capelvenere fonte dell'olmo

Si sono visti gli inesistenti in tv, erano gli operai dell’ Ilva che gridavano ” La fabbrica è nostra – e non si tocca” perchè un giudice avrebbe voluto sequestrare la fabbrica, senza peraltro poterlo fare davvero, perchè venefica per cittadini e ambiente, favorendo così la concorrenza di francesi e tedeschi (l’attenzione al sistema-paese è massima!). C’era anche chi spiegava che esiste il diritto dell operaio a lavorare (ad adattarsi ad un lavoro schiavistico nel concetto e primaria fonte di riproduzione di quella stessa prassi che lo avvelena quotidianamente nello spirito e nel corpo da decenni -vedi processo ai dirigenti  Italsider, quella a capitale pubblico) e il diritto del cittadino a godere di ottima salute. Lasciando da parte queste ultime considerazioni -che riproposte dopo tanti anni sono una acclarata mantellina alle menzogne- mi pare evidente che di diritto, qui, ce ne è uno solo, ed è quello del profitto che detta ( anzi: genera) le regole a tutti gli altri diritti. La magistratura, con la sua azione,  rinfocola solo la forza degli interessi generali della borghesia, a volte a scapito di qualche interesse particolare, ma è certo che nessuno alla fine spegnerà gli altiforni. Il ” grande ricatto” , come scrive l’editoriale progressista, tra lavoro e ambiente non esiste, esiste la stringente subordinazione di ogni cosa ad una prassi che si riproduce -creando ricchezza e società, in questo è imbattibile- adattando lavoratori e ambiente alle proprie esigenze.

Ma l’ inesitenza, la condizione di massima alienazione, può diventare oggi forza  politica ? Non so, ma l’ inesistente potrebbe oggi essere la soggettività politica che immetta quell’energia che manca ai movimenti che durano meno di un battito di ciglia, che concentri la forza sociale, che formi la classe autonoma che riapra dialettica e prospettiva storica. Mancano però, rispetto al proletariato storico, i secoli di elaborazione nel buio e nel silenzio dell’esilio sociale. Forse la storia non s’ha da ripetersi.

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Diremo semplicemente che il rapporto tra l’essere e l’esserci, ossia il rapporto tra molteplicità e iscrizione mondana, è un rapporto trascendentale. Esso consiste nel fatto che ad ogni molteplicità nel mondo venga assegnato un grado di esistenza, un grado di apparizione. Il fatto di esistere, in quanto apparizione in un mondo determinato, si associa inevitabilmente ad un certo grado di apparizione, a una intensità di apparizione, che può anche essere chiamata intensità di esistenza.

Una molteplicità può apparire in diversi mondi. Il suo essere-uno può esistere in molti modi. Noi ammettiamo il principio dell’ ubiquità dell’ essere, per quanto esista. Una molteplicità può dunque apparire o esistere, è la stessa cosa, in svariati mondi differenziati, ma di regola essa esiste in questi mondi con dei  differenti gradi di intensità.

Una molteplicità appare intensamente in un mondo, debolmente in un altro, molto debolmente in un terzo, con una intensità straordinaria in un quarto. Esistenzialmente noi conosciamo perfettamente questa circolazione nei diversi mondi, dove ci iscriviamo con intensità differenziate. Ciò che noi chiamiamo “la vita” o “la nostra vita”, è spesso il passaggio da un mondo dove noi appariamo con un grado di esistenza debole a un mondo dove tale grado di esistenza è più intenso. E’ questo momento di vita, un’ esperienza vitale.

Data una molteplicità che appare in un mondo, dati gli elementi di questa molteplicità che appaiono con essa -il che significa che la totalità di ciò che la costituisce appare in questo mondo-, esiste sempre una componente di questa molteplicità la cui apparizione si misura attraverso il grado più debole.

E’ questo un punto di estrema importanza. Una molteplicità appare in un mondo, la relazione trascendentale conferisce agli elementi di questa molteplicità dei gradi di apparizione, dei gradi di esistenza. E si riscontra che esiste sempre almeno uno di questi elementi -in realtà ne esiste solo uno- che appare con il grado di apparizione più debole, cioè che possiede un’esistenza minimale.

Potete ben comprendere che esistere in misura minimale all’ interno del trascendentale di un mondo è come non esistervi affatto. Dal punto di vista del mondo, se esistete il meno possbile è come non esistere. Se aveste un occhio divino con cui guardare il mondo dall’esterno, potreste eventualmente comparare le esistenze minime. Ma voi siete nel mondo, è per tale motivo che chiamiamo l’esistenza minimale  ” l’inesistente “.

Dunque, data una molteplicità che appare nel mondo, c’è sempre un elemento di questa molteplicità che è un inesistente di questo mondo. L’ inesistente proprio di questa molteplicità relativamente a questo mondo. L’inesistente non ha una caratterizzazione ontologica, ma unicamente una caratterizzazione esistenziale: è un grado minimale di esistenza in un mondo determinato.

Nell’analisi che Marx fa delle società borghesi o capitalistiche, il proletariato è propriamente l’inesistente caratteristico delle molteplicità politiche. E’  ” ciò che non esiste “. Il che non vuol dire affatto che non abbia essere. Marx non pensa nemmeno per un istante che il proletariato non abbia essere, poichè, al contrario, scriverà volume dopo volume, per spiegare ciò che è.

L’essere sociale ed economico del proletariato è indiscutibile. Ciò che è in dubbio, ciò che è sempre stato in dubbio e che oggi lo è più che mai, è la sua esistenza politica. Il proletariato è ciò che è interamente sottratto alla sfera della presentazione politica.  La molteplicità che esso è può essere analizzata, ma, se ci si riferisce alle regole di apparizione del mondo politico, non vi appare. Vi è , ma con un grado di apparizione minimale, vale a dire con un grado di apparizione pari a zero.

E’ evidentemente ciò che canta l’ Internazionale: “Non siamo niente, saremo tutto!”. Che cosa vuol dire “non siamo niente” ? Coloro che proclamano “non siamo niente” non stanno affermando il loro niente. Essi affermano semplicemente che non sono  niente nel mondo tale qual è, quando si tratta di apparire politicamente. Dal punto di vista del loro apparire politico, non sono niente. E il divenire “tutto”  presuppone il cambiamento del mondo, ovvero il cambiamento del trascendentale.

Bisogna che il trascendentale cambi affinchè l’assegnazione dell’esistenza, dunque l’inesistente, il punto di non-apparire di una molteplicità all’interno di un mondo, cambi a sua volta.