Basilare articolo dell’ economista Frederic Lordon, già autore di approfonditi studi sugli sviluppi globali del neo-capitalismo. E’ assolutamente naturale che un progetto deglobalizzante al momento non esista, o meglio esiste di fatto negli stati che prudentemente hanno stabilito la non totale convertibilità della propria moneta nel forex -mercato dei cambi planetario- (Brasile, Venezuela, Cina ecc). Le cose non sono semplicistiche: oggi invocare la sovranità politica sulle scelte economiche nazionali si scontra con l’assoluta organicità di ogni scelta economico-produttiva-finanziaria operata negli ultimi trent’anni di assoluta apertura ai mercati internazionali, con perdita di competenza in vasti comparti produttivi e di dipendenza dei debiti pubblici dalla finanza privata e privatistica. Addirittura a molti viene difficile pensare una comunità con un centro, quindi non una  community. C’è molta fatica da fare, e non per tornare indietro: lo stato sovrano europeo, figlio di Yalta, del Piano Marshall e della socialdemocrazia (nelle diverse accezzioni) non è più tale perchè ne mancano i presupposti: la scomparsa dell’ URSS, la potenza economica degli USA in fallimento, un capitalismo industriale che funzionava e non funziona più. La ridefinizione della comunità nazionale sia al proprio interno sia inter-nazionalmente deve procedere parimenti alla coscienza di alcune battaglie -queste positivamente globali e trasversali alle nazioni- che non ci possiamo più permettere di ignorare, prima fra tutte la battaglia per custodire la Terra. 


La deglobalizzazione e i suoi nemici
 All’inizio, le cose erano chiare: c’era la ragione – che procedeva per cerchi (con Alain Minc al centro) –, e poi c’era la malattia mentale. I razionali avevano stabilito che la globalizzazione era la realizzazione della felicità; tutti coloro che non avevano il buon gusto di crederci erano da rinchiudere. Una «ragione» che si scontrava però con un piccolo problema di coerenza interna, visto che, mentre pretendeva di rappresentare il massimo del confronto, condotto secondo le norme della verità e del miglior argomento, lo ha di fatto impedito per due decenni, consentendolo poi solo di fronte alla più grande crisi del capitalismo. Le Monde non esita a dare il «benvenuto al grande dibattito sulla deglobalizzazione», e lo introduce (come forma di «benvenuto», probabilmente) con un pubblico dibattito in cui si spiega che la deglobalizzazione è «assurda», aggiungendo poi, per equità di punti di vista, un’intervista che dimostra come essa sia «reazionaria» (1)– in effetti si tratta di due cose diverse, entrambe degne di essere menzionate. I tempi della macroeconomia faranno sì che i terribili effetti della mega-austerità europea si sentano veramente in Francia a partire dal primo semestre 2012. Là dove convergerà il delirio della finanza, delle politiche economiche sotto tutela dei mercati e delle delocalizzazioni persistenti nel corso della crisi, è la che la globalizzazione darà il meglio di sé… Costringerà finalmente il dibattito elettorale (in vista delle presidenziali) ad affrontare le vere questioni? Le quali – disoccupazione, precariato, disuguaglianze, perdita di sovranità popolare – si riducono sinteticamente a una sola: la globalizzazione. Il rifiuto di alternanze senza alternative prenderà allora il semplice nome di «deglobalizzazione». Il nome è semplice, ma il dibattito complesso, con la disputa intellettuale che ridisegna il paesaggio politico, pieno di fratture inattese e ambigui ripensamenti, ma sempre contro il sindacato degli interessi dominanti: quelli che non vogliono apparire quando si pone la domanda «a chi giova la globalizzazione?» e quelli che, dopo aver lottato per impedire il dibattito, lottano adesso perché l’esito sia «ancora».
