rigatella

Luigi Tedeschi

4) L’esito fallimentare di questa seconda repubblica, che si avvia ad un mesto tramonto, mi induce ad alcune considerazioni. Fu veramente seconda repubblica? E’ vero che dopo la fine della DC tutti i partiti hanno avuto la possibilità di accedere al governo senza veti internazionali e ideologici, che hanno condannato alcune forze politiche alla perenne e coatta opposizione (cioè il PCI e il MSI). E’ inoltre vero che si è verificata un alternanza di governo prima impensabile. Ma la politica ha perso i propri contenuti culturali e ideali con l’accettazione di un unico modello sociale e politico: la liberaldemocrazia, cui tutti sono omologati.

Lo stato è sempre più limitato nei propri poteri sia esterni (vedi la perdita della sovranità monetaria ed economica devoluta alla BCE), che interni, con l’accentuarsi dei poteri locali (e con il federalismo la centralità dello stato unitario sarà solo un ricordo) e del prevalere degli interessi lobbistici dei poteri finanziari, delle corporazioni delle categorie protette. La debolezza della politica ha favorito gruppi e istituzioni non elettivi, che sia all’interno che all’esterno del paese, costituiscono il governo di fatto della società italiana. Il sistema politico della seconda repubblica è tuttora forte, e la sua forza trae origine proprio dalla sua debolezza: una politica debole favorisce interessi particolari a scapito del bene comune, e, comunque ha distribuito a piene mani e senza discriminazioni poteri, privilegi, rendite di posizione, corruzione facile a tutti i livelli. Quindi il coinvolgimento di una miriade si grandi e piccoli potentati nel potere reale che domina il nostro paese, ha reso questo sistema impermeabile ad ogni istanza di cambiamento.

Inoltre, per fondare una terza repubblica occorre creare una nuova classe dirigente che, dato l’immobilismo sociale, generazionale, culturale e politico cui l’Italia sembra condannata, è al momento al di là da venire. Una nuova classe dirigente può emergere da nuove sintesi politico – culturali che creino nuove forze politiche con programmi di trasformazione sistemica della società italiana. Ma è proprio dal fallimento del modello liberista globale può nascere l’humus favorevole a grandi mutamenti nella prospettiva futura. Noi stessi, con il nostro ormai decennale impegno, oggi possiamo delineare i presupposti filosofici, culturali ed etici di un mutamento sistemico della società, ma non siamo in grado di elaborare una sintesi politica che si possa tradurre nella creazione di un nuovo sistema politico alternativo al capitalismo. Il ruolo che comunque siamo chiamati a svolgere in questa contingenza storica è quello si elaborarne i presupposti.

Costanzo Preve:

 Caro Tedeschi, in questa mia quarta risposta vorrei sviluppare quasi solo quanto dici in chiusura, dal momento che usi correttamente il termine “noi”. Tu scrivi, ed hai perfettamente ragione, che noi non ci riteniamo certo in grado di proporre una nuova teoria politica bella e pronta, ma abbiamo la moderata e cauta presunzione di starne elaborando i presupposti culturali fondamentali. D’ora in avanti, mi scuserai se userò il pronome “io” anziché “noi” (riprendendo il comico romano Petrolini, che diceva “parliamo tanto di me”), ma questo non lo faccio certamente per scarso rispetto nei tuoi confronti. E’ esattamente il contrario. Scrivendo “noi” potrei coinvolgerti in interpretazioni che tu non ti sentiresti forse di sottoscrivere, e questa è la massima forma di mancanza di rispetto per un amico. Resta inteso, però, che so bene che tu condividi quasi sempre, se non la lettera, almeno lo spirito di quanto cerco di esprimere.

Per quanto mi concerne, mi sono formato politicamente fra il 1964 ed il 1974 all’interno del profilo teorico del sapere chi siamo, che cosa vogliamo e soprattutto che cosa possiamo realisticamente ottenere è l’unico modo di sottrarsi ai due estremi patologici della megalomania e della auto-commiserazione del comunismo eretico di sinistra, sulla base della critica di tipo trotzkista e maoista sia allo stalinismo ed al post-stalinismo sovietico sia al togliattismo ed al post-togliattismo italiano. In questo nulla di particolarmente originale, perchè si è trattato della storia di decine di migliaia di persone, gran parte dei quali oggi “rimuovono” questo loro passato con imbarazzo e vergogna, e rimuovendolo mostrano così di non averlo affatto “superato”, ma di averne mantenuto in forma nuova (generalmente post-ideologica, neo-liberale e post-moderna) la vecchia rigidità ed addirittura la vecchia pulsione al fanatismo ed all’intolleranza. Io ritengo invece (permettimi questa innocua presunzione) non solo di essermi congedato da questo profilo (che non mi vergogno affatto di aver praticato per un ventennio), ma di essermi anche congedato dal congedo.

