2) La fine di Berlusconi e del berlusconismo apre nuove fasi nella politica italiana. Al centrodestra dovrebbe succedere il centrosinistra. Il quadro politico italiano non è dissimile da quello europeo. Registrano analoghi cali di consenso la Merkel, Zapatero e Sarkozy. I partiti di governo cioè, indipendentemente dal loro schieramento a destra o a sinistra, vanno incontro a disastri elettorali a catena. Nell’ultimo ventennio abbiamo assistito periodicamente, ad ogni scadenza elettorale, a questi ormai consueti travasi di consensi, simili ad una partita di ping pong. La crisi economica, i tagli alla spesa sociale, la disoccupazione ormai endemica, hanno prodotto un malcontento generale che puntualmente penalizza i governi. I successi delle opposizioni non sono dovuti certo alla loro capacità propositiva, ma semmai agli errori e alle misure impopolari imposte dalla UE ed attuate dai governi. L’opposizione poi diventa e subisce la stessa sorte: tutto secondo un copione ormai consolidato. L’astensionismo cresce dappertutto a macchia d’olio: vince le elezioni non chi ottiene più consensi, ma chi perde meno voti. La sinistra italiana non fa eccezione. Il PD, il maggiore partito di opposizione, non riesce ad imporre un suo candidato nemmeno alle elezioni primarie interne. Capitalizza semmai le vittorie di personaggi minori (Vendola, Pisapia, De Magistris), buoni affabulatori di masse, ma leaders di governo improbabili. Alle elezioni politiche dovrebbe varare una l’ennesima coalizione eterogenea (da Casini a Vendola), come nei passati governi Prodi, sulla cui unità e durata è lecito dubitare, tanto più che verrà a mancare il collante antiberlusconiano, che ha rappresentato finora la stessa ragion d’essere dell’opposizione. Il PD non ha contestato le scelte filoamericane del governo in politica estera, non ha rappresentato un ostacolo alle politiche antisociali del governo stesso, anzi, spesso ha rimproverato al centrodestra di non aver attuato le liberalizzazioni promesse. E’ stato spesso affermato in passato che il PD non ha una linea politica definita: non ha una visione dei problemi sociali se non quella presa a prestito dalla CGIL,  non ha idee sui problemi della giustizia che non siano la fotocopia di quelle dell’ Associazione Nazionale Magistrati, non concepisce un orientamento politico generale che sia dissimile dalla impostazione della politica / costume del quotidiano “La Repubblica”.

Invitandomi a parlare della “sinistra” (sia pure nella versione oggi di moda che si autodefinisce di centro-sinistra, in cui in realtà la sinistra è ridotta a coperta ideologica identitaria del centro, e solo del centro) tu mi inviti a nozze, perchè si tratta di una identità cui sono stato interno dall’età di diciotto anni (1961), e cui mi sono distaccato solo negli untimi anni. Non mi sono certo distaccato dai suoi cosiddetti “valori” (ad esempio la bobbiana eguaglianza sociale), ma mi sono distaccato proprio dal vergognoso tradimento di questi stessi valori da parte della sua vergognosa classe politica. Ho ritenuto di non dovermi rifugiare in una “sinistra ideale” (anzi, weberianamente ideal-atipica), contrapposta alla sinistra “visibile”. Nel medioevo questa fu la scelta della “chiesa invisibile” (Occam, eccetera), ma io ho ritenuto (e sempre più me ne convinco) che questo ripiegamento in una “sinistra ideale” fosse di fatto solo una mezza misura, laddove si trattava invece di interrogare radicalmente l’esaurimento storico ed ideologico della dicotomia. Ma questo i miei lettori ed amici lo sanno bene, ed è inutile sprecarvi altra carta preziosa.

