Veniamo alle questione europea, argomento rilevante allo stato dei fatti, e vi spiegherò perché oggi è meglio per voi  rimanere nel Marco tedesco.  I Greci -ed anche gli Italiani- lo sentono, magari senza sapere il perchè, e non si sono fatti illusioni.

Per iniziare direi che le notizie, anche quando si tratta del “dark gossip” complottista, o quelle che si leggono comodamente sui giornali, vanno interpretate, senno rimangono cose note ma sconosciute

I discorsi che fa Blackjack QUI –che, ripeto, ho fatto a lungo su quello stesso blog un paio di anni fa-  erano validi solo fino a ieri. Se si arriva sempre in ritardo si vedrà solo il culo della storia. Ma almeno il sospetto che la tesi della Spectre della Finanza transnazionale, che oramai sanno anche i bambini, non sia tutta la storia non vi viene? Ma solo per il fatto che la raccontano anche in TV….

Un breve excursus storico: perché l’Europa?

 Lasciamo da parte le anime belle che si cullano con il sogno dell’ Europa di Spinelli  e iniziamo a vedere che all’interno del Patto Atlantico, attorno agli anni 60, ci si iniziò a chiedere come mettere il guinzaglio alla locomotiva tedesca che, ripartita da zero nel ’45, già dava segni –in maniera preoccupante- di aver riallacciato il casco per proiettarsi di nuovo alla ribalta internazionale come potenza sistemica, questa volta nella competizione capitalistica. C’è De Gaulle che vorrebbe usare la potenza economica tedesca per alimentare i propri sogni di grandezza e di vera autonomia dalla Nato, per tutti gli stati nazionali europei invece c’è il bisogno di uno spazio geo-politico omogeneo in grado di competere con USA e URSS e con le altre, allora potenziali, grandi potenze (Cina). Quindi una accozzaglia di interessi nazionali, in primis, e sovranazionali sostengono il progetto europeo, a cui ogni nazione aderisce in maniera proporzionale al guadagno che vi intravede. Ma come prima ragione vi è un conflitto interno all’ alleanza imperialistica che gravita attorno agli Stati Uniti: l’esigenza di controllo della capacità di produzione -e conseguente espansione- tedesca.

Quello che dicevo sopra è ritornato prepotentemente alla memoria giusto pochi giorni fa quando ho sentito Obama dichiarava che “ è il rigore tedesco che sta frenando la nostra ripresa”. Il perché è chiaro: la Merkel sta impedendo agli stati europei –Francia inclusa -di indebitarsi ulteriormente per comperare merci americane, oltre che tedesche.

Ma  i nostri efficienti crucchi stano dirottando le vendite sempre di più verso la Cina, pensando così di ricompensare quei 100 miliardi di esportazioni verso il Sud   Europa che andranno scemando. Credo che questo basti a spiegare la posizione defilata che la Germania assume rispetto a tutte le operazioni Nato fuori dall’Europa:  loro con l’ estremo oriente dell’eurasia vogliono fare affari, mica giocare ai cow-boys.

C’è poco da fare: Italia e Francia (ma anche il Regno Unito, sebbene sia il 51° stato della federazione americana) hanno perso la competizione intra-europea, il risultato non può che essere che la potenza tedesca si espanda in maniera egemonica politicamente e commercialmente in un piccolo continente dove la Germania è piazzata nel mezzo, è il paese più grosso e popoloso e  nell’ultimo secolo e mezzo ha considerato, a ragione – la ragione che va per la maggiore: quella del più forte- il proprio naturale bacino di espansione.

Il punto è che le stesse Francia e Italia  vorrebbero che il capitale tedesco garantisse questi nuovi prestiti con gli euro bond  ma senza concedere una convergenza politica e fiscale che l’egemonia tedesca non solo richiede, ma pretende. La qualità della nostra spesa è, dal punto di vista produttivo,  assolutamente scadente, perché  alimenta parassitismi e ceti improduttivi bulimici e la società tedesca non ha nessuna voglia di impegnare i propri capitali in una operazione fallimentare e di annacquarne la concentrazione. Lo dico a chi ancora si appella al presunto sogno europeo dico: si è mai visto, nella conflittualità sistemica capitalista, questo tipo di solidarietà?

Ora veniamo a chi come voi invece punta sull’orgoglio nazionale:  in Italia non c’è mai stata una classe dirigente capace di corrispondere sia pur minimamente all’esuberanza e la mutevolezza del movimento capitalistico e se, in alcuni momenti del dopoguerra, è andata bene, c’erano motivi congiunturali e non certo di qualità di guida politica. Voi oggi la vedete una classe dirigente autoctona italiana in grado di portare l’Italia, in splendido isolamento per di più, all’interno della competizione mondiale? Ma neanche per idea! Nessuno di voi ha saputo leggere adeguatamente le lacrime di Monti: Confindustria ha detto chiaramente  che preferisce andare avanti con il “modello italiano” (ah!) di capitalismo.

Se volete (a seconda delle sensibilità) il welfare, la scuola pubblica, l’assistenza  per gli immigrati ecc oppure  la burocrazia che funziona, la meritocrazia, la libera impresa non tarata dalle corporazioni o dai soliti ammanicati, la riduzione delle tasse ecc  dovete avere un capitalismo che funziona, che accumula, che fa affari, che vende merci, che non mantiene moltitudini senza arte né parte!!

Altrimenti il welfare sarà a debito e “nessun pasto nel capitalismo è gratis” per sempre. Sennò avrete la solita struttura economica imputridita dal familismo, dalle clientele, dal freno parassitario della burocrazia. Per questo è molto più razionale che voi guardiate non all’Europa ma Berlino e ai suoi dictat con molta più attenzione. Può non essere tanto onorevole, ma ne godranno i figli.

In questo quadro l’ipotesi, che qualcuno irrideva, di una Germania che esce lei dall’euro non è affatto campata in aria, cosciente come è della natura dell’Unione Europea, ed è certo che i conti, soprattutto a lungo termine, li sta già facendo.

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