3) Certo è che il tramonto del centrodestra e le incertezze di un futuribile governo di centrosinistra comporteranno probabilmente fasi di ingovernabilità che potranno condurre a crisi istituzionali dagli esiti non prevedibili. La crisi economica, le direttive penalizzanti della UE, la disoccupazione diffusa sono fattori che fanno presagire mutamenti istituzionali rilevanti a medio termine. Non è azzardato affermare che in Italia siamo alla fine della seconda repubblica. Ma della terza repubblica nessuno riesce a farsene una idea concreta e plausibile. Certo è che la decadenza del centrodestra trascinerà con sé quella del centrosinistra. Se destra e sinistra sono entità politico – ideologiche ormai esaurite, anche i loro surrogati virtuali sono destinati a scomparire. L’incalzare della crisi endemica di un modello economico liberista non può non coinvolgere i simulacri post – ideologici della politici della politica attuale.  La politica italiana è impreparata ad affrontare una crisi di tale portata, sia dal punto di vista economico che da quello istituzionale, perché è incapace di immaginare sia modelli economici alternativi che assetti istituzionali innovativi. L’idea di una terza repubblica significherebbe per gli attuali partiti mettere in dubbio la loro stessa ragion d’essere, dato che la loro vocazione non è la progettualità politica o la trasformazione sociale, ma la gestione di un presente non suscettibile di evoluzione, perché dagli equilibri dei grandi poteri economici e dalle potenze della politica mondiale. Di nuove forze politiche, non se ne scorge l’ombra. L’unica eccezione sono le invettive di Grillo nella condanna di destra e sinistra. Non a caso è da tutti avversato con astio.  In prospettiva potrebbe verificarsi lo stesso scenario già emerso alla fine della prima repubblica. Ad una situazione di stallo e di ingovernabilità potrebbe sopperire un governo tecnico presieduto da un uomo proveniente dal potere finanziario (vedi Bankitalia) o dalla grande industria (vedi Confindustria), che avrebbe il compito, su mandato internazionale, di “normalizzare” l’Italia con un programma di riforme di stampo liberista, con conseguente macelleria sociale, che omologhi l’Italia ai modelli economici e politici anglosassoni, con la prospettiva del recupero dei consensi dell’elettorato di centrodestra e della sinistra moderata. Il passaggio alla seconda repubblica fu infatti realizzato con le privatizzazioni dei governi Ciampi, Amato e Dini. I poteri forti già oggi sono alla ricerca di un nuovo “uomo della provvidenza”: la terza repubblica dunque sarà quella del capitalismo compiuto? La storia non ripercorre mai un identico percorso.  Nuovi conflitti sociali potrebbero frapporsi ai disegni delle oligarchie finanziarie. Sull’incertezza e sull’imprevedibilità del prossimo futuro poggiano le speranze di ogni possibile evoluzione della storia.

Stiamo veramente andando verso la Terza Repubblica? Difficile rispondere a questa domanda. Le variabili incognite sono molte. Per fare almeno qualche ipotesi bisogna chiarire prima i termini e poi gli scenari “strutturali”, dal momento che il gossip politico del TG 7 di Mentana non ci può aiutare in alcun modo. Se per Seconda Repubblica si intende il poema satirico intitolato Berlusconeide è possibile ipotizzare cautamente che essa forse è alla fine, sebbene le dichiarazioni di fine irreversibile di Berlusconi siano già state fatte in passato almeno tre volte. La Berlusconeide sta per arrivare ad un ventennio, anche se i suoi oppositori dimenticano che Berlusconi ha già subito due volte una sconfitta elettorale alle politiche (1996 e 2006), e perciò parlare di “fascismo mediatico” è da irresponsabili golpisti giudiziari.

