«Nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta – questa loro powerful effectiveness – non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa alla produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia o dall’applicazione di questa scienza alla produzione»(1). Qui Marx delinea il fondamentale concetto di lavoro sociale astratto, mediante il quale spiega il passaggio del Capitalismo dalla precedente fase manifatturiera («sussunzione formale del lavoro sotto il Capitale») alla sua piena maturità, con l’introduzione di criteri e di mezzi altamente razionali (scientifici) e tecnologicamente avanzati nel processo di creazione del valore – perché le merci, bisogna sempre ricordarlo, sono meri contenitori di valore che attende di essere realizzato sul mercato. A questa altezza dello sviluppo capitalistico il prezzo della merce non dipende dal lavoro peculiare che l’ha immediatamente prodotta, ma dalla media sociale dei singoli e particolari lavori che in altre fabbriche e in altre parti del mondo producono quel tipo di «crisalide di valore», quel valore di scambio che agogna il «salto mortale» della compra-vendita per manifestarsi come denaro. È appunto il lavoro sociale astratto la base oggettiva che rende possibile l’esistenza del denaro in quanto «equivalente universale», la cui enigmatica natura è fonte di continue aberrazioni feticistiche. Ed è a questa altezza che prende corpo il fenomeno per cui il Capitale più produttivo, quello a più alta «composizione organica», ossia incardinato su una base tecnologico-scientifica assai sviluppata, drena una parte del plusvalore smunto alla capacità lavorativa sfruttata da un Capitale relativamente meno produttivo, a più bassa «composizione organica». Il Capitale a più alta «composizione organica» sfrutta dunque anche il concorrente relativamente più arretrato sul piano della strumentazione tecnica e dell’organizzazione del lavoro.

Detto di passata, storicamente la formazione del moderno Sistema Finanziario è radicata nel processo qui appena abbozzato: infatti, l’alta produttività del lavoro 1) ha liberato risorse finanziarie in precedenza vincolate direttamente alla sfera produttiva; 2) ha costretto le imprese a ricorrere sempre più spesso ai capitali messi a disposizione dalla Finanza – la tecnologia e la scienza, come sappiamo, hanno un elevato costo –, rafforzandone la potenza di fuoco (l’allusione all’imperialismo è voluta) e la tendenza all’autonomizzazione (base materiale di ogni feticismo passato, presente e futuro); 3) la sfera finanziaria si è presto dimostrata una sorta di attrazione fatale per i capitali desiderosi di grassi e facili profitti. Come Marx ha dimostrato nel Terzo libro del Capitale, l’alta composizione tecnologica dell’impresa industriale ha sul saggio del profitto, ossia sul rendimento del capitale investito nella produzione, effetti assai contraddittori sul processo di accumulazione, e non di rado tali da spingere il Capitale a battere le vie dell’imperialismo (investimenti diretti e indiretti all’estero) e della speculazione finanziaria. Ma non spingiamoci oltre. Se diamo a questa complessa dialettica capitalistica una dimensione mondiale, come ci obbliga a fare la realtà, illuminiamo da un’essenziale – radicale – prospettiva la prassi e il concetto di imperialismo. Ecco perché l’odierna bagarre intorno al debito sovrano, al Welfare, al mercato del lavoro, alla spesa pubblica improduttiva e via discorrendo è connessa intimamente a quella prassi e a quel concetto. Infatti, si tratta di rendere più produttivo il Sistema-Paese nel suo complesso, con tutte le conseguenze sociali e politiche che necessariamente ne derivano. (…)

(1)K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, II, p.400, La Nuova Italia, 1970.

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estratto da “Quel che resta di Toni Negri”  letto su Comunismo e Comunità, capitolo del libro “Dacci il nostro pane quotidiano” scaricabile gratuitamente presso il sito http://sebastianoisaia.wordpress.com/

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