cortina norianino

Ennesimo post sul declino di senso e di concretezza dell’ ordinamento democratico, post in cui Sebastiano Isaia mette bene in risalto come la scontata acquisizione del concetto democratico coincide nell’ accettare un terreno di confronto su cui non ci si può che porre in maniera difensiva dello status quo, in definitiva predisporsi alla sconfitta. Da parte mia aggiungo che anche nella concezione democratica esistono (ed è questo il segno del dominio)  un valore d’uso -tutto interno alla comunità- e un valore di scambio -che si dispone come libertà economica dell’ individuo e non come libertà umana, tra libertà formale e libertà reale. Ma qui si apre il problema di che cosa sia la libertà.

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Alcuni lettori hanno interpretato il mio post Il sepolcro – democratico – imbiancato come una manifestazione di indifferentismo politico per ciò che concerne il processo di decadimento della democrazia nel nostro Paese e nei paesi occidentali. Questa velata critica mi permette di chiarire il mio pensiero in merito a un tema che nei prossimi anni è destinato a precisarsi in tutta la sua ampiezza e durezza. Detto che, in generale, nulla della prassi sociale umana (o disumana) mi lascia indifferente, occorre considerare quanto segue. La lotta contro il peggioramento dell’oppressione sociale in tutte le sue molteplici manifestazioni (economiche, politiche, “civili”, psicologiche ecc.), non può certo lasciarmi indifferente, ed anzi ciò che scrivo vuole fortemente militare a favore di essa. Ma vuole farlo da un punto di vista radicale, per introdurvi la consapevolezza che per un verso rimanere su quel terreno, alla fine, non può evitare il peggioramento delle cose che si desidera scongiurare; e per altro verso che si dà la possibilità di sradicare le cause stesse di quell’oppressione, passando dalla difensiva all’attacco. Non è affatto un luogo comune dire che, in situazioni eccezionali, la miglior difesa è l’attacco, e la stessa Rivoluzione d’Ottobre si spiega in parte come tentativo, da parte degli strati sociali urbani e rurali, di mettere al riparo le conquiste democratico-borghesi dall’imminente pericolo incarnato dal generale Kornilov. Ma il salto mortale storico mi serve solo per evocare un incubo (la rivoluzione sociale, nientemeno!) e per dire che nel XXI secolo non c’è alcuna conquista democratico-borghese da mettere al riparo. Sempre più chiaramente, infatti, si svela il contenuto sociale – classista – della democrazia, la quale è solo una delle forme politico-istituzionali che può assumere il dominio totalitario delle necessità economiche. Ritenere che la democrazia, per quanto «imperfetta» e ingannevole, sia la forma di organizzazione politico-istituzionale più favorevole allo sviluppo del «movimento antagonista», è un’illusione smentita dalla storia lontana e recente. Molti socialdemocratici tedeschi, alla fine del XIX secolo, finiranno per rimpiangere i tempi delle leggi eccezionali antisocialiste, quando al proletariato più radicale appariva almeno chiaro e riconoscibile il volto del Nemico, in seguito trasfigurato nel «gioco democratico». Contro le aspettative di Engels e le teorizzazioni di Kautsky, la democrazia si dimostrerà invece lo strumento politico-ideologico che, attraverso la sempre più oculata alternanza della carota e del bastone, meglio serve le esigenze dello status quo. Nell’esercizio del Potere – nell’accezione non meramente politologica del concetto – la democrazia si offre come la forma più razionale ed economica, e solo obtorto collo le classi dominanti vi rinunciano a favore di forme più dispendiose dal punto di vista del controllo sociale. Prendere queste parole come un augurio di «avventure totalitarie», secondo il falso principio che solo dal peggio può venire il meglio (la “rivoluzione”), è non solo sbagliato ma sciocco. Il tanto peggio, tanto meglio da sempre sorride solo alle classi dominanti. Intendo semplicemente dire che in qualsiasi circostanza l’elemento soggettivo (la «coscienza di classe») fa la differenza. È all’interno di questa precisa costellazione concettuale che a mio avviso va “calata” la lotta alla progressiva «fascistizzazione» della società sotto l’incalzare della crisi economica, e per questa via colpire al cuore le illusioni intorno al «ripristino» della democrazia o alla costruzione della «vera democrazia», magari «dal basso» e sempre fatto salvo il rapporto sociale capitalistico che ci nega libertà e umanità. Insomma, bisogna svelare il carattere ingannevole dell’alternativa tra peggio e meno peggio, «fascistizzazione» e «democrazia reale», perché dirimente è solo l’aut-aut tra l’attualità del dominio e la possibilità della liberazione. Lungi dal postulare un atteggiamento attendista o indifferentista in ogni sfera del conflitto sociale, il punto di vista critico-radicale qui sommariamente abbozzato invita il pensiero a predisporsi in posizione di battaglia anche a partire da piccole questioni, perfino da bagatelle, perché come diceva il filosofo nella particolarità più insignificante batte forte il cuore dell’universalità. Figuriamoci quindi se mi può essere indifferente la lotta contro le manifestazioni politiche dell’oppressione sociale. Per me si tratta piuttosto di evitare l’astuzia del dominio, vale a dire di non rafforzare il Potere sociale nello stesso momento in cui se ne combatte – male, sulla scorta di infondati presupposti politici – la fenomenologia. Oggi siamo imprigionati in tutto ciò che esiste. Ma in tutto ciò che esiste si nasconde la verità che può liberarci. Prima sul piano della “teoria”, poi su quello della “prassi”. Come attingere quella verità dal fondo limaccioso della società sta al centro della mia riflessione teorica e politica, anche a proposito della scottante, e scivolosissima, «questione democratica».

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