Ma la Seconda Repubblica (e si veda il mio tentativo di definizione strutturale di essa contenuto nella mia prima risposta) non può essere in alcun modo identificata con la Berlusconeide. La Seconda Repubblica inaugura la fine della decisione politica e l’epoca del commissariamento internazionale forzato, non importa se formalmente con un governo “tecnico” oppure con un governo partitico-politico. Qui è decisiva la sostanza, non la forma. Certo, i governi “tecnici” sono preferibili agli occhi del grande capitale finanziario e delle oligarchie economiche, perché possono colpire più in profondità i diritti acquisiti dai lavoratori nei decenni precedenti, ma ove siano di difficile costituzione un “commissariamento” è possibile anche per governi ancora formalmente “politici” (si veda in questo giugno 2011 l’esempio della Grecia e del Portogallo, e fra poco forse anche della Spagna e dell’Italia). Ma se quanto ipotizzo qui è anche solo parzialmente vero, allora non solo la Seconda Repubblica non è finita ma deve essere ancora “perfezionata” e portata a termine. Il processo di omologazione anglosassone del nostro capitalismo è iniziato a metà degli anni Novanta del Novecento, ma esso può essere veramente “perfezionato” solo sotto la minaccia del cosiddetto “contagio” da parte di fantomatici “speculatori internazionali”.  Del resto il pagliaccio barese Vendola lo ha già fatto capire in una intervista al “Corriere della Sera”, in cui dichiara che è impossibile mantenere nelle nuove condizioni economiche e politiche il vecchio welfare state. Chi pensa che il pagliaccio barese possa essere una alternativa “di sinistra” a Bersani può effettivamente credere a tutto, anche che la Befana il 6 gennaio porti il carbone dolce ai bambini. Esiste una costante storica che attraversa il serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD (per ora siamo a quattro, ma domani chissà), e consiste nella coltivazione di una stampella “di sinistra” che copra nicchie di elettorato inquieto e confuso. Il retore pugliese non ne è che l’ultima grottesca manifestazione.
Concludiamo allora sinteticamente su questo punto. Possono certo essere mutati i sistemi elettorali (a questo spinge ad esempio Casini per massimizzare l’importanza del suo fallimentare Terzo Polo), possono essere mutate le coalizioni di governo, possono essere introdotte normative di costume maggiormente “laiche” (matrimonio gay, eccetera), eccetera. Ma questo non comporta il passaggio dalla Seconda alla Terza Repubblica. Finchè abbiamo il commissariamento forzato della politica da parte dei cosiddetti “mercati”, termine che nasconde pudicamente gli speculatori internazionali, la seconda repubblica non solo ci sarà ancora, ma dovrà ancora essere perfezionata.  In proposito, assistiamo spesso a dichiarazioni schizofreniche. L’apologeta della globalizzazione capitalistica Federico Rampini (cfr. “Repubblica”, 27.06.2011) sostiene che viviamo in uno stato di “contagio” permanente, cui si sottraggono in parte soltanto gli stati (Rampini cita la Cina, l’India ed il Brasile) che hanno avuto il coraggio di non adottare un regime dei cambi pienamente convertibile, e che praticano forme di protezionismo palese o occulto. A mia conoscenza, solo Alain de Benoist ha avuto il coraggio di scrivere apertamente che l’Europa potrà salvarsi soltanto reintroducendo forme di protezionismo finanziario ed industriale. Sono pienamente d’accordo. Chi pensa che stia esagerando, e che scriva tutto questo sulla base della mia competenza soltanto storica e filosofica e della mia peraltro ammessa incompetenza economica lo dica pure, se vuole, ma prima legga l’ultima opera economica di David Harvey (cfr. L’enigma del capitale, Feltrinelli, Milano 2011), un vero e proprio capolavoro di chiarezza e di radicalità sulla natura della crisi capitalistica esplosa a partire dal 2008. Anche in Italia non mancano economisti seri e radicali (cito qui fra gli altri quello da cui ritengo di avere imparato di più, Vladimiro Giacchè, autore anche di un ottimo manuale di storia della filosofia), ma molti di loro sembrano soffrire di una certa schizofrenia, perchè da un lato fanno analisi profonde e radicali alla Harvey, e dall’altra sostengono politicamente gruppi parassitari del Partito Democratico come quelli di Vendola, Diliberto e Ferrero, e tutto questo ovviamente in nome della centralità dell’antiberlusconismo. Ma il Partito Democratico è il partito del commissariamento neoliberale e liberista della normalizzazione italiana interna e soprattutto esterna (USA e NATO) .