E’ un lavoro da storici, che richiederebbe la rivisitazione completa del ventaglio degli argomenti pro-globalizzazione, dai più sciocchi (la «globalizzazione felice», che da questo punto di vista si è già assicurato un posto nella storia) ai più speciosi, alcuni dei quali mai completamente abbandonati neppure oggi, dato che tutte le munizioni sono buone per salvare il salvabile. Così, ad esempio, l’economista Daniel Cohen, ricalcando la posizione di Paul Krugman nel 1998 (non ancora «Premio Nobel» per l’economia) in La globalizzazione non è colpevole, dopo averlo peraltro già copiato nello stigmatizzare i «nemici della globalizzazione (2)», continua a essere molto attento nell’escludere dal perimetro della globalizzazione la finanziarizzazione – che del resto non è mai stata molto facile da difendere, meno ancora dopo il 2007, e che perciò è bene lasciare prudentemente fuori dal dibattito. Un incubo spettacolare Si riconosce qui un modo di fare a lungo presente in quella che si potrebbe definire la sinistra del lamento, molto legata alla conferma della sua solidarietà con le sofferenze dei lavoratori dipendenti (si è pur sempre di sinistra), a deplorare a calde lacrime l’esistenza di disuguaglianze, precarietà e infelicità, ma decisa soprattutto a non collegarle alle loro cause strutturali: la liberalizzazione finanziaria e il potere degli azionariati, la realizzazione di un’Europa che sceglie deliberatamente di esporre le politiche economiche alla disciplina dei mercati finanziari, la concorrenza libera e non falsata, in breve tutte quelle cose intoccabili che hanno implicitamente costituito, volendo osare un’audacia geometrica, la quadratura del cerchio della ragione, del cerchio cioè di quelli che «vogliono esserci», dell’ambito delle cose da dire (contro la dannazione delle cose da non dire) per continuare a sfiorare la mano del ministro, essere invitati in tv, consultati dai partiti (di sinistra e di destra) – in un parola a essere amati dalle istituzioni. Ma ecco la crisi che spazza via tutto – e solleva la terribile minaccia del ridicolo. L’inferno non sono gli altri, ma gli archivi! Ecco quindi che tutti sgobbano alla grande (ma, tranquilli, senza mai sacrificare l’essenziale) cercando di far dimenticare le posizioni precedenti: fine della Fondazione Saint Simon, della Repubblica delle idee, di Terra Nova e degli altri tasselli dell’apparato ideologico della globalizzazione, che non hanno avuto eguali nello schivare e nel divagare.
Rimane il fatto che gli argomenti del passato devono essere rivisti. Non parlar«ne» è stato possibile finché la globalizzazione non è diventata un incubo spettacolare. Si sarebbe alleviata la sorte degli sventurati con procedure esclusivamente interne, facendo attenzione a restare nella «quadratura», senza rimetterne nulla in discussione: riforma fiscale (sicuramente utile) e poi soprattutto i-stru-zio-ne! Si educavano i «perdenti» – per renderli «competitivi dall’alto». Ah! L’istruzione, l’economia del sapere, la knowledge-based economy che ha fatto la delizia della commissione europea, un modo perfetto per ridare ai semplici la responsabilità di rendersi degni di un lavoro e non parlare più delle cause strutturali che distruggono il lavoro. Senza contare i suoi ameni orizzonti, necessariamente di lungo termine (perché è difficile formare gli imbecilli), che autorizzano a non fare nulla nell’intervallo. Ma ora diventa difficile non parlare più delle «cose strutturali», conosciute con il nome di globalizzazione, perché i loro danni, tollerabili finché non facevano rumore, all’improvviso hanno avuto il pessimo gusto di sollevare un gran baccano. Certo, ci si potrà sforzare di mantenere alcuni dei vecchi argomenti. Come, ad esempio, la tesi della «tecnologia», che imputa i guai del popolo non alla globalizzazione, ma ai computer – sui quali però non vorrete mica tornare?, domanda Pascal Lamy, (3). Daniel Cohen, che difende ancora ciò che resta di questa tesi – perfettamente adeguata a quella dell’economia del sapere –, addebita alla produttività legata alla tecnologia, e non a quella legata alla globalizzazione, la distruzione dei posti di lavoro e le disuguaglianze (4): perché solo chi è istruito se la cava con i computer e fa razzia negli spazi riservati ai competenti – gli altri, purtroppo… Curiosamente, la posta in gioco della globalizzazione (già ridotta agli scambi) e della «produttività», evocate come si trattasse di un’antinomia (o l’una, o l’altra, e più la seconda che la prima), non sono mai mostrate nel loro possibile rapporto di complementarietà, forse perfino di causalità: perché, dopo tutto, cosa sostiene la folle corsa alla produttività se non l’enorme pressione della concorrenza «non falsata» (con salariati cinesi a 100 euro mensili, non si può certo dire che la concorrenza non sia leale… se ne vedranno delle belle quando entrerà in gioco l’Africa a 15 euro!), e, insieme, l’obbligo di un costante innalzamento della redditività finanziaria, espressione stessa del potere della finanza degli azionisti (5) , cioè i pilastri di ciò che si può chiamare globalizzazione? L’economista Patrick Artus, che peraltro nel 2008 aveva dichiarato, a proposito della «globalizzazione», che «il peggio [doveva ancora] arrivare (6) », da allora ci ha riflettuto attentamente e sostiene che a questo punto sarebbe da pazzi «rifiutare la globalizzazione (7) » affidandosi, in mancanza di un solido senso della continuità, a un argomento pieno di speranza: è vero che «la cosa » è stata finora un po’ dura, ma adesso non bisogna mollare, perché «la cosa» presto pagherà!
