Negli ultimi giorni, nel luogo dove lavoro, sopra la mia testa hanno volteggiato spesso i caccia dell'Aviazione militare italiana della base di Grosseto -F17 credo. Infatti …


«Gli Stati uniti stanno muovendo forze navali e aeree nella regione» per preparare «l’intera gamma di opzioni» nei confronti della Libia: lo ha annunciato ieri il portavoce del Pentagono, il colonnello dei marines Dave Lapan.  Ha quindi detto che «è stato il presidente Obama a chiedere ai militari di preparare tali opzioni», poiché la situazione in Libia sta peggiorando.  I militari hanno quindi iniziato «la fase di pianificazione e preparazione» per un intervento in Libia. Gli strateghi del Pentagono stanno lavorando a vari piani specifici, in funzione dei quali è iniziato il «riposizionamento di forze» così da avere la massima flessibilità per attuare qualsiasi opzione.  

 In tale quadro la portaerei nucleare USS Enterprise, dislocata nel Golfo di Aden ufficialmente per operazioni anti-pirateria, ha cominciato a risalire il Mar Rosso per attraversare il Canale di Suez e piazzarsi di fronte alle coste libiche. Lo stesso sta facendo la nave anfibia da sbarco USS Kearsarge, con a bordo una squadra di elicotteri da attacco e 2mila marines. Una prima opzione potrebbe essere l’imposizione di una «no-fly zone» sulla Libia: i caccia statunitensi e di altri paesi della Nato impedirebbero a qualsiasi altro aereo di levarsi in volo sul territorio libico, abbattendolo se lo facesse. Tale misura, la cui motivazione ufficiale sarebbe quella di impedire ai caccia di Gheddafi di colpire i ribelli, isolerebbe in pratica la capitale. Un’altra misura, che potrebbe essere attuata contemporaneamente, sarebbe quella di interrompere tutte le telecomunicazioni  tra  la capitale e il resto del paese. Si sta allo stesso preparando una terza opzione: lo sbarco di forze in Libia, ufficialmente per aprire dei «corridoi umanitari».

Le operazione aeronavali vengono dirette dal Comando delle forze navali Usa in Europa, a Napoli, dove si trovano anche il quartier generale delle forze navali del Comando Africa e quello della Forza congiunta alleata. Tutti e tre i comandi sono nelle mani dello stesso ammiraglio statunitense Sam J. Locklear III. Un ruolo importante svolge anche la base aeronavale di Sigonella (in Sicilia), dalla quale opera da tempo una forza speciale Usa per missioni segrete in Africa. Ma è tutta la rete della basi Usa/Nato in Italia, compresa la Sesta flotta, che è stata allertata per essere pronta all’«intera gamma di opzioni». Lo ha confermato il segretario Usa alla difesa Robert Gates, in una intervista al Wall Street Journal e al Weekly Standard: a proposito dell’imposizione di una «no-fly zone» sulla Libia, ha dichiarato che «la Francia e l’Italia hanno le strutture che permetterebbero di attuare l’operazione più rapidamente».
             

Quale sarebbe la copertura politica per l’intera operazione, lo ha anticipato la segretaria di stato Hillary Clinton.  In un intervento fatto ieri alla base aerea Andrews, ha detto che gli Stati uniti stanno prendendo «contatti con molti libici che si stanno organizzando nella parte orientale del paese, mentre la rivoluzione si muove verso ovest», ossia verso Tripoli. Ha quindi dichiarato che «siamo pronti e preparati a offrire qualsiasi tipo di assistenza a chiunque desideri riceverla dagli Stati uniti». Ciò conferma indirettamente le notizie, provenienti da varie fonti, che «consiglieri» statunitensi e Nato sono già al lavoro tra i ribelli. La luce verde all’imposizione di una «no-fly zone» e allo sbarco di forze Usa/Nato in Libia verrebbe data su richiesta dei ribelli stessi o di un loro «governo provvisorio», capeggiato da qualche notabile che ha abbandonato tempestivamente la barca del capo per passare su quella dei ribelli.
 

Questi fatti indicano che vi è un piano di «balcanizzazione» della Libia,  che sfrutta il malcontento e l’odio per il capo e il suo clan accumulatosi in parte della popolazione e, quindi, la lotta di quanti (soprattutto giovani) si battono genuinamente per la democrazia e la giustizia sociale. Tale piano, concepito a Washington, non prevede di spegnere le fiamme della guerra civile, ma di alimentarle per spaccare e indebolire ulteriormente la Libia. La posta in gioco è chiara: il controllo delle riserve energetiche libiche. La parola «rivoluzione» in bocca alla segretaria di stato Hillary Clinton dovrebbe suonare come un campanello d’allarme sul tipo di «assistenza» che essa offre «a chiunque desideri riceverla dagli Stati uniti».
 
da "Il manifesto" del 2 marzo

 

Annunci