La sinistra storicamente esistita (trascuro qui il comunismo marxiano, che a differenza di come molti pensano era del tutto estraneo alla dicotomia Destra/Sinistra dei suoi tempi, e che diventò di “sinistra” solo attraverso la normalizzazione social-democratica tedesca nel ventennio 1875-1895) ha sempre avuto come codice essenziale permanente il raddrizzamento della diseguaglianza economica (continuamente prodotta e riprodotta dal normale funzionamento del capitalismo)  attraverso la decisione politica sovrana. Era questo il minimo comun denominatore di tutte le sinistre, mentre al numeratore si possono mettere le varie correnti (anarchici e socialisti, riformisti e rivoluzionari, eccetera). Se però sparisce questo minimo comun denominatore, e la riproduzione globalizzata del capitalismo liberista di tipo finanziario lo fa sparire, allora tutto il berciare di Benigni e di Santoro resta solo virtuale. Tutto fumo e niente arrosto. I tifosi di Ballarò e di RaiTre possono certo pensare soggettivamente di essere di “sinistra”, ma anche i pazzi pensano di essere Napoleone senza peraltro esserlo veramente. Il “così è se vi pare” funziona nel teatro di Pirandello, ma non nella filosofia politica e nella storia sociale. Si è scritto molto nell’ultimo ventennio a proposito delle insufficienze e della palese strumentalità dell’anti-berlusconismo della Sinistra, ma raramente si è riusciti a cogliere il vero centro del problema. In primo luogo, la personalizzazione esasperata nella polemica con l’avversario è funzionale alla “sparizione” dell’analisi strutturale dei problemi, e questo ovviamente favorisce la
manipolazione dei dirigenti. Il vecchio PCI era in proposito un vero specialista.

Ricordo che nei vecchi festival dell’Unità c’era per la plebe un banchetto per il tiro alle palle ad un faccione di un social-democratico (PSDI) di cui ora mi scuso di non ricordare il nome (era Longo, nota mia). Poi, quando fu il turno di Craxi la personalizzazione giunse a livelli inauditi. Si era così formata una sorta di “lunga durata” per cui la spinta alla personalizzazione esasperata dell’anti-berlusconismo è sempre stata una preziosa risorsa ideologica “dall’alto”, ma in cui la spinta veniva certamente dal basso. Nei recenti referendum del giugno 2011 l’interesse per l’acqua pubblica e la critica del nucleare veniva  prevalentemente dalla gioventù erroneamente considerata “apolitica”(erroneamente, perché quando giunge l’ora la politicizzazione si forma in poche settimane travolgendo le vecchie forme abituali), ma il quorum non sarebbe mai scattato senza il contributo dell’elettorato di mezz’età ed anziano del vecchio PCI, riciclato in PDS-DS-PD. E questo elettorato si muove quasiesclusivamente sulla base dell’anti-berlusconismo. E tuttavia non sta ancora qui il centro del problema.

L’anti-berlusconismo, è stata la forma ideologica “strutturale” per poter effettuare la riconversione dalla vecchia forma della narrazione storicistico-progressistica del vecchio PCI, divenuta obsoleta con la fine del comunismo storico novecentesco, che bene o male era dipendente dall’esistenza partitica e statuale degli stati del “socialismo reale” alle nuove esigenze della gestione politica della globalizzazione finanziaria, che richiedevano due imperativi assoluti, l’omologazione liberista e la sottomissione integrale agli USA ed alla Nato. Soltanto la fragilità psicologica e culturale del cosiddetto “popolo di sinistra” può però spiegare la facilità con cui questa riconversione è stata effettuata. Il solo paragone che mi viene irresistibilmente alla mente è quello dei giocatori delle tre carte che negli atrii delle stazioni ferroviarie attirano l’attenzione dei “merli” che ci perdono i loro soldi, oppure di chi perde interi patrimoni per finanziare fattucchiere, cartomanti e lettrici della mano.

Sono d’accordo con la tua osservazione, per cui il Partito Democratico non ha identità (se si prescinde del senso di appartenenza vecchio-PCI, difficilmente trasmissibile -per fortuna – alle giovani generazioni), ma delega l’economia al sindacato, la politica giudiziaria alla magistratura e la linea politico-culturale al giornale-partito “Repubblica”, versione post-moderna e post-ideologica della vecchia “Unità’”, di cui conserva peraltro gloriosamente l’abitudine alla diffamazione ed al settarismo manipolativo. Più esattamente, c’ è una delega alla CGIL della Camusso, non certo di Landini, che sta alla Camusso come Vendola sta a Bersani. La magistratura va bene così com’è perchè rappresenta la legittimazione “legale” dell’anti-berlusconismo. In quanto al giornale-partito “Repubblica” bisogna capire, in termini gramsciani, che si tratta del riflesso di una “egemonia”.L’egemonia del capitale finanziario sulla classe dei lavoratori dipendenti, sconfitta globalmente dagli esiti storici del Novecento. E’ chiaro che nel passaggio da Antonio Gramsci a Woody Allen si passa anche dal Moderno Principe a Zelig. La forza del PD sta proprio nella sua adattabilità darwiniana ai due parametri della globalizzazione neo-liberista e della canina sottomissione all’impero USA ed alla NATO. Giorgio Napolitano è il vero eroe eponimo di questa sottomissione, ed è il Cavour, il Giolitti, il Mussolini di questa canina sottomissione. Ancora una volta, chi non vuole tirare le conclusioni dall’aggressione anti-costituzionale alla Libia dovrebbe smettere di occuparsi di politica e ripiegare sulla filatelia e sulla pesca con la lenza.