In uno schema neoliberista ormai consunto, ma allegramente riproposto come nuovo, l’invito alla pazienza forse commuoverà tutti coloro che si ricordano dei quindici anni di disinflazione competitiva a base di aggiustamenti a lungo termine e di sopportazione che avrebbero portato i loro frutti, ma «alla fine» – e l’attesa non è ancora terminata. Sì, forse la Cina finirà per dotarsi d’istituzioni salariali mature capaci di rendere solvibile il mercato interno e, da grande esportatrice, diventerà nostra grande cliente – ma quando esattamente? Fra dieci anni? Quindici? Una soluzione per reggere fino ad allora? Oppure il solito pazienza-tutto-questo-fra-un-po’-pagherà? E che dire dell’idea che, siccome la Cina a 150 euro diventerà a sua volta vittima delle delocalizzazioni in un Vietnam a 75, si può prevedere un rimbalzo della globalizzazione in direzione del continente africano – ancora tutto da arruolare, e che, a sua volta, straccerà tutti i prezzi? Ancora un briciolo di pazienza, giusto quel mezzo secolo che servirà all’Africa per compiere il suo percorso? Il presente disastro mette evidentemente in crisi gli ex amici della globalizzazione che, non decidendosi a dichiararsi suoi nemici, sentono però il bisogno di cancellare l’impressione di aver trovato così poco da ridire. Con una serie di aggiustamenti di tiro, tali da realizzare la performance di non essere percepiti come per quello che sono – non mettersi in palese contraddizione, ancora meno lasciare intendere che forse ci si è sbagliati – pur ottenendo reali effetti di riposizionamento, tutti si sforzano di trovare da «ridire». Ma solo il minimo, e giusto quel tanto che gli avvenimenti in corso autorizzano, per galleggiare sempre al di sopra del centro di gravità del discorso legittimo – che, ad esempio, esige ora di mostrarsi fermi, almeno a parole, con la finanza – e così continuare a «esserci».
A queste condizioni, allora sì, pressati dal corso degli eventi, Daniel Cohen si concede qualche riserva, forse fin qui taciuta, sul potere azionariale, e Artus si abbandona a improbabili distinzioni tra «globalizzazione» e «mondializzazione» per salvare il salvabile… ma anche per lasciarsi qualche piccola cosa da criticare. Lo stesso Lawrence Summers, ex consigliere economico di Barack Obama e grande protagonista della deregulation con il presidente William Clinton (1993-2001), ammette che i salariati americani hanno «buone ragioni» per pensare che «ciò che è bene per l’economia globale non è necessariamente bene per loro» (8)… Gli scricchiolii del sistema e i ripetuti schiaffi della realtà hanno finito per aprire delle crepe in cui argomenti troppo a lungo censurati hanno trovato modo di emergere – mentre è vero che un sistema, la cui difesa costringe i suoi sostenitori alla retorica del «globalmente positivo (9) » è in genere più vicino alla pattumiera della storia che alla sua apoteosi. Leggermente disorientato, l’economista Elie Cohen constata che «il discorso della globalizzazione felice è oggi difficile (sic) da fare (10) ».