Non serve neppure l’agitazione astratta del cosiddetto “comunismo” (in proposito cfr. AAVV, L’idea di comunismo, Derive e Approdi, Roma 2011). I marxisti universitari anglofoni e francofoni che la stanno rilanciando sulla base della recente crisi si limitano in genere a rilanciare il modello di Toni Negri e Michael Hardt del rovesciamento anarcoide immediato della globalizzazione in comunismo, come se per giungere al cosiddetto “comune” si potesse “saltare” il momento del ristabilimento dei diritti del pubblico rispetto al privato. E così la comunità universitaria “marxista” (anche francese, mi riferisco a Badiou, Rancière, Nancy eccetera) attua una fuga in avanti, una hegeliana “furia del dileguare” che lascia del tutto indifesi i diritti attuali dei lavoratori, con il rischio di consegnarli a posizioni alla Madame Le Pen, che almeno sostiene tesi razionali sul protezionismo commerciale e sulla sovranità monetaria, ma che personalmente non potrei mai adottare, perchè non sono disponibile a politiche di guerra di civiltà anti-islamica . L’omologazione bipolare, caratteristica del commissariamento della politica da parte della sovranità assoluta dell’economia finanziaria globalizzata, connota una fase di capitalismo assoluto post-borghese e post-proletario e nello stesso tempo produttore di sempre maggiore diseguaglianza fra continenti, popoli, nazioni ed individui. Sta qui, ovviamente, la fine dell’operatività storica della dicotomia Destra/Sinistra. Ma allora, se è così, come si spiega che questa dicotomia di fatto sembra continuare ad orientare l’immaginario politico-identitario, e non solo degli europei? Sarà forse sbagliata questa ipotesi? In proposito, ci ho pensato spesso, e credo che se ritenessi di aver sbagliato avrei l’onestà di ammetterlo. Ma non credo proprio. La dicotomia rinascerebbe a nuova vita se entrassimo in una fase storica in cui la politica potesse di nuovo reincorporare l’economia (nel senso del termine embedded di Karl Polanyi). Ma così non è. Nello stesso tempo, la polarità virtuale è continuamente reimposta dalla simulazione mediatica e dalla lunga durata della coscienza politica degli ultimi due secoli, dal momento che si tratta di una protesi politica ideale di manipolazione.

Chi pensa che si possa giungere facilmente ad un suo superamento simbolico può pensare che la divulgazione evoluzionistica darwiniana, se insegnata precocemente nelle scuole, potrebbe svuotare la piazza di San Pietro in occasione dei discorsi del Papa.  Certo, nuovi conflitti sociali potrebbero iniziare a svuotarla. Ma questo non avverrà automaticamente, e soprattutto non avverrà presto. La dicotomia Destra/Sinistra è continuamente irrigata dal materiale simbolico sedimentato dalla “lunga durata” degli ultimi due secoli. Il recente movimento dei cosiddetti “indignati” in Spagna farebbe in proposito ben sperare, perchè sembra che la presa di coscienza della strutturalità della disoccupazione giovanile e della precarizzazione del lavoro sia finalmente arrivata alla conclusione che non c’è alcuna differenza fra i governi di centrodestra e di centro-sinistra. Ma la Spagna della movida decennale è un paese in cui l’analfabetismo politico delle nuove generazioni ha raggiunto livelli altissimi, e l’ingenua fede nella democrazia diretta integrale ha portato a Madrid a perdere un’ora di tempo per accertare se convenisse fare un minuto di silenzio o un minuto di fischi (si è concluso salomonicamente di farli entrambi prima uno e poi l’altro). In Italia il movimento di Beppe Grillo ha cercato di affermarsi proprio sulla base della denuncia della dicotomia Destra/Sinistra, ma è bastato agitare un po’ di anti-berlusconismo e di mito del “buon governo” (Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli, eccetera) per svuotarlo elettoralmente. Il fatto è che Grillo resta pur sempre una variante teatrale della cultura massimalistica di sinistra, ed è ridicolo pensare che una dicotomia radicata da due secoli nell’immaginario popolare possa essere “superata” con il motto urlato che “i politici sono tutti eguali”. Ed infatti non è neppure vero. Pisapia non è eguale alla Moratti. Il fatto è che il cuore del problema non sta nel fatto che i politici sarebbero tutti eguali, ma nel fatto che nessuno di loro è sovrano sia rispetto all’economia che rispetto alla politica estera. La via di Grillo e degli “indignati” è la più facile, e non ho dubbi sul fatto che sarà ancora egemone purtroppo a lungo.
  

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