sassicaiaLungo articolo di Britton Johnston, pastore presbiteriano del New Mexico, pensatore in proprio e divulgatore della teoria mimetica di Renè Girard e della antropologia “generativa” di Eric Gans e del suo gruppo presso la UCLA. Detto in soldoni, il tentativo, in parte riuscito e per ovvii motivi in parte no, è di legare segno (rappresentazione), violenza e sacro in un unico movimento fondativo dell’umanità. In questo fortissimo contesto di domanda circa l’essenza umana (o meglio disumana), Johnston si inserisce con un suo particolare interesse per il capitale, in senso proprio di cumulo di potere. Naturalmente nega il debito con Marx, il minimo che ci si può aspettare da un pastore, ma poi  forse incosciamente lo cita testuale: “La forza vitale è nella forma di merci che i lavoratori producono immettendo la forza vitale dentro di esse.”  Ma tutto questo è secondario, il  punto in comune, quello da mantenere ben  fermo è: come prende forma una potenza sociale ? Perchè religione, concetto e linguaggio  -espressioni di una prassi e di una natura comunitaria- gravitano attorno al dominio? Tutti gli studiosi citati meritano di essere presi davvero sul serio,  ma siamo sicuri – come sembrano fare– che la violenza sia una qualità ontologica dell’ umanità? Dare per acquisita la natura violenta dell’uomo è -quella sì- la prima legittimazione della violenza della totalità sociale sui singoli.

Nella pagina “Esuberi” un altro estratto di Johnston: “La nascita dell’agricoltura”

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IL CUMULO DEL DEBITO

Nel diciassettesimo secolo gli Olandesi furono tra i banchieri di maggior successo in tutto il mondo. Uno degli strumenti della loro prosperità era la banconota. I banchieri tenevano nei loro caveau un mucchio d’argento, e rilasciavano delle note cartacee che rappresentavano porzioni di quell’argento; la nota poteva essere cambiata in banca nella quantità d’argento che in essa era rappresentata. Una volta emesse, queste note erano commerciate come circolante: esse generarono una potente dinamica economica. Ma i banchieri avevano un segreto: il totale delle note emesse eccedeva di gran lunga l’ammontare dell’argento da loro effettivamente posseduto. Ma ciò non aveva importanza; fin tanto che la gente credeva che le note rappresentassero una reale quantità d’argento, i banchieri erano in grado di generare un’immensa ricchezza per sé.[22]  Il meccanismo che usavano era essenzialmente lo stesso che produsse l’agricoltura: moltiplicare l’effetto del sacrificio tramite la produzione di segni che lo rappresentano. Un sacrificio produce un desiderio sacro, che poi viene manipolato e moltiplicato mediante la mimesi, usando simboli del sacrificio per concentrare la mimesi.

Ogni cultura (al di fuori del Regno di Dio) ha il suo Centro sacro, il suo tempio, il suo altare maggiore. Questo centro spirituale è il punto di riunione di tutta la cultura, ed ogni mente si fissa su di esso. Anche l’economia capitalistica in quanto sistema sacro ha questo centro sacro, ma esso non è localizzato geograficamente. Io lo chiamo “il cumulo”. Prendo il termine da Elias Canetti, che lo usa nel suo libro Massa e potere come metafora per la massa. Io qui lo uso in modo simile, ma direi che, più che rappresentare la massa in sé, il “Cumulo” rappresenta il centro sacro della massa, la Presenza che esercita il suo incanto su di essa.

I cumuli sono antichi mezzi per riunire gente intorno al centro sacro. Dai mucchi di crani intorno ai santuarî druidici dell’Europa antica ai cumuli di pietre ammucchiate sopra la vittima di una lapidazione, agli elaborati cumuli di pietra che formano le piramidi direttamente sopra i corpi dei faraoni, ai complessi templi costruiti con pietre in tutto il mondo antico, al cumulo di argento nel tesoro della Banca di Amsterdam, cumuli che contrassegnano il luogo del sacrificio sono un carattere universale della civiltà sacrale. Nell’Occidente moderno, ove la rivelazione biblica ha reso particolarmente difficile il sacrificio, il cumulo al centro della cultura è in qualche modo occulto; esso è un Cumulo di Capitale [ la parola capitale rimanda al latino caput (testa) e Capitolium (Campidoglio), che hanno la stessa radice e sono legate al tempio di Giove a Roma, suggerendo anch’esse l’origine sacrificale del capitalismo].

E’ difficile dire dove sia esattamente collocato questo cumulo. Noi conosciamo la sua esistenza anzitutto dai simboli (il circolante) che lo rappresentano. E’ vero che ci sono caveau che contengono metalli preziosi, ma questi sono solo una piccola parte del Cumulo totale. Vi è qualche indicazione di dove sia situato il cumulo se si guarda all’architettura monumentale più impressionante della nostra cultura, i grattacieli urbani; ma essi non contengono il cumulo. Nella società capitalistica, il Cumulo è una rete di debito, estesa e strettamente intrecciata. Essa è una struttura imponente e complessa di risentimento e di desiderio.