E congedarsi dal congedo è quasi sempre molto più difficile del semplice congedo.  L’allievo di Adorno Krahl usò nei confronti del suo maestro l’espressione di “non avere saputo congedarsi dal proprio congedo”, in questo caso dal suo congedo da una borghesia idealizzata contrapposta alla decadenza capitalistica dei suoi tempi. Al di là della pertinenza o meno di questa accusa (a mio avviso ingenerosa, perchè Adorno ebbe tutte le ragioni del mondo nel contrapporre la buona vecchia coscienza infelice vetero-borghese al nuovo spappolamento del capitalismo manipolato ed amministrato), l’espressione di Krahl mi sembra acuta ed intelligente. Non voglio parlare di te, anche se conosco bene la tua storia, il tuo passato ed il tuo presente. Mi limiterò a quanto mi pare di sapere di me stesso, seguendo l’esempio autobiografico di Montaigne e Rousseau.

Se per “comunismo” si intende un anticapitalismo radicale (è il significato datogli da David Harvey, L’Enigma del capitale, citato, pp. 159-160) io non mi sono affatto congedato da esso, ma gli sono rimasto fedele. Il congedo è avvenuto nei confronti del profilo del “marxismo critico” trotzkista e maoista, ma non perché esso fosse troppo radicale, ma al contrario perché non lo era abbastanza, perchè restava interno, sia pure in forma protestataria e subalterna, ai limiti classisti, sociologici ed economicisti del vecchio comunismo, gli stessi limiti che lo hanno portato alla fine. Avvenuto questo congedo, ho corso il rischio di non riuscire a congedarmi da questo congedo, continuando a perseguire una “sinistra ideale”, del tutto inesistente, in cui gravitazionalmente non si poteva che continuare a cadere nel mondo virtuale degli Ingrao, della Rossanda, dei Bertinotti, e di tutta l’Armata Brancaleone e la Corte dei Miracoli dei cosiddetti “intellettuali di sinistra”. Il congedo presupponeva quindi, per essere effettivo, anche il congedo dal proprio congedo. 

In questo senso, l’incontro con persone come de Benoist e come te, caro Tedeschi, è stato per me liberatorio. Questo, ovviamente, non mi ha affatto fatto diventare di “destra”. A parte il ricorso al gossip (diffamatorio, tipico di una cultura marginale, settaria e violenta, il passaggio a destra “era impossibile, per il fatto che, insieme alla sinistra, anche la vecchia destra non c’è più, perchè non possono più esistere sinistra e destra sotto il commissariamento integrale della politica da parte dell’economia. Si entra in una terra di nessuno, in una terra incognita, le cui mappe non sono ancora state tracciate. E qui appunto si incontra il problema dei “presupposti” di cui tu parli, che è bene cercare sia pure sommariamente di chiarire.

Nella tradizione occidentale, che come è noto è greca e niente affatto ebraico-cristiana, come si ripete sempre a pappagallo, l’idea che si possa elaborare un programma politico “a tavolino”, sulla base di presupposti puramente filosofici (di una filosofia geometrizzata), risale a Pitagora, e quindi a Platone, che fu prima di ogni altra cosa un pitagorico ateniese, in quanto un esclusivo allievo di Socrate non avrebbe mai sostenuto la centralità della geometria. Lo studioso francese Maxime Rodinson, in uno studio fondamentale mai tradotto in italiano (cfr. De Pythagore à Lénine, Fayard, Paris 1993) fa correttamente risalire l’attivismo ideologico di Lenin non tanto a Marx (e quindi alla filosofia classica tedesca di Fichte e di Hegel), quanto al modello pitagorico-platonico, e questo è addirittura stato ripreso in un recente seminario di Alain Badiou, e viene anche valorizzato con simpatia dallo studioso italiano Luca Grecchi.