Il termine «deglobalizzazione», la cui paternità si è oggi convenuto di attribuire all’economista filippino Walden Bello (11), è diventato abbastanza logicamente il significante di un orizzonte politico che risponda a tutte le ire sociali che la globalizzazione continua a provocare. Perché, alla fin fine, le cose sono piuttosto semplici: se si è trovato con una certa facilità un accordo per chiamare «globalizzazione» l’attuale configurazione del capitalismo, allora, altrettanto facilmente, se ne dovrebbe trovare un altro per definire «deglobalizzazione» l’affermarsi di un progetto che rompa con questo ordine. È vero tuttavia che ci sono vari modi di «rompere». Quello del deputato socialista Arnaud Montebourg (12) resta europeo – auguriamogli buona fortuna con la Germania, quando si tratterà di ridiscutere della subordinazione delle politiche economiche alla disciplina dei mercati e dell’indipendenza della Banca centrale… Allo stesso modo dell’«effetto Fabius» nel 2005 (che aveva deciso il «no» al referendum sul trattato costituzionale europeo), Montebourg, rispettabile candidato alle primarie di un «rispettabile» partito, ha indiscutibilmente fatto fare un notevole salto di legittimità al dibattito sulla deglobalizzazione. E con ciò ha dato il via libera a discussioni un tempo impensabili. Come quello dell’economista Jacques Sapir, il cui atteggiamento è più radicale, perché, nella gamma delle soluzioni ipotizzate, non esita a includere l’opzione del recupero di sovranità nazionale (con l’uscita dall’euro), se tutte le altre dovessero fallire (13). È esattamente a questo punto che il dibattito a sinistra si fa teso. In effetti non si sarebbe mai immaginato che membri del consiglio scientifico dell’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini (Attac) potessero allarmarsi a causa della circolazione del tema della deglobalizzazione, tanto meno nei termini di una stigmatizzazione del «ripiegamento nazionale», che ricorderebbero stranamente le abituali sferzate dell’editorialismo liberista, preparando il terreno dell’assimilazione alle «politiche di destra [che] si fanno strada sotto i travestimenti più vari (14)». Si rimane perplessi dinanzi a questo contributo forse involontario, ma in ogni caso oggettivamente presente, di una parte della sinistra critica alle peggiori deformazioni della deglobalizzazione, e in particolare quella che si ritrova nella fantasmagoria dell’assedio, la «sindrome della fortezza», fatta di bastioni, ponti levatoi ed economia autarchica.
Si credeva riservata al cronista di Le Figaro, Alexandre Adler, l’antinomia che concepisce solo la Corea del Nord e la forma «regno-arroccato» quale opposto dialettico alla globalizzazione, ma ecco che le allusioni dei firmatari di Attac vengono ad alimentare questa figura immaginaria, che tuttavia un solo sguardo sulla recente storia economica basta a invalidare. Perché anche se, rapportata alle nostre attuali normative (peraltro singolarmente, e sintomaticamente, eluse), la configurazione fordista del capitalismo del dopoguerra ha tutto della deglobalizzazione, sarebbe vano cercarvi fili spinati e torrette di guardia, economie ermeticamente chiuse e progetti di autosufficienza. Terribile malattia del pensiero del terzo escluso, che non concepisce altro che il mondo globalizzato oppure l’inferno delle nazioni, ma nulla tra i due, e contro la quale bisogna incessantemente ricordare la possibilità della dimensione internazionale, che forse bisognerebbe scrivere inter-nazionale, perché il termine esprima con maggiore chiarezza ciò che vuol dire, cioè che ci possono essere nazioni e legami tra le nazioni. Non si dica che il periodo 1945-1985 ha ignorato gli scambi esterni – senza dubbio il commercio internazionale era meno sviluppato di oggi… ma non è detto che fosse un difetto. Non si dica neppure che questa restrizione, in un regime di scambio che le nostre attuali norme definirebbero certamente come protezionista, ha portato quella guerra che Lamy ci promette ogni volta che si parla di non sacrificare tutto al libero scambio – mentre, catastrofica convergenza retorica, alcuni altermondialisti annunciano che i diritti doganali «alimente[rebbero] la xenofobia e il nazionalismo (15) », vale a dire, a occhio e croce, le stesse idee di Lamy anche nel loro testo. Sarebbe inoltre opportuno ricordare che l’«orrore nazional-protezionista» fordista è stato un’epoca, certo imperfetta, di pieno impiego, di crescita – senza coscienza ecologica, è vero – e di pace tra paesi progrediti, solo relativa, ma comunque…
