Segnalo l'uscita del quinto numero della rivista Comunismo e Comunità, di cui potrete leggere nel sito il lungo editoriale d'apertura. Qui riporto un brevissimo estratto riguardo le strategie che governano la situazione geopolitica internazionale.



[…]La realtà è che mettere le mani su Afghanistan e collegato Pakistan, su Libia e Iraq e nel futuro programmato su Libano, Siria, Somalia, Yemen e Iran ha per prima cosa un senso nella gestione del dominio, finalizzato al contenimento dei propri competitor internazionali, da parte del potere territoriale della potenza capitalistica che è stata egemone dalla fine della II Guerra Mondiale ad ora: gli Stati Uniti d’America.
Per far ciò è indispensabile un’alleanza del potere territoriale col potere del denaro, cioè col capitalismo nella sua forma industriale e soprattutto finanziaria e innanzitutto coi suoi settori dominanti.
Viceversa la crisi inasprisce i conflitti intercapitalistici e acuisce la necessità di emergere come capitale dominante, cioè capitale con un differenziale di potere rispetto al resto dei capitalisti. E tale lotta è condotta sul fronte economico con l’ausilio del potere del territorio, cioè del potere politico dei singoli stati nazionali capitalistici.
La progressiva perdita da parte degli Stati Uniti della capacità di coordinamento e di controllo dei meccanismi globali di accumulazione e dei conflitti che in essi si sviluppano, ha condotto, a partire dalla fine degli anni 1960, ad una crisi sistemica, che gli Stati Uniti hanno infine cercato di gestire con ciò che è stata chiamata “globalizzazione”, un logo suggestivo che nascondeva una varietà di strumenti economici, politici e militari per rallentare la perdita di egemonia degli Stati Uniti.
Questa crisi il cui aspetto finanziario ed economico è indissolubilmente intrecciato a quello politico-militare, è proprio ciò che ha condotto al Washington Consensus cioè, come è stato detto dall’economista statunitense Michael Hudson, alla “più grande rapina mondiale di ricchezza esistente mai avvenuta” e alla serie di guerre iniziate con Bush Senior, continuate sotto i mandati di Clinton, inasprite con Bush Jr e moltiplicate con Obama. Una serie che non si placa, che non può esaurirsi.
L’Africa è il nuovo obiettivo statunitense. Gli USA sanno che il controllo del Medio Oriente deve essere complementato da quello dell’Africa Orientale e del Maghreb. Conoscono a menadito le ricchezze africane e la loro localizzazione. Sanno che in Africa la Russia e soprattutto la Cina stanno erodendo terreno all’Occidente. Da qui le accuse, spesso ripetute dalla sinistra anticapitalistica “pura”, di “imperialismo cinese” anche se la Cina da tempo immemorabile praticamente non conduce guerre al di fuori dei propri confini.
Non è esagerato affermare che la crisi ci ha fatto entrare nella Terza Guerra Mondiale e le politiche non solo estere ma anche interne dei vari Paesi possono essere comprese solo se si parte da questo dato di fatto. […]

editoriale della rivista Comunismo e Comunità

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