Vedo che gli scribi del dispositivo mass-mediatico stanno preparando la loro audience (mi rifiuto di chiamarla opinione pubblica, visto che quest’ultima ha perso qualsiasi definito attributo che la connotava come tale ai tempi di Hegel) alla – così deviata in partenza- conoscenza del “complottismo” che alberga soprattutto in rete e che lì cova la sua velenosa prole (Bin Laden è stato ucciso due anni fa, non è mai morto, si è fatto la plastica facciale ecc).

Quando questi pericolosi pagliacci giornalistici si muovono è per tamponare una falla e per preparare un attacco, e immagino che l’ attacco sia la solita tattica della confusione: mischiare lucide analisi e ponderate ipotesi teoriche con i deliri di chi cerca visibilità ad ogni costo, fare di tutta l’erba un fascio e buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Quello che ai miei occhi rende improbabile il complottismo è la genericità con cui si criticano gli assetti di potere: la visione di una centrale unica, occulta, che muove in maniera coordinata le trame oscure in tutto il globo, a cui ricondurre tutti i misfatti possibili  (dai terremoti provocati tramite HAARP al crollo integrale delle torri gemelle). Non è così: esiste una concentrazione particolare di interessi capitalistici negli Stati Uniti, concentrazione che da molto tempo (direi dai tempi di Morgan Stanley) associa in maniera banditesca potere finanziario con il controllo del territorio (esattamente quello che si dice delle narco-mafie) , prima territorio interno e successivamente in azioni a fini imperiali esterni, ma essa stessa non è affatto monolitica ma scindibile in varie cordate, club, oligarchie, lobby che si aggregano e dividono su obbiettivi tattici imminenti, a volte con parti delle subordinate oligarchie europee, arabe, russe ecc. Rileggiamo con più profondità Vico e la sua eterogenesi dei fini.

 La regola del capitalismo è la – propria – ” valorizzazione come fine e la concorrenza come esito”, dobbiamo sempre pensare in termini di oligarchie fondamentalmente in lotta fra loro  per l’egemonia (in questo senso leggerei tutto l’ affare Wikileaks, per esempio), anche se talvolta temporaneamente alleate su scopi di breve-medio termine. Soprattutto tra capitalisti -per nulla solidali fra loro- il termine assoluto è il differenziale di potere.

Quindi presumo che il discorso dominante sui media sarà: ogni critica al capitalismo (quella no-global non valeva niente fin dall’inizio) e al suo insito imperialismo è complottismo, fin dai tempi di Lenin, cioè fantasia malata, paranoia, allucinazione fisiologicamente ineliminabile nella società della comunicazione globale, come l’ influenza.

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