Ennesimo articolo sulla de.globalizzazione che sto seguendo un particolare su “Le Monde Diplomatique”. In confronto a come sono i termini del dibattito nostrano questi sono avanti anni luce. Quest’ articolo in particolare si confronta polemicamente (polemos origine di tutte le cose, come diceva) con i due post precedenti di Sapir e di Lordon.
 
L’indebolimento delle società sotto i colpi di maglio della finanza ha raggiunto un punto limite: le strutture dell’economia vacillano e si è lacerato il velo ideologico che serviva ad alterare le sue rappresentazioni. I cantori della globalizzazione hanno dovuto mettere la sordina ai loro ditirambi in favore dell’efficienza dei mercati, mentre ha preso corpo il dibattito attorno alla sua antitesi: la «deglobalizzazione». Una discussione che ha come peculiarità originale quella di non opporre i seguaci dell’ortodossia a quelli «contro», ma di attraversare gli stessi ranghi di quegli economisti e dei politici che si erano già scagliati contro la dittatura dei mercati finanziari, soprattutto in occasione della lotta contro la bozza di trattato costituzionale europeo. In questi ultimi mesi, dibattiti a mezzo stampa, articoli e libri hanno portato al centro dell’interesse pubblico temi come il protezionismo, l’uscita dall’euro e la deglobalizzazione (1). Scambi d’opinione nei quali gli argomenti più ricorrenti rinviavano alla natura della crisi attraversata dal capitalismo, al nuovo quadro di regole necessario e alla questione della sovranità democratica. Dall’inizio degli anni ’80, le strutture del capitale sono state orientate in modo da estrarre il massimo rendimento dagli investimenti finanziari – la «creazione di valore per l’azionista» –, mentre veniva sistematicamente orchestrata la svalutazione della forza lavoro. Una cosa spingeva l’altra, nella misura in cui la libertà di circolazione goduta dai capitali rendeva possibile mettere in concorrenza sistemi sociali e fiscali. Ecco ciò che si nasconde dietro l’eufemismo «globalizzazione»: il riposizionamento del capitalismo a livello mondiale per rimediare alla crisi del saggio di profitto che imperversava a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, la vittoria delle classi dominanti, i cui profitti azionari s’impongono sui salari, e il vincolo per le strutture normative di conformarsi alle esigenze dei mercati. Un’impalcatura che per essere abbattuta ha richiesto appena due decenni: fin dalla metà del primo decennio del 2000, il saggio di profitto negli Stati uniti ha cessato di risalire e il livello del credito concesso ai poveri per rimediare all’insufficienza dei salari non bastava più ad assorbire la sovrapproduzione industriale. Lo shock si è propagato alla velocità della circolazione dei capitali. La crisi non è la sommatoria di singole situazioni di difficoltà nazionale (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, ecc.), scatenate esclusivamente da questioni specifiche interne a ciascun paese, e di cui sarebbe lecito domandarsi in virtù di quale coincidenza si siano potute manifestare tutte insieme. È invece direttamente la crisi di un capitalismo giunto a uno stadio di «maturità» mondiale, in cui la logica della creazione di valore mediante il gioco finanziario è stata spinta al parossismo poiché tutto è destinato a divenire merce, dalla produzione di beni e servizi essenziali fino alla sanità, l’educazione, la cultura, le risorse naturali e la vita nel suo complesso. La globalizzazione non si riduce quindi al libero scambio delle merci, cioè alla loro circolazione. Il sistema della finanza estranea ai confini nazionali è stato finalmente raggiunto dalla legge del valore, vale a dire da un doppio vincolo oggigiorno indissolubile: da una parte la rivalorizzazione del lavoro, che non è comprimibile all’infinito, e dall’altra il fatto che ciò avvenga in presenza di una base materiale in via di degrado o di rarefazione (2). I fondamenti della crisi finanziaria sono dunque da ricercarsi nella sovrapproduzione capitalistica e nello stallo di un intero modello di sviluppo. Uno degli argomenti principali avanzati dai sostenitori di sinistra della deglobalizzazione consiste nell’imputare la distruzione