La Libia è in fiamme, nessuno sa come evolverà la situazione lì, nel Maghreb, in Egitto e nella Penisola Arabica. Può darsi che momentaneamente -riferito anche  a tempi storici, medio-lunghi- ci ritroveremo a rimpiangere la stabilità di Gheddafi e Mubarak (senza per questo paragonarli nella gestione del potere e accomunarli nei motivi della caduta) fondata sul sangue e  sulla corruzione, sull' interesse per il controllo delle fonti energetiche di Europa e USA e sulla difesa degli interessi sionisti. Quello che so è che la libertà coincide con sovranità, non poter mai decidere nulla di importante alla lunga coincide con l'annientamento, oltre che, inversamente, chi decide deborda nella follia onnipotente; il cambiamento porta con sè una quantità non definibile ed ineliminabile di dolore e so che così non si può più vivere: il disagio oggi non risparmia nessuno al mondo.

Il pericolo maggiore è che questa crisi regionale, che coincide dialetticamente con la crisi capitalistica di cui questo blog si occupa, venga colta come l' ennesima chance di allargamento includente dell' attuale modo di produzione capitalistico – non più mediato da alcuna autentica politica (quella che include in sè basi religioso-filosofiche)- camuffato da aiuto umanitario.

Mentre Egitto a est e Tunisia ad ovest aprono le frontiere e accolgono anche i profughi di nazionalità libica (e egiziani, cinesi ecc ecc) da noi ci si prepara a chiudere ogni varco per difendere le rendite -di posizione ormai.
 


A questo proposito così scriveva Zizek nel 2007 in  "La politica della vergogna":

Quando il presidente Sarkozy, appena eletto, nominò Bernard Kouchner, noto per i suoi orientamenti umanitari e politicamente vicino ai socialisti, a capo del Quai d’ Orsay, persino alcuni oppositori di Sarkozy salutarono questa scelta come una piacevole sorpresa. Adesso il significato di questa nomina è chiaro: il ritorno in forza dell’ ideologia dell’ “umanismo militaristico” o anche “pacifismo militaristico”. Il problema insito in quest’ etichetta non è tanto che si tratta di un ossimoro che richiama alla mente lo slogan “la pace è guerra” di Orwell in 1984: la semplicistica posizione pacifista “più bombe e uccisioni non porteranno mai la pace” è illusoria; spesso è necessario combattere per la pace. Il vero problema non è nemmeno che, come nel caso dell’ Iraq, l’ obiettivo è nuovamente scelto non certo sulla base di pure considerazioni morali, ma per interessi strategici, geopolitici ed economici non dichiarati. Il problema insito in un “umanismo militaristico” non risiede nel “militaristico” ma nell’ “umanismo”: poiché l’ intervento militare è presentato come aiuto umanitario, giustificato direttamente da diritti umani depoliticizzati e universali, chiunque vi si opponga non solo prende le parti del nemico in un conflitto armato, ma compie una scelta criminale che lo esclude dalla comunità internazionale delle nazioni civilizzate. Ecco perché, nel nuovo ordine mondiale, non abbiamo più guerre nel vecchio senso della parola, cioè conflitti regolari tra Stati sovrani in cui si applicano determinate convenzioni (il trattamento dei prigionieri, la proibizione di certe armi, ecc.). Ciò che resta sono “conflitti etnico-religiosi” che violano le regole dei diritti umani universali. Essi non contano come vere guerre e richiamano l’ intervento “pacifistae umanitario” delle potenze occidentali: a maggior ragione nel caso di attacchi diretti agli Stati Unitio ad altri rappresentanti del nuovo ordine mondiale, quando, di nuovo, non si ha a che fare con vere guerre, ma solo con “combattenti illegali” che resistono colpevolmente alle forze dell’ ordine universale. In questo caso, nonè neanche possibile immaginare che un’ organizzazione umanitaria neutrale, come la Croce Rossa, medi tra le parti in conflitto, organizzi lo scambio di prigionieri ecc.; una delle parti in conflitto (l’ esercito mondiale guidato dagli Stati Uniti) già assume il ruolo della Croce Rossa: non percepisce se stesso come una delle parti in guerra, ma come un mediatore, un agente di pace e di ordine globale che annienta le agitazioni locali e particolaristiche elargendo, simultaneamente, aiuto umanitario alle “popolazioni locali”. Dunque, la domanda fondamentale è la seguente: CHI è questo “noi” in nome del quale parla Kouchner, chi vi è incluso e chi, invece, ne è escluso? Questo “noi” è veramente il “mondo”, l’ apolitica comunità “mondiale” dei popoli civilizzati che agiscono in nome dei diritti umani?

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