Ancor meno si dica che il principio nazionale è stato abolito nel mondo che si suppone globalizzato perché, informiamo i liberisti e gli altermondialisti, le nazioni esistono ancora! C’è la Cina, ci sono gli Stati uniti, di cui curiosamente non si mettono mai in discussione né il nazionalismo né le affermazioni di sovranità. Se gli chiedessero di fondersi in un più vasto insieme, da entrambe le parti si farebbero una grassa risata. Inoltre, cosa più sorprendente ancora, queste incorreggibili nazioni non si fanno necessariamente la guerra, e non la fanno neppure a noi! La grammatica dell’antagonismo Non si dica infine che i rapporti tra le nazioni debbono concepirsi sotto l’esclusiva prospettiva della merce, e un po’ ci si stupisce del fatto che l’anestetico liberista ha finito con l’addormentare l’intelletto al punto da far dimenticare che limitare la circolazione di container e capitali non impedisce di promuovere una grande circolazione di opere, studenti, artisti, ricercatori, turisti, come se la circolazione delle merci fosse diventata la misura esclusiva del grado di apertura delle nazioni! – mentre solo la malafede può accusare la deglobalizzazione di voler eliminare le «buone» circolazioni insieme alle «cattive». Ma, si dirà, Attac si era rapidamente disfatto della sua prima etichetta «antiglobalizzazione», proprio per ridefinirsi come «altermondialista». È forse lì che passa la linea di demarcazione delle posizioni teoriche, come indica il timore ricorrente dei firmatari di vedere «un conflitto di classi trasformato in conflitto di nazioni (16)».
Partendo da un problema di fondo, l’enunciato è però votato all’inutilità se pensa di negare il dato nazionale, o piuttosto i dati nazionali, e i rapporti di antagonismo che ne conseguono quasi necessariamente. Ma qui ancora, e sempre a causa dello stesso tragico effetto del terzo escluso, «antagonismo» è immediatamente percepito come «guerra», e come negazione assoluta di quei rapporti di cooperazione che invece potrebbero essere intessuti. A meno di non inseguire la chimera di un’umanità interamente riconciliata, bisognerà pure arrendersi all’idea che la comunità umana, in senso ampio, è necessariamente attraversata da antagonismi, alcuni dei quali nascono dal vissuto delle nazioni. È però evidente che non tutti gli antagonismi rispondono alla grammatica nazionale, ma anche a grammatiche diverse, e talvolta trasversali – l’antagonismo di classe, ad esempio. Ma tra le molteplici grammatiche, non si può prendere in considerazione solo quella che si preferisce! Quanto a sapere se una di queste goda di un qualche primato, è una questione che non ammette alcuna risposta generale, ma di volta in volta è determinata dalla particolare configurazione delle strutture del capitalismo. Si può facilmente osservare che il salariato cinese e il salariato francese si situano nello stesso rapporto di antagonismo di classe ciascuno rispetto al «proprio» capitalismo, resta però il fatto che le strutture della globalizzazione economica li pongono anche e obiettivamente in un rapporto di mutuo antagonismo – che non serve negare.
L’appello alla solidarietà di classe franco-cinese deriva da un universalismo astratto che ignora i dati strutturali concreti e il loro potere di configurare conflitti obiettivi – cioè ironicamente tutto ciò che Karl Marx rimproverava ai «giovani hegeliani di sinistra»: piuttosto che dare per scontato che le «essenze» (l’«essenza» del salariato o l’«essenza» della lotta di classe) producano da sole improbabili effetti, meglio sarebbe pensare a rifare le strutture reali che determinano nei fatti i (molteplici) rapporti nei quali entrano i diversi gruppi sociali. Così, in alcuni paesi, le strutture della finanza degli azionisti e delle pensioni capitalizzate pongono obiettivamente in conflitto diverse frazioni dello stesso mondo salariale: pensionati (che hanno interesse alla redditività finanziaria) contro salariati (da cui la si estrae), salariati-licenziati di un centro di produzione contro salariati-azionisti dello stesso gruppo (i cui titoli si apprezzeranno), ecc. È assolutamente inutile richiamare tutta questa gente ad astratte solidarietà di classe contro le strutture che le distruggono concretamente e che obiettivamente configurano i loro interessi sotto rapporti antagonistici – sarebbe più utile, invece, ricostruire le strutture (cancellare la finanza dell’azionariato, sostenere con costanza la redistribuzione) per creare le condizioni concrete capaci di ricostituire le unità infrante e, a quel punto, di far prevalere una specifica grammatica di antagonismo contro le altre.