dei posti di lavoro e la deindustrializzazione dei paesi ricchi alla globalizzazione. Jacques Sapir ha stimato come «fino alla metà degli anni ’90, gli aumenti di produttività nei paesi emergenti non fossero di natura tale da arrivare a modificare i rapporti di forza con i paesi dominanti. Per contro, superata la metà del decennio, si sono osservati degli incrementi molto rilevanti in paesi come la Cina o nell’Europa dell’Est. Da quel momento, interi pezzi di attività produttive hanno cominciato a lasciare il paese (3).» Non esiste modo migliore di questo per dire che la degradazione dei rapporti di forza tra la classe dominante e i salariati nei paesi industrializzati precede di almeno quindici anni l’emergere della Cina. Volendo considerare il caso della sola Francia, il logoramento della parte rappresentata dal salario sul totale del valore aggiunto (circa cinque punti di valore aggiunto lordo nell’ambito delle imprese a carattere non finanziario al 1973 e quasi il doppio al 1982 [4]) e l’impennata della disoccupazione si realizzano entrambe nel corso degli anni ’80. E i livelli toccati allora (molto bassi per quanto attiene i salari e molto alti per quanto concerne la disoccupazione) non saranno mai più sostanzialmente modificati, tranne che nel breve periodo che va dal 1997 al 2001. Dunque, se è corretto dire che la concorrenza tra lavoratori, in aumento negli ultimi anni, ha rafforzato le posizioni acquisite dai padroni, resta invece un errore attribuire ai paesi emergenti la responsabilità principale del degrado dei salari in quelli a capitalismo avanzato. Alla fine, la violenza di classe del neoliberismo nei paesi ricchi si traduce in una divisione capitale-lavoro favorevole al primo e in un’alterazione nella ripartizione interna della massa salariale (gli alti salari godono di forti incrementi poiché incorporano elementi della remunerazione del capitale, come le stock-options). E questo secondo aspetto ha almeno altrettanto a vedere con la posizione sociale occupata dai dirigenti di primo livello delle aziende, per via delle loro competenze tecniche, del dumping sociale esercitato dall’esterno di cui sono vittime i salariati ai gradini più bassi della scala sociale. Di qui la prudenza teorica che è necessario adottare per evitare che un conflitto di classe si trasformi in un conflitto tra nazioni, quella prudenza che Frédéric Lordon teme sia «votata all’inutilità», in quanto, a suo avviso, «le strutture della globalizzazione economica pongono oggettivamente [il salariato cinese e il salariato francese] in un rapporto di antagonismo reciproco – contro il quale non c’è rifiuto che tenga (5).» Di fatto, l’opzione protezionistica stabilirebbe un primato dell’antagonismo nazionale su quello di classe; mentre la natura sistemica della crisi del capitalismo rimanda al rapporto sociale fondamentale che lo caratterizza, il che fa sorgere qualche dubbio rispetto alla possibilità per i popoli di uscirne attraverso una via nazionale. A parte alcune rare eccezioni (come ad esempio l’Ecuador sulla questione del debito), agli stati viene demandato il compito di fare pagare la crisi ai cittadini, ed è questa la posta in gioco che accomuna le classi dominanti. Nessun governo può e vuole assumersi il rischio di addossarsi le conseguenze di un default sul debito sovrano che potrebbe diffondersi a catena una volta saltato il primo anello. Tutti preferiscono così condannare la propria economia alla recessione. Peraltro, la globalizzazione non è solo commerciale e finanziaria, ma anche produttiva, al punto che i grandi gruppi multinazionali si preoccupano ben poco degli andamenti economici nazionali (6). Perciò, la questione degli spazi di pertinenza di una eventuale regolamentazione e quella della lotta alla crisi appaiono cruciali. Sovranità e cooperazione Bisogna per questo attribuire ogni colpa alla «chimera (7)» delle istituzioni internazionali forti? Sì, almeno finché si tratta di rifiutare il luogo comune della «governance mondiale» o condannare gli indugi e i fallimenti dei G8, G20 e altri conciliaboli dei grandi della Terra. Tuttavia rimane un problema da superare: quello della costruzione di un sistema di regole