo" è ciò che viene fatto contro di loro, mentre ciò che viene fatto da loro (e dai loro servi-padroni sionisti) non è terrori­smo, ma legalità internazionale. Gli ultimi scritti di Noam Chomsky sono tutti dedicati a questa "neolingua" scandalosa e orribile.

La legalità internazionale si manifesta nella forma della guerra umani­taria per liberare i popoli dai dittatori che li opprimono. Diamo la parola a Gian Enrico Rusconi, che ha cercato di definirla: «La logica delle guerre umanitarie del nuovo interventismo unilaterale si basa su quattro elemen­ti: a) la prova di gravi crimini, in forma di massacri indiscriminati, di genocidi effettivi o anche solo potenziali; b) questa prova, affidata al siste­ma mediatico internazionale, colpisce la pretesa di insindacabile sovranità dello stato interessato…; c) il soggetto internazionale deputato ad interve­nire in prima istanza è l'ONU, ma in caso di paralisi o lentezza di riflessi dell'ONU si fa valere un'informale comunità internazionale, costituita di fatto dalle grandi nazioni occidentali che si candidano all'intervento uma­nitario armato; d) lo scopo finale dichiarato dell'intervento è la ricostru­zione di un ambiente … pacificato, in forme democratiche possibilmente di stampo occidentale».

Il pensiero imperiale è un pensiero fondato su una logica circolare, in quanto parte da se stesso e finisce con se stesso. La prova (evidente) del comportamento non-umanitario è data dal sistema mediatico internazio­nale (CNN, ecc.), che mette in movimento l'informale comunità interna­zionale (da cui sono escluse India, Cina, Africa, mondo arabo, Russia, ecc., in base al principio orwelliano per cui sono tutti internazionali, ma alcuni sono più internazionali degli altri). Questa informale comunità interna­zionale ristabilisce se stessa allargata.Tutto questo è semplicemente ripugnante per ipocrisia e violenza. L'universalismo non è più un progressivo processo dialogico, ma una pro­clamazione preventiva in cui ci si autoinveste di una Missione Speciale la cui investitura è quella di un Dio sionista-protestante che per definizione esclude non solo i musulmani ed i buddisti, ma anche i cattolici e gli orto­dossi. In sintesi, possiamo dire che il nucleo dell'attuale crisi culturale del capitalismo globalizzato della terza età sta in una implosione del senso e della prospettiva coperta da una idolatrica religione imperiale.È difficile frenare il disgusto scrivendo queste righe.

28. La resistenza alla religione imperiale della Missione Speciale diventa quindi oggi la premessa per ogni azione culturale dotata di senso e di pro­spettiva. Questa resistenza non può essere evitata, ed è un dovere dell'ora presente. Essa verrà certamente diffamata come anti-americanismo. Naturalmente non lo per nulla. La resistenza si esercita contro la religione imperiale della Missione Speciale, non contro l'Americo, il popolo americano nel suo insieme e la cultura americana come tale. Se si è contro Franco non per questo si è anti-spagnoli, se si è contro il sionismo non per questo si è anti-semiti, se si è contro Stalin non per questo si è anti-russi (o anti-georgiani), se si è contro Mussolini non per questo si è anti-italiani. È quasi ridicolo dover ricordare queste banalità, ma ci troviamo oggi in una tale situazione di barbarie e di manipolazione da dover ricordare continuamente anche ele­mentari ovvietà. È invece necessario rilevare (e faccio qui riferimento a temi anticipati nel § 17) che la teoria dominante nel movimento anti-globalizzazione non è in grado di comprendere i termini del problema. Come ha recentemente rilevato in un lucidissimo contributo Danilo Zolo, il movimento detto no-global ritiene che la globalizzazione capitalistica sia escludente, cioè esclu­da politicamente ed economicamente i popoli e gli stati, laddove al contra­rio secondo Zolo (ed io concordo pienamente) essa non è affatto escluden­te, ma è includente. Essa "include", ovviamente in forma subalterna e con grandi differenziali di ricchezza e tecnologia, il più possibile di popoli e di stati, distruggendo le identità nazionali e le sovranità statuali. Bisogna dunque favorire l'esclusione, nella forma della secessione politica, econo­mica e culturale, non chiedere pietosamente l'inclusione. Bisogna favorire alleanze, federazioni, confederazioni, ecc., di stati, popoli e nazioni che siano disposti a resistere all'impero della Missione Speciale, non chiedere in modo querulo di esservi "inclusi". È questo un punto essenziale, e nello stesso un punto talmente decisivo da poter essere sicuri che le soverchianti forze della "sinistra istituziona­le", dominanti negli apparati politici, partitici e mediatici anche e soprattut­to nelle aree chiamate di "movimento", faranno di tutto per cancellare, confondere ed impedire. È vero che la cultura resta nell'essenziale paideia, educazione universalistica del genere umano, ma se non si ha anche il coraggio di passare attraverso il purgatorio della resistenza politica all'ar­roganza imperiale non si arriverà mai a nessun universalismo, ed il di­scorso resterà astratto e vuoto.

29. Segnalando la necessità imprescindibile di resistere alla cultura im­periale della Missione Speciale si è solo posta una precondizione, ma non si è neppure lontanamente impostato il problema di una cultura alternativa alla implosione del senso e della prospettiva concepita come meccanismo di individualizzazione e di socializzazione adattativa. Resistenza signifi­ca solo anti, ed ogni cultura costruita solo negativamente sull' "anti" (anticapitalismo, antifascismo, anticomunismo, ecc.) è per definizione in­sufficiente. Un "anti" (e si pensi solo al cosiddetto ateismo) è sempre pri­gioniero della problematica cui si oppone, ed è perciò destinato a girare in tondo dentro la circonferenza che lo tiene sotto controllo. Dopo e con la resistenza ci vuole ovviamente una cultura, intesa come educazione progressivamente universalistica del genere umano (paideia, Bildung). In proposito, chi definisce formalisticamente l'universalismo in modo di fatto procedurale (ad esempio Habermas, ma non solo) non avrà mai nessun universalismo, ma solo 1'ipostatizzazione in falsa coscienza delle regole di produzione della propria limitata cultura particolare. La "civile conversazione" di Richard Rorty ne è un esempio, perché si universalizza solo lo stile comunicativo dei campus americani. Nessuna universalizzazione potrà mai avvenire se non si parte dal diritto impre­scindibile delle comunità e delle nazioni di preservare la loro identità lin­guistica e culturale contro i progetti di omogeneizzazione imperiale globalizzata. Questo non solo non è in opposizione all'universalismo, ma ne è un presupposto.

30. Finiamo qui, dove il discorso in realtà incomincia. Ma non avrebbe senso cercare di dire qui qualcosa di più, e cioè "riempire" i contenuti di questa possibile nuova cultura di educazione universalistica del genere umano nella inedita condizione storica, politica e militare di riduzione dello stesso genere umano a "platea di consumatori". Sarebbe facile riempire pa­gine con la segnalazione dei contenuti storicamente prodotti dalla paideia greca e dalla Bildung tedesca. Platone ed Aristotele, Kant e Hegel, eccetera, sono a disposizione di tutti. Il novum che verrà fuori nei prossimi decenni non può essere prefigurato e previsto. In questo contributo ho cercato non certo di prefigurarlo e di prevederlo (cosa impossibile) ma solo di inqua­drarne sommariamente le condizioni storiche di possibile emersione. Il resto è chiuso da sette sigilli.

C.Preve – da: "La crisi culturale della terza età del capitalismo. Dominati e dominanti nel tempo della crisi del senso e della prospettiva storica"<!–

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