Allo stesso modo, le attuali strutture del libero scambio e della circolazione degli investimenti diretti impediscono che si concretizzino possibili solidarietà tra salariati francesi e salariati cinesi. Ecco dunque il paradosso che i «globalizzatori» non percepiscono. Al contrario di ciò che spesso si sente dire, e cioè che un protezionismo ragionato e negoziato nuocerebbe agli interessi dei salariati dei paesi emergenti (si noterà di sfuggita che sistematicamente, in queste discussioni, la sorte dei salariati nazionali è considerata assolutamente trascurabile…), potrebbe essere invece che permetta loro di affrettare, disincentivandoli dal puntare tutto sulle esportazioni, il passaggio a regimi di crescita più autocentrati, che richiedono funzionalmente l’estensione e la stabilizzazione del reddito salariale. È solo quando i salariati nazionali vengono sottratti ai rapporti antagonistici, imposti dal libero scambio ineguale, che possono esprimersi solidarietà trasversali (transnazionali), che facciano prevalere la grammatica classista su quella nazionalista – insomma, rispettare il «dato nazionale» potrebbe essere il miglior mezzo per dare una possibilità (internazionale) al «dato di classe» salariale.
Come la «concorrenza non falsata» non è altro in realtà che un protezionismo mascherato (e della peggior specie) (17), potrebbe dunque essere, al contrario di ciò che credono alcuni altermondialisti, che forme di protezionismo trasparenti e razionalmente negoziate mostrino valide proprietà cooperative, disponendo di possibilità di sviluppo autonome, benché (ragionevolmente) interagenti, e creando concrete condizioni di solidarietà transnazionali di classe. Ma la questione della deglobalizzazione non si esaurisce affatto nel protezionismo (dove i globalizzatori vorrebbero tanto accantonarla), ancora meno in questi pochi argomenti necessariamente frammentari. Sarebbe più giusto addentrarvisi non in virtù di considerazioni economiche, ma affrontando il problema fondamentale attraverso cui prende veramente senso, il problema propriamente politico della sovranità e delle sue possibili diramazioni (18) – che non si limitano affatto al perimetro delle attuali nazioni.
La sovranità, elemento fondamentale della vita dei popoli, è, ma solo a parole, la base comune a tutti i difensori della globalizzazione, che però ne ignorano sistematicamente i requisiti essenziali, come dimostra il contorto concetto di «governance». «Il problema centrale è quello della governance mondiale», ripete significativamente Daniel Cohen (19). No! Il problema centrale è quello della creazione di entità politiche autenticamente sovrane, le sole capaci di dotarsi della forza necessaria per opporsi al potere del capitale. E il cui diniego è alimentato dalla chimera delle «istituzioni internazionali forti» (20), un perfetto ossimoro che fa però dire a Daniel Cohen che «senza istituzioni internazionali forti, si finirà nel caos», che bisognerebbe allora riscrivere: «si resterà nel caos». Se ci fosse quindi un solo principio generale per governare il dibattito sulla globalizzazione, potrebbe essere questo: non si possono lasciare a lungo i popoli senza norme di sovranità. Ma si potrebbe anche, alla cruda luce della presente congiuntura ed esattamente all’opposto, ricondurre la controversia sulla deglobalizzazione a una questione d’identificazione convenzionale in sostanza molto semplice.
