Le banche non vivono un momento facile, pressate come sono dalla sfiducia degli investitori e da una crisi di credibilità presso i loro stessi clienti. Ma anche i banchieri ci mettono del loro. In questo non sono poi così diversi dai politici. Solo a una casta che si pensa al di sopra di tutto, persino del buon senso, può venire in mente di farsi rappresentare da uno che – per sua stessa, esplicita e recente ammissione – ha esercitato la professione di banchiere senza che fosse il suo mestiere.  

Giuseppe Mussari, 50 anni, avvocato nato a Catanzaro, è l’attuale presidente dell’Abi, la lobby bancaria nazionale, in predicato per il secondo mandato. Fino a poche settimane fa è stato anche il presidente di Banca Monte dei Paschi di Siena. Commentando la sua imminente uscita dall’istituto senese, si era espresso così: «Questo non è il mio lavoro, e non voglio confonderlo con la professione: tornerò a fare l’avvocato, che poi è quello che so fare». Fare il banchiere non era roba sua, dunque. Nella città del Palio, dove era arrivato per studiare giurisprudenza, è diventato però un’«eccellenza», racconta un video celebrativo che vale la pena di vedere. Per quali vie?

Grazie alle amicizie e i legami nel Pci-Pds-Ds-Pd – in particolare con l’attuale sindaco di Siena Franco Cecuzzi, con Franco Bassanini, Rosi Bindi, Luigi Berlinguer fino a Giuliano Amato – Mussari ha trovato l’America a Siena. A soli 38 anni è stato nominato presidente della Fondazione Mps, l’ente che controlla la banca, a 43 anni presidente della Banca Mps, nel 2010 è stato eletto presidente dell’Abi, grazie al sostegno di Corrado Passera (oggi ministro, allora amministratore delegato di Intesa Sanpaolo) e di Alessandro Profumo (allora a Unicredit, oggi successore di Mussari, oltre che uno fra gli 80 soci de Linkiesta). Nessuna obiezione sui requisiti tecnico-professionali del non-banchiere è stata mai sollevata dalla Banca d’Italia di Mario Draghi. Le premesse erano dunque perfette perché accadesse l’irreparabile. 

Ci sono voluti cinque secoli per costruire quella fortuna che per i senesi è stato il Monte dei Paschi di Siena, e meno di cinque anni sono bastati a Giuseppe Mussari e a Gabriello Mancini, presidente della Fondazione Mps, per fare evaporare in Borsa lo storico tesoretto della città del Palio. Sono stati bruciati oltre 4 miliardi di euro di patrimonio della fondazione. Fatale è stata l’acquisizione di Antonveneta per la somma spropositata di 10 miliardi. Su questa operazione sta indagando, per presunti reati di aggiotaggio e ostacolo agli organi di vigilanza, la Procura di Siena: a distanza di quattro anni dai fatti. Sulla cifra pagata viene ipotizzata, ha scritto La Stampa, «una truffa, estero su estero, che vale all’incirca 1,2-1,5 miliardi». Non si capisce, nemmeno, che cosa abbia voluto significare il ministro Passera quando, rispondendo a Otto e mezzo a una domanda sulle perquisizioni in casa Mussari, ha detto «Spero non trovino niente…». 

Fino all’altro ieri la riconferma del non-banchiere alla presidenza dell’Abi era data per ovvia: evidentemente, il fatto che abbia condotto Mps nello stato in cui è, non è ritenuto significativo per l’immagine della categoria. Con il blitz della Guardia di Finanza di mercoledì 9 maggio, invece, gli umori stanno cambiando. Prossima settimana potrebbe essere chiesto a Mussari di farsi da parte, anche se per ora non risulta indagato. Conclusione: avere affossato una banca non costituisce ostacolo per la presidenza dell’Abi, ci voleva, invece, l’eco delle sirene spiegate per riportare un po’ di lucidità nei corridoi dei signori del denaro. Ma se davvero il giudizio di merito su un (non) banchiere non conta nulla, perché allora non si tengono Mussari fino quando non ci sarà un verdetto definitivo sulla vicenda? Suvvia, cari banchieri, abbiate un sussulto di credibilità.

Lorenzo Dilena per il sito Linkiesta

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