a livello mondiale. D’altronde, l’epoca che i sostenitori di sinistra della deglobalizzazione invocano quale modello è quella del dopoguerra, improntata al quadro di regole di stampo keynesiano inaugurato a Bretton Woods. Due circostanze decisive mostrano con chiarezza l’urgenza di un sistema di regole, senza dover aspettare che il capitalismo sia stato abolito o anche semplicemente accantonato. La prima poggia sulla situazione attuale dell’agricoltura, caratterizzata da una deregolamentazione degli scambi su tutti i fronti che comporta, nei paesi del Sud del mondo, l’assimilazione dei terreni migliori alle colture d’esportazione a discapito di quelle destinate all’autoconsumo, la riduzione del potere d’acquisto e l’estrema volatilità dei prezzi di base a livello mondiale. Del resto, come si può immaginare che ciascun paese possa trovare una relativa autonomia e veder instaurata una propria sovranità alimentare se i mercati agricoli non vengono rigorosamente regolamentati su scala mondiale, al fine di sottrarre le derrate agricole e, oltre a esse, tutte le altre materie prime all’influenza della speculazione e degli imprevisti del mercato (8)? La seconda circostanza concerne la lotta al riscaldamento climatico, che ha assunto improvvisamente rilevanza a livello mondiale. Fino a oggi, le battute d’arresto registrate nel corso dei negoziati sul dopo Kyoto, a Copenaghen nel 2009 e a Cancún nel 2010, sono state dovute essenzialmente ai conflitti d’interesse esistenti tra gli stati più potenti, prigionieri come sono dei vincoli di vassallaggio che li legano alle lobby e ai gruppi multinazionali. Ora, l’emergere di una coscienza civile favorevole alla salvaguardia dei beni comuni e dotata di una visione globale, può pesare in queste contrattazioni, per esempio attraverso l’appello della Conferenza mondiale dei popoli sui cambiamenti climatici, frutto di un’iniziativa del governo boliviano nell’aprile del 2010. Inoltre, l’agricoltura e il clima sono entrambi elementi rivelatori della imperiosa necessità di rivoluzionare il modello di sviluppo sottostante alla globalizzazione capitalistica. Si tratta di un aspetto talvolta ignorato dai sostenitori della deglobalizzazione, che hanno il loro riferimento principale nel modello fordista nazionale, certo meglio regolato del modello neoliberista, ma capace comunque di partorire un produttivismo devastatore. La sfida a cui siamo chiamati è dunque quella della definizione del luogo in cui poter esercitare la sovranità democratica. Ma in che termini i partigiani della deglobalizzazione pongono la questione? Scrive Lordon: «Qualunque cosa se ne pensi, l’opzione della ricomposizione della sovranità su base nazionale impone la sua naturale ovvietà perché, rispetto a tutte le altre, ha l’immenso merito pratico di essere là, immediatamente disponibile – poste evidentemente tutte le trasformazioni strutturali necessarie a farla valere: protezionismo selettivo, controllo dei capitali, fermo politico sulle banche, tutte cose perfettamente realizzabili purché lo si voglia (9)». Tre trasformazioni strutturali assolutamente pertinenti. Quello che però fa difetto è l’«ovvietà», la «disponibilità immediata», l’«esistere di già», dato che il processo di globalizzazione ha avuto per conseguenza proprio lo svuotare la democrazia della sua sostanza per affidare le chiavi della casa comune ai mercati finanziari. Pertanto, la difficoltà peggiore che i popoli si trovano a dover superare non è quella di rivitalizzare semplicemente la loro sovranità ma di doverla ricostruire completamente. E quindi l’obiettivo va perseguito tanto a livello nazionale che, per quanto attiene gli europei, su scala regionale, poiché la sfida con le forze del capitale non si gioca più soltanto nell’ambito nazionale, e nemmeno principalmente a quel livello. La contraddizione da superare si regge sul fatto che, se è vero che la democrazia si manifesta ancora, soprattutto su scala nazionale, gli interventi di regolazione e le trasformazioni da operare, di carattere principalmente ecologico, si collocano al di là dell’ambito nazionale. Di qui l’importanza della progressiva creazione di uno spazio democratico in Europa. Non