La concorrenza non falsata tra economie a standard salariali abissalmente differenti; la minaccia permanente di delocalizzazione; il vincolo azionaristico che esige redditività finanziarie senza limiti, tali che la loro combinazione provoca una compressione costante dei redditi salariali; lo sviluppo dell’indebitamento cronico delle famiglie che ne consegue; l’assoluta licenza con cui la finanza porta avanti le sue operazioni speculative destabilizzatrici, all’occorrenza a partire dai debiti delle famiglie (come nel caso dei subprime); la presa in ostaggio dei poteri pubblici costretti a correre in soccorso delle istituzioni finanziarie sconfitte dalle crisi ricorrenti; il peso del costo macroeconomico delle crisi sulle spalle dei disoccupati, il loro costo per le finanze pubbliche che grava su quelle di contribuenti, utenti, funzionari e pensionati; l’esproprio imposto ai cittadini di qualsiasi influenza sulla politica economica, ormai regolata solo dai desiderata dei creditori internazionali quali che siano i costi per i corpi sociali; l’affidamento della politica monetaria a un’istituzione indipendente fuori da qualsiasi controllo politico: è tutto questo che, con una convenzione linguistica non troppo ardua, si potrebbe decidere di chiamare globalizzazione. Ne consegue allora, sempre con altrettanta semplicità, che dirsi favorevoli alla deglobalizzazione, non è altro, genericamente parlando, che un modo per dichiarare di averne abbastanza di tutto questo!
note:
* Economista. Autore di D’un retournement l’autre. Comédie sérieuse sur la crise financière. En quatre actes, et en alexandrins, Seuil, Parigi, 2011.
(1) Le Monde: editoriale, 1° luglio 2011; Zaki Laïdi, «Absurde démondialisation», 29 giugno 2011; Pascal Lamy, «La démondialisation est un concept réactionnaire», 1° luglio 2011.
(2) Daniel Cohen, La Mondialisation et ses ennemis, Grasset, Parigi, 2004.
(3) Pascal Lamy, op. cit.
(4) «La mondialisation est-elle coupable?», intervista a Daniel Cohen e Jacques Sapir, Alternatives économiques, n° 303, Parigi, giugno 2011.
(5) Leggere Isabelle Pivert, «La religione del valore azionario», Le Monde diplomatique/il manifesto marzo 2009.
(6) Patrick Artus e Marie-Paule Virard, Globalisation, le pire est à venir, La Découverte, Parigi, 2008.
(7) Patrick Artus, «Ce n’est pas le moment de refuser la mondialisation», Flash économie, Natixis, n° 472, 21 giugno 2011.
(8) Lawrence Summers, «A strategy to promote healthy globalisation», The Financial Times, Londra, 5 maggio 2008.
(9) Daniel Cohen, «Sortir de la crise», Le Nouvel Observateur, Parigi, 7 settembre 2009.
(10) Elie Cohen, «L’idéologie de Davos a buté sur la crise», nouvelobs.com, 26 gennaio 2010.
(11) Walden Bello, Deglobalization: Ideas for a New World Economy, Zed Books, Londra – New York, 2002. Il termine è stato utilizzato per la prima volta da Bernard Cassen nel 1996: «Et maintenant… démondialiser pour internationaliser», Manière de voir, n° 32, novembre 1996.
(12) Arnaud Montebourg, Votez pour la démondialisation!, Flammarion, Parigi, 2011.
(13) Jacques Sapir, La Démondialisation, Seuil, Parigi, 2011. Cfr. dello stesso autore, anche «S’il faut sortir de l’euro…», documento di lavoro Cemi-Ehess, Parigi, aprile 2011.
(14) «La démondialisation, un concept superficiel et simpliste», di nove membri del consiglio scientifico di Attac, Mediapart, 6 giugno 2011.
(15) Pierre Khalfa, «Les impasses de la démondialisation. Réponse à quelques contradicteurs», Mediapart, 20 giugno 2011.
(16) Ibid.; Jean-Marie Harribey, «La démondialisation heureuse?», blog di Alternatives économiques, Parigi, 16 giugno 2011.
(17) Leggere «La “menace protectioniste”, ce concept vide di sens», dans La Crise de trop, Fayard, Parigi, 2009.
(18) «Qui a peur de la démondialisation? », La pompe à phynance, i blog del Diplo, 13 giugno 2011.
(19) «La mondialisation est-elle coupable?», op. cit.
(20) Ibid. (Traduzione di G. P.)
Da “Le Monde Diplomatique” di Settembre 2011