daTripoli

 «No massacres, no bombing, no violence» contro i civili. Con queste parole ha cominciato ieri mattina il suo quotidiano briefing per la stampa straniera (che ora sta giungendo a frotte, giornalisti e media Usa in testa, guidati dalla superstar della Cnn Christiane Amanpour), il portavoce del governo Moussa Ibrahim. Per lui il tentativo di «regime change stile Iraq» è pilotato dalle «potenze imperialiste occidentali», che vogliono «il petrolio», e dagli islamisti, che vogliono fare della Libia «una Somalia mediterranea o un Afghanistan»; l' «occidente» e «al Qaeda» hanno sequestrato «le legittime e pacifiche proteste» in favore delle riforme per seminare «il caos» in Libia e provocare già «centinaia» di morti, «ma da entrambe le parti». Quanto alla risoluzione punitiva numero 1970 approvata dal Consiglio di sicurezza, per il portavoce è inconcepibile che si sia basata esclusivamente su «media reports», impegnati – speriamo che questo sia ormai chiaro a tutti, anche ai detrattori più incondizionati di Gheddafi – in un'opera di disinformazione paragonabile solo a quella, per fermarci alla più recente, sulle «armi di distruzione di massa» di Saddam (scommettiamo che se il Colonnello non cade subito, ci sarà qualcuno che le trova anche in Libia?).

Vissuta – o almeno vista – da Tripoli l'evolversi della crisi libica dà come un senso di vertigine. Dalla qui ti vogliono dare – e in certa misura si ha – l'impressione che la vita quotidiana sia «normale» (e almeno di giorno lo è); che Gheddafi sia in «controllo» quasi completo non solo di Tripoli ma del paese (solo la Cirenaica è perduta, le altre sono solo «pockets», sacche di resistenza, ha detto il portavoce); che ci «si avvia rapidamente al ritorno «della calma e della pace» (parole di Saif al-Islam, il figlio «riformatore» del Colonnello); che se calma e pace non sono ancora tornate è perché il leader «ha dato ordini tassativi di non sparare sulla folla» (anche se ha chiamato «ratti da sterminare» i rivoltosi); che comunque si cerca una via d'uscita negoziata e che lui – Saif – ha già avviato un dialogo con i ribelli; che se però cercano «la guerra civile» l'avranno; che la protesta e la rivolta sono opera di pochi «giovani drogati» e manovrate, oltre che dall'occidente, da «al Qaeda» e da quei fondamentalisti islamici che il Colonnello ha sempre trattato con le spicce meritandosi elogi e riconoscimenti dagli stessi leader democratici che ora lo condannano e vogliono mandarlo davanti alla Corte penale internazionale (che ci vada ma dopo gentlemen quali i Bush e i Blair, i Cheney e i Rumsfeld).

Da fuori, il mondo esterno, lo scenario per noi che siamo qui embedded e che leggiamo le notizie libiche sulle agenzie internazionali e i giornali italiani, è pazzescamente opposto. Gheddafi ha le ore contate; sulle città della Libia – eccetto Tripoli e la sua natia Sirte – sventola la bandiera inalberata dai rivoltosi, quella nera-rossa-verde che era della monarchia senussita rovesciata nel '69 da Gheddafi (senza che susciti alcun interrogativo il fatto che re Idriss era un burattino degli inglesi); i morti per mano dei militari, delle milizie e dei «mercenari africani» non si contano e aumentano o diminuiscono a seconda dei giorni: 300, mille, diecimila, duemila…; anche Tripoli è ormai perduta e Gheddafi controlla ormai solo l'area della città intorno alla sua residenza nel compound militare di Bab al-Azizia; un generale passato con i ribelli, Ahmed Gatrani, secondo quanto scrive il Washington Post, ha messo in piedi un esercito a Bengasi ed è già alle porte di Tripoli (lontana più di mille km dalla capitale della Cirenaica) su cui ha sferrato un primo attacco venerdì scorso, per il momento respinto dai governativi (e di cui i giornalisti qui presenti non hanno avuto il minimo sentore e visto il minimo segno).

Schizofrenia allo stato puro. Possibile? Possibile in una situazione schizofrenica com'è quella che si vive stando qui a Tripoli. L'impressione comunque è che Gheddafi abbia perso la partita e che il cerchio intorno a lui si sia già chiuso a livello politico-diplomatico-mediatico mondiale e si stia chiudendo anche in Libia. Questione di tempi e di modi.

Se davvero vorranno spingersi a quella «guerra civile» minacciata dal Colonnello e anche dal suo figlio «dialogante», forse ci vorrà più tempo e di certo più morti. Se si andrà a una specie di exit strategy in qualche misura negoziata la soluzione potrebbe essere più rapida e meno sanguinosa.

Il problema in Libia è che, al contrario di Tunisia e Egitto, le forze armate non sono un fattore abbastanza forte (almeno finora) per porsi come ago della bilancia. Un altro problema è che, ancora al contrario di Tunisia e Egitto, qui mancano anche altri fattori potenzialmente decisivi per la risoluzione della partita, come ad esempio un sindacato e dei partiti, e invece, come in Yemen e in Iraq, è presente una storica struttura clanica-tribale con cui fare i conti.

Anche la rivolta, finora, non dava segni di potersi costituire in istanza politica al di là dell'obiettivo immediato della cacciata di Gheddafi e se non si vuol dare credito a quello che il Colonnello grida fin dall'inizio: che i ribelli in realtà sono mossi dalla lunga mano «di al Qaeda» o quantomeno, qui in Libia, dagli ulema fondamentalisti e dai loro fedeli che all'uscita delle moschee gridano contro «Gheddafi nemico di Dio». Domenica l'ex-ministro della giustizia Mustafa Abdeljalil, passato dalla parte «del popolo», ha presentato a Bengasi un «Consiglio nazionale» composto da civili rappresentanti della città «liberate» e da militari che hanno defezionato. L'obiettivo dichiarato è di andare a «libere elezioni» entro tre mesi (periodo troppo corto per essere davvero libere e rappresentative). Il portavoce del Consiglio nazionale si è affrettato a smentire che si tratti di un «governo provvisorio», «ad interim» o «di transizione», forse per stoppare sul nascere le ambizioni di Abdeljalil. Che però annuncia di aver già intavolato trattative con «gli anziani delle tribù» e dichiara al giornale Quryna – il quotidiano semindipendente di Saif al-Islam: un altro paradosso o un segnale? – che «non ci sarà nessuna resa dei conti» indiscriminata.

Anche Saif al-Islam dice di aver già avviato negoziati con il clan e le tribù, molti dei quali si sono uniti alla rivolta contro il Colonnello. E di avere offerto «all'opposizione» il dialogo, offerta respinta però dal Consiglio nazionale. La situazione libica è, come dice un diplomatico dell'ambasciata italiana, «magmatica». Molto magmatica. Il momento decisivo s'avvicina. E anche se il risultato della partita sembra deciso, prima della fine può ancora succedere di tutto. Nei prossimi giorni o nelle prossime ore.

da: Global Research

Annunci