Mi servo di quest’ intervista copiaincollata da ContropianoIl capitalismo di stato sostituirà quello del libero mercato” con lo storico inglese Eric Hobsbawn per introdurre una breve  riflessioni sullo stato di fatto in Europa -in concomitanza con un sempre più impalpabile G8.

Da una parte abbiamo con certezza lo svuotamento di significato dell’azione politica tramite il depotenziamento  delle sovranità nazionali operato in primis tramite il controllo dell’economia globalizzata da parte di entità sovranazionali, dall’ altra abbiamo la concorrenziale conflittualità propria del sistema capitalistico che si trasferisce (come alla fine dell’ ottocento, per rispondere ad un’altra crisi sistemica) dalle imprese ai  vari sistema-paese, valutati allo stesso modo di società per azioni, richiamando a sè  la necessità di più stato, magari contrabbandando il capitale nazionale da “bene comune”.

In effetti le nazioni BRIC  -ancora con PIL in crescita- hanno un modello identificabile con il “capitalismo di stato”, anche se mancano per ora (ma sarebbe interessante sviscerarne i perchè) in questi paesi  le fasi stadiali lotta di classe-monetizzazione del conflitto- sistema di welfare.

La critica radicale al capitalismo non può scordare che il capitalismo di stato non è il socialismo e che l’interesse dei dominati non è quello di ripristinare la liberal-democrazia, che rimane pur sempre il comitato d’affari che difende la riproduzione del sistema tal quale e cerca di governare i conflitti interni intra-capitalistici – nello scenario di conflittualità sistemica del tutti-contro-tutti o, in altra versione, del si-salvi-chi-può.

Dal punto di vista della prassi politica i movimenti del “(capitale pubblico come) bene comune” dovranno fare i conti  con la malcelata voglia di social-democrazia: il welfare non esiste all’infuori di sistemi-paese in cui l’accumulo di capitali va a gonfie vele, e questo esito non ci sarà semplicemente perchè l’investimento industriale a lungo termine (che porterebbe ad una offerta stabile di posti di lavoro salariato -come invocato segretamente dal movimento dei precari) in generale non rende abbastanza in termini di saggio di profitto, anche in presenza di deflazione salariale, di azzeramento del welfare e soprattutto di rimozione di tutta la spesa improduttiva (vedi spending rewiew della spesa pubblica, rimozione dei privilegi di casta e di consorteria ecc) .

La Germania riesce per ora a mantenere questo parametro economico abbastanza soddisfacente (il vero oggetto di mediazione fra la semisfera economica e la semisfera politica) non solo attraverso le innovazioni di processo e di prodotto, ma soprattutto perchè ha saputo colonizzare commercialmente il mercato dell’ area euro. Senza questa prospettiva i capitalisti tedeschi non avrebbero acconsentito al costituirsi della moneta unica. Oggi probabilmente fanno i conti se conviene tenere in piedi l’area euro o se rivolgersi principalmente agli scambi commerciali con l’Asia.

Allora la lotta per la deglobalizzazione si trova ad un nuovo bivio: il “vecchio” movimento no-global non riuscì a comprendere che i presunti benefici della rete globale   sono in realtà la integrale messa-a-profitto di tutta l’umanità sotto il dominio del capitale, oggi invece pare che il “nuovo” movimento si alimenti di nostalgie per il controllo politico sull’ economia-politica ma senza entrare nel merito: “il bene comune” non risiede e non può risiedere nella forma-merce, quand’anche l’accesso ad essa fosse garantito dallo stato. Due mezze verità che, in quanto tali, sono due orizzonti mendaci e alla lunga inevitabilmente  fallimentari.

La prospettiva di una ripresa della sovranità politica nazionale non può che avvenire all’infuori della logica capitalismo-industriale-pubblico-buono/capitalismo-finanziario-privato-cattivo, o attraverso un acritico  neo-keynesismo dell’investimento pubblico “finalizzato alla crescita” ma solo attraverso un progetto di  uscita dalla logica dell’accumulo.

Quanto ad Hobsbawn, non aspettatevi che voli alto, anche se fa alcune fini  osservazioni che sono condivisibili.

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Lo  storico Eric Hobsbawn ritiene che a fronte della crisi capitalista, il “capitalismo di stato ha un grande futuro”. Lo dimostrano i Brics. “La sinistra non ha un programma da proporre”. Riportiamo una interessante intervista dello storico inglese Eric Hobsbawn al settimanale l’Espresso.

“Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi”, inizia: «No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo”.

La crisi in corso è differente da quelle precedenti?

«Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall’Atlantico verso l’Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell’Urss, oggi la situazione è diversa. L ‘impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l’economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall’Occidente».

Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?

«Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti -ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino -per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l’insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall’ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo».

Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l’abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?

«L’“Economist” alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c’è dell’altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro».

E l’innovazione?

«L’innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell’innovazione nell’ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell’economia liberale come l’abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo “la teologia del libero mercato”, la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno».

Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l’idea che le persone forgiano il proprio destino.

«Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo».

Cosa vuol dire?

«Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l’idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un’idea stramba. Marx non l’ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo».

Intanto la finanza prevale. C’è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un’intuizione giusta?

«È emersa con forza un’élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell’economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte».

Vale a dire?

«L’informazione è oggi un fattore di produzione».

Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo,cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa…

«Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l’informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero».

Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa.

«Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell’operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l’automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata».

Chi è oggi il padrone? Una volta c’era la lotta di classe.

«Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l’hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto».

È una tesi sorprendente, la può spiegare?

«Il meccanismo che sta dietro all’economia cinese è il desiderio di restaurare l’importanza di una cultura e di una civiltà. È l’opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all’urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno».

Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?

«A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l’asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un’unità globale. E questo riguarda non solo l’economia, ma anche la più grande sfida dell’esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l’esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l’oro o il petrolio. Prendiamo l’acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell’acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico».

C’è un rimedio?

«Sì, a patto che si capisca che l’economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l’andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni».

Può fare qualche previsione comunque?

«È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici».

Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato.

«Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l’oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell’economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all’aumento del prodotto totale mondiale».

Lo scopo dell’economia è la felicità?

«Certo».

Intanto crescono le diseguaglianze.

«E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all’interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c’è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro».

Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo…

«Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe».

In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?

«Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società».

Da L’Espresso, maggio 2012

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