Chiude Termini Imerese, nessuno ci può fare nulla. I rapporti di forza sono questi, in questi termini. Avevo anticipato la svolta smaccatamente globalista del cda Fiat con l’elezione a presidente di John Elkann, seguita poi dall’ affaire Chrysler, dalla vicenda Pomigliano e dallo scorporo di Fiat Auto dal titolo Industrial. Saper costrire -automobili o macchine operatrici- è solo il pezzo meno importante del businnes. La classe globale mette all’ asta il lavoro, tratta direttamente con la politica sgravi fiscali, finanziamenti, facilitazioni, infrastrutture da farsi; si insedia, estorce plusvalore  e quando non è più tempo se ne va. 
 
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«Fiat terra mare cielo», recitava una vecchia pubblicità della multinazionale torinese ai tempi in cui da casa Agnelli usciva di tutto, dalle littorine agli aerei, dagli autobus ai cioccolatini. Più che una pubblicità della Fiat era una pubblicità dell’Italia. Le cose sono profondamente cambiate da quando i treni sono finiti in mano francese, gli aerei al fondo americano Carlyle, quello dei Bush, gli autobus vengono costruiti in Francia e in Cechia e gran parte delle automobili negli Stati uniti, in Polonia, in Serbia, in Turchia.
L’Italia è destinata a diventare, al massimo, una fabbrica cacciavite di un Lingotto che sta trasferendo la testa negli Usa e i tentacoli ovunque c’è da rosicchiare dai governi e da spremere dagli operai. Il gigante di ferro, Mirafiori, è poco più che archeologia industriale, la Pomigliano a democrazia ridotta che sta rinascendo dalle ceneri di una storia collettiva parla un’altra lingua e chiude i cancelli in faccia a chi non si inginocchia al cospetto del Santo Marchionne. La storia industriale italiana su cui i monopolisti Agnelli avevano messo le zampe si è dissolta. Chi si ricorda dell’Alfa Romeo di Arese? E chi si ricorderà, dopodomani, della cattedrale nel deserto chiamata Termini Imerese?
In 112 anni di storia, la Fiat ne ha provocati non pochi di danni all’Italia, da cui non ha mai smesso di abberarsi. Può apparire una battuta provocatoria ma non lo è, quella del Codacons che nel giorno drammatico della chiusura di Termini Imerese chiede a Marchionne di restituire alla Finmeccanica, cioè alla collettività, l’Alfa Romeo: Agnelli se l’era portata a casa con l’aiuto di Craxi (presidente del consiglio) e di Prodi (presidente dell’Iri). Un fulgido esempio di privatizzazione, un gioiello praticamente regalato alla Fiat pur di impedirne l’acquisto da parte di Ford che avrebbe segnato la fine del monopolio torinese. Dell’Alfa Romeo, ricorda giustamente il Codacons, oggi resta solo il marchio. Il poco che resta di «Fiat terra mare cielo» sta per diventare un tris di sottomarche della Chrysler. Persino la Fiat Cinquecento costruita in Messico che doveva spopolare negli Usa sta arrancando, le quote in Italia e in Europa delle quattro ruote di Marchionne stanno crollando, e di cosa si parla da noi? Dei tre stabilimenti chiusi, a Imola, ad Avellino, in Sicilia? Dei conseguenzi danni sociali? Nient’affatto, si parla di come rilanciare l’azienda vietando il diritto di sciopero, decurtando lo stipendio dei lavoratori ammalati, evitando a tutte le tute blu di votare, espellendo dalle fabbriche la Fiom che rappresenta la quota più importante dei dipendenti, imponendo senza contrattazione 120 ore di straordinari e turni e ritmi cinesi. Peccato che in attesa degli straordinari quando la domanda, chissà perché, esploderà, a decine di migliaia le tute blu vengono messe in cassa integrazione, sfruttando gli ammortizzatori sociali. E in attesa che si impedisca a qualche centinaia di migliaia di lavoratori di andare in pensione, a migliaia vengono mandati a casa prematuramente e sempre con i soldi della collettività, con scivoli di 5 e in alcune realtà produttive anche 7 anni.
La Fiat ha disdetto il contratto nazionale e tutti gli accordi sindacali stipulati dal 1971 a oggi. Nei 180 stabilimenti in cui lavorano 80 mila dipendenti sarà imposto per decreto il contratto Pomigliano. Ma Marchionne è magnanimo e ha accettato di discuterne a voce, e non più solo per e-mail, con tutti i sindacati. Succederà martedì prossimo, molti temono che più che un confronto sarà una comunicazione aziendale nel classico stile Fiat: così è, anche se non vi pare. Nel frattempo, però, negli stabilimenti Fiat in cui si produce qualcosa sono partiti gli scioperi, da Torino a Brescia, da Volvera ad Atessa e a Maranello.
«Non è possibile per un ministro che viene da Torino non parlare di Fiat», ha detto ieri la titolare del lavoro e del welfare Elsa Fornero. Bene, parliamone. Fornero aggiunge che «le medie e grandi imprese non possono abbandonare il paese». Giusto, ma se lo abbandonano? Se, come ha precisato, alla ministra «non sfugge che la parte più debole è costituita dai lavoratori», come pensa di intervenire il governo? Sembrebbe pronto, parola di Fornero, a offrire «un contributo costruttivo, nel pieno rispetto delle autonomie» sulla vicenda che riguarda gli operai siciliani. Ma è l’intera vicenda Fiat – il futuro del maggior gruppo privato italiano e dei suoi 80 mila dipendenti – che chiama in causa il governo. Un governo che dice di volere crescita ed equità, due obiettivi che non traspaiono dai misteriosi piani di Marchionne, non può non vigilare. Non può non interrogare la Fiat sulla possibilità di crescere ed essere equa sospendendo contratti, Statuto, Costituzione, rappresentanza, sciopero, malattia e, in ultima istanza, la democrazia. Ha ragione Elsa Fornero quando dice che la vicenda Fiat è molto «delicata», e allora con la delicatezza del caso, se ne faccia carico insieme al suo collega Corrado Passera. Non si possono delegare gli obiettivi dichiarati dal neonato governo – sempre crescita ed equità – a un padrone del vapore.

di Loris Campetti
apparso su “Il Manifesto” di ieri con il titolo “Fuga dall’Italia”


 
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