Lo scenario prossimo futuro della politica priva di sovranità è il pendolarismo dei vasi comunicanti fra partiti egualmente omologati ed impotenti, e la crescita di un astensionismo  da “disperazione”, frutto di una secessione silenziosa incapace però di cambiare le cose. Le cose cambieranno soltanto, a mio avviso, con qualcosa di simile ad una “insurrezione”, di cui sarebbe ridicolo però prefigurare le forme. Se viene a mancare il collante anti-berlusconiano il popolo italiano sarà finalmente posto di fronte a se stesso, come Dorian Gray di fronte al suo specchio. Non ci saranno più scuse, non si potranno più trovare capri espiatori, i comunisti, i fascisti, il Nano di Arcore, eccetera. Arriverà il momento della verità. Purtroppo, non credo che arriverà presto.

Un’ultima questione, non solo terminologica, ma concettuale. E’ possibile parlare di Fini e di Alemanno come di ‘’traditori” del fascismo, e di D’Alema e Fassino come di “traditori” del comunismo? Dipende ovviamente dal significato che si da a questo termine. Il termine traditores proviene dal basso latino, e con esso si connotavano durante la persecuzione dell’imperatore Decio i capi delle comunità cristiane che “consegnarono” (questo è il significato del verbo latino tradere) i nomi dei cristiani alle autorità Imperiali romane. E’ indubbio che Fini e D’Alema “tradirono” gli ideali di Mussolini e di Gramsci. Ma se li si intende non come filosofi politici “gratuiti”, ma come amministratori delegati di imprese di mercato, essi si trovarono di fronte ad una crisi di sovraproduzione (di ideologie) e di sottoconsumo (di spendibilità nel nuovo mercato politico globalizzato post-comunista), e dovettero salvare la loro baracca con una radicale riconversione produttiva. Se prima avevano prodotto scarpe, ora le scarpe erano invendibili per l’arrivo di una alluvione, e bisognava quindi produrre non più scarpe ma pinne. E’ traditore chi riconverte la catena produttiva dalle scarpe alle pinne? Dipende chiaramente dal significato di “tradimento”. In proposito è interessante che in una intervista Alemanno avesse dichiarato di non essere mai stato fascista (per sua fortuna solo nelle favole di Pinocchio spunta il naso lungo per chi dice bugie!), ma che comunque qualcosa di buono il fascismo lo aveva pur sempre fatto. Invece sia D’Alema che Fassino, interrogati sul comunismo, sostennero che si era trattato di una “ideologia aberrante” (sic!). E Veltroni rincarò la dose, sostenendo che solo un folle poteva ancora parlare di lotta di classe. In caso di necessità, sono disposto anche a fornire le fonti. E’ questo, dunque “tradimento?” Sì, se ci si mette dal punto di vista dello studioso onesto di filosofia politica e di storia. No, se questi individui vengono interpellati come semplici amministratori delegati di una impresa che, dopo una alluvione devono riconvertire la catena produttiva dalla produzione di scarpe alla produzione di pinne. Non sto dicendo nulla di assolutamente nuovo. Si leggano gli studi sulla burocrazia di partito di Roberto Michels, che risalgono ai primi anni del Novecento. Si rileggano 1e considerazioni già citate di Nietzsche sul nichilismo e sull’Ultimo Uomo. E si concluderà che questi ben pagati fantocci sono meritevoli più di pena che di disprezzo.

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