E tuttavia io penso che una teoria politica non possa nascere a tavolino sulla base di presupposti astratti, ma soltanto sulla base dell’esperienza concreta di milioni di persone. A tavolino possono essere elaborati soltanto dei presupposti culturali di una linea politica (ad esempio, il concetto di sostanza in Spinoza, indubbiamente elaborato a tavolino, è a mio avviso il presupposto dell’idea di comunità politica solidale, in opposizione all’empirismo di Locke, presupposto di un individualismo radicale).  In questa critica a Pitagora ed a Platone mi rifaccio non solo a Rodinson, ma ancor prima ad Aristotele, che criticava nell’utopia politica di Platone la prevalenza della cosiddetta “causa formale” (cioè geometrico-ideale) sulle altre tre cause (materiale, efficiente e finale, con l’avvertenza che il termine greco di causa, aitia, non ha un significato fisico-galileiano, ma ha un significato di principio, archè).

In conclusione, io non penso che sia possibile proporre credibilmente una teoria politica prima che si siano formate le condizioni storiche e sociali che la rendano possibile, e possibile perché “visibile” a milioni di persone.  E’ invece possibile, e legittimo, discutere i presupposti di una futura passibile teoria politica. Su questo ci siamo incontrati, ed il nostro incontro è stato indubbiamente fecondo.  Fecondo in quanto fecondo di idee ed ipotesi originali. Certo, ci si scoraggia assai presto se si aspetta che quanto diciamo abbia un visibile riscontro in tempi brevi. Qui parlo solo per me, ed ancora una volta non voglio coinvolgerti a farti dire cose che magari non diresti.

Io ho preso coscienza soltanto negli ultimi anni della vischiosità e della terribile forza di inerzia dei punti di vista consolidati, e della loro funzione non solo manipolativa ed identitaria, ma del fatto che questi punti di vista tradizionali hanno pur sempre la funzione psicologica, e quindi assicurativa e riassicurativa, di “mettere ordine nel caos”. La stragrande maggioranza della gente si sentirebbe perduta se decidesse di staccarsi dai profili acquisiti nella giovinezza o nella prima maturità, e preferisce quindi aderire a delle “teorie di media portata” (middle-range theories) che non la gettano nella agorafobia dei grandi spazi teorici incogniti. La claustrofobia è così preferita alla agorafobia. Fuor di metafora, le riassicuranti teorie di “nuova sinistra” (speculari in questo alle teorie di “nuova destra”) sono preferite a presupposti teorici radicali che possono dare l’impressione del salto nel vuoto.  Eppure, i tempi nuovi richiedono interpretazioni politiche, storiche e sociali nuove.

Paradossalmente, si tratta del solo modo di essere realmente fedeli ad una tradizione. Personalmente, non mi offenderei affatto ad essere considerato un pensatore “tradizionale’”. Dipende, ovviamente, a quale tradizione ci si richiama. Io mi richiamo (prima ancora che a Spinoza, Hegel e Marx) alla tradizione dei presocratici greci, che interpreto (sia pure in modo non “tradizionale”) come filosofi, comunitari, impegnati a salvare le loro città dalla dissoluzione dovuta alla dismisura (apeiron) legata alla schiavitù per debiti.

Sul piano del “progressismo”, il turbocapitalismo attuale è invincibile. Accettando il terreno del “progressismo”, e facendone anche la sua bandiera, il comunismo storico novecentesco ne è uscito distrutto. Se avesse letto di più Georges Sorel, avrebbe forse potuto accorgersene. Se la Cina oggi resiste ancora alla omologazione USA (e speriamo possa ancora farlo a lungo, per ragioni non solo geopolitiche, ma di filosofia della storia), non lo fa certo in nome del “comunismo”, ma sulla base di un mandarinato tradizionalista confuciano basato sul primato, almeno formale, della politica e della macro-economia statuale sull’attuale “contagio” finanziario.

Questo non può ovviamente che essere “provvisorio”, ma a volte queste provvisorietà sono utili nella logica riproduttiva della storia universale.Non è questa la sede per elencare ancora una volta i “presupposti” da noi elaborati nel corso di un decennio. I nostri dialoghi ne sono testimoni. E senza soverchie illusioni, ma  anche con tranquilla soddisfazione, possiamo essere ragionevolmente contenti del nostro percorso, e considerare anche positivo l’interesse che esso ha già suscitato in lettori ed amici pensosi e privi di pregiudizi identitari.

Annunci