essendo la crisi globale una mera sommatoria delle crisi nazionali, non vi sarà alcuna possibile via d’uscita nazionale da essa. Il problema che resta, dunque, è quello di capire da dove cominciare il lavoro di decostruzione del capitalismo neoliberista. Nell’immediato, e in fretta, bisogna dichiarare l’illegittimità della maggior parte dei debiti pubblici e annunciare che non saranno onorati, stabilendo a livello europeo a quali paesi accordare la priorità, a seconda dell’entità delle loro difficoltà; e fondare tale decisione sulla base di una procedura di verifica contabile generalizzata dei debiti pubblici. Bisogna inoltre mettere mano alla socializzazione di tutto il comparto bancario europeo e ripristinare una forte progressività della tassazione. Non c’è nessun impedimento concreto, manca soltanto la volontà politica di «praticare l’eutanasia alle posizioni di rendita» (Keynes) al fine di annullarle (10). A medio e lungo termine, il processo da attuare è quello della trasformazione radicale del modello di sviluppo in senso non capitalistico. La distruzione delle attuali strutture finanziarie costituisce il primo passo in direzione dell’avvio di una interdizione delle transazioni «informali» e sui prodotti derivati, e verso la tassazione di quelle rimanenti. Ma, più in generale, è la delimitazione rigorosa dello spazio del mercato governato dal criterio della ricerca del profitto ad essere essenziale ai fini dello sviluppo di attività non di mercato o orientate sia alla soddisfazione dei bisogni delle popolazioni, che alla tutela degli equilibri ecologici. Che nome dare a tutto questo? Le protezioni che è necessario applicare (sul diritto del lavoro, sulla previdenza sociale, alla natura…) non necessariamente danno luogo a un sistema protezionistico. Il principio della selettività dei settori da «deglobalizzare» o, al contrario, universalizzare, è forse più difficile da mettere in pratica, ma offre il vantaggio di individuare i veri bersagli da centrare, consente di abbozzare un cambio di rotta socio-ecologico delle società e, passo dopo passo, di realizzare una vera cooperazione internazionale. È quel che si chiama altermondializzazione, che senza concedere nulla sul piano della critica alla globalizzazione, non raccomanda neanche il simulacro del suo opposto.
note:
* Professore associato all’Università di Bordeaux-IV. Coautore dei libri di Attac Le Piège de la dette publique, Les Liens qui libèrent, Parigi, 2011, e Retraites, l’heure de verité, Syllepses, Parigi, 2010
(1) Per farsi un’idea delle controversie in corso: «Démondialisation ou altermondialisme?» e «La démondialisation heureuse? Eléments de débat et de réponse à Frédéric Lordon et a quelques autres collégues», http://alternatives-economiques.fr/blogs/harribey. Consultare anche Frédéric Lordon, http://www.fredericlordon.fr/triptyque.html, Bernard Cassen e Jacques Sapir, http://www.medelu.org
(2) Cfr. «Crise globale, développement soutenable et conceptions de la valeur, de la richesse et de la monnaie», Forum de la régulation, Parigi, 1 e 2 dicembre 2009.
(3) «La mondialisation est-elle coupable?», dibattito tra Daniel Cohen e Jacques Sapir, Alternatives économiques, n.° 303, Parigi, giugno 2011
(4) Da un rapporto di Jean-Philippe Cotis, «Partage de la valeur ajoutée, partage des profits et écarts de rémunérations en France», Institut national de la statistique et des études économiques (Insee), Parigi, 2009
(5) Frédéric Lordon, «La deglobalizzazione e i suoi nemici», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2011.
(6) Michel Husson, «Une crise sans fond», 28 luglio 2011, http://hussonet.free.fr
(7) Frédéric Lordon, op. cit.
(8) Leggere Jean-Christophe Kroll e Aurélie Trouvé, «Politica agricola comune, Pac: una dieta per obesi», Le Monde Diplomatique/il manifesto, gennaio 2009
(9) Frédéric Lordon, «Qui a peur de la démondialisation?», La pompe a phynance, 13 giugno 2011, http://blog.mondediplo.net
(10) Cfr. Les Dettes illégitimes. Quand les banques font main baisse sur les politiques publiques, Raisons d’agir, Parigi, 2011. (Traduzione di Fran. Bra.)
Le monde diplomatique ottobre 2011

 

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