Non è una pura coincidenza il fatto che la Bibbia, che tanto si impegna nella lotta contro gli dèi delle religioni sacrificali, si misuri anche col tema del debito. Il debito è un meccanismo sacrificale. Quando firmiamo un contratto ipotecario diciamo che stiamo “cedendo la nostra vita” per ragioni assai reali ed antiche. Ricevere un prestito significa conferire al prestatore il diritto di fare di qualcuno la vittima di una vendetta. Significa esser d’accordo di non reagire e non permettere alla propria famiglia di reagire qualora il prestatore ci riduca in servitù nel caso di un non pagamento. Il debitore porta su di sé una maledizione. Egli “vende la sua anima”. Il cumulo di capitale nel nucleo della cultura è un cumulo di debito, un cumulo di maledizioni, un cumulo di rappresentazioni di vittime potenziali.

Nella cultura ciascuno è paralizzato da questo cumulo di capitale. Quelli che non vi partecipano tendono ad essere privati dei mezzi di sussistenza; quelli che resistono spesso sono assassinati. [23] Molti di noi ripongono le loro speranze per il futuro nell’idea di una partecipazione al cumulo, e cresciamo i nostri figli e li educhiamo in modo che sia assicurata la loro posizione rispetto al cumulo. E’ il mondo reale; avervi parte significa vivere.

Questo cumulo non si può dire che abbia una sostanza. E’ un cumulo di debito, di contratti e obbligazioni a comprare e vendere merci. Questi debiti sono promesse di fornire al sistema forza vitale umana. La forza vitale è nella forma di merci che i lavoratori producono immettendo la forza vitale dentro di esse. Il cumulo è una sorta di buco nero, una Grande Negazione, che deve essere soddisfatta mediante l’assorbimento di vita umana. Il capitale è fatto della stessa materia dei feticci; è l’astratta entità sacra che attira a sé forza vitale umana, rappresentata nella forma di numeri e merci.[24]

Vi sono molte regole e tabù che riguardano il cumulo di capitale, ad es. su come condurre un’impresa commerciale, sui limiti dell’inganno, ecc., ma la regola suprema è questa: tutti i partecipanti debbono mettere nel cumulo più di quanto ne tolgono.

Nel processo di scambio può essere tratto dal cumulo un quantum di valore sacro, ma il risultato finale dello scambio dev’essere un netto guadagno in termini di accrescimento del cumulo. Così si può fare un investimento in una linea di produzione nell’isola di Haiti, ma alla fine la linea di produzione deve rendere al cumulo più di quanto ne ha tolto. Un lavoratore può ricevere un salario per il lavoro realizzato, ma il valore in quanto merce del prodotto del lavoro deve eccedere il salario pagato.

I RICCHI. Un individuo è in grado di apportare al cumulo solo un quantitativo limitato di forza vitale. Pertanto, se uno estrae dal cumulo un notevole ammontare di questa sacra sostanza, egli deve essere un agente che preleva una porzione di quanto moltissime altre persone hanno apportato col loro lavoro.

I POVERI. Quanto più lontano dal Centro uno si trova, tanto maggiore è la sua perdita netta di forza vitale. I poveri sono coloro che partecipano al sistema ricevendone meno forza vitale di quanta ne apportano. Essi sono una categoria di vittime sacrificali del sistema capitalistico sacro, perché sono i più portati a fare esperienza del proprio lavoro come forma di auto-sacrificio piuttosto che come forma di auto-donazione.

I NON PARTECIPI. Anche i non partecipi sono vittime sacrificali del sistema. Poiché non vi partecipano, essi non sono in grado di rivalersi nell’unico modo concesso dal sistema – mediante pretese sul debito. E’ per questo che essi attraggono fortemente l’interesse di coloro che partecipano al sistema, i quali sono costantemente alla ricerca di modi per contribuire maggiormente al sistema al fine di ricavarne di più. Popolazioni colonizzate, gruppi dissidenti che tentano di resistere al sistema, e l’ambiente, in quanto non partecipi, vengono forzati ad entrare nel sistema, o annientati.

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note
22. Buchan, James. 1997. Frozen Desire: The Meaning of Money. Farrar, Straus, Giraux. P. 80.
23. La letteratura è troppo vasta perché sia possibile citarla. Esempi storici di questo fenomeno sono l’assassinio di Allende e dei suoi seguaci dopo la nazionalizzazione dell’industria di proprietà nordamericana; l’assassinio di Jacobo Arbenz in Guatemala dopo che aveva fatto la stessa cosa; gli assassinii di nicaraguensi da parte di contras sostenuti dagli U.S.A. dopo la rivoluzione in Nicaragua. Altri esempi sono facili da trovare: il Vietnam; i movimenti dei lavoratori in Indonesia negli anni Sessanta; gli omicidii di leader operai in Honduras negli anni Ottanta, ecc.. Sarebbe monotono se non fosse così mostruoso.
24. Mauss mostra bene come il feticismo delle merci tenda a far crescere il cumulo. “Ogni pezzo di rame importante nelle famiglie dei capiclan ha il proprio nome, la sua individualità, il suo valore, nel senso pieno del termine – magico, economico, permanente e perpetuo… In aggiunta, essi hanno un potere di attrazione che è avvertito da altri oggetti di rame, così come la ricchezza attrae la ricchezza, o le dignità portano di conseguenza onori… Tra i Kwakiutl uno di essi è chiamato quello che attira gli oggetti di rame, e la storia narra come gli oggetti di rame gli si raggruppano intorno”(P.45)

grazie a Fabio Brotto per la traduzione e pubblicazione