spighe s donato (5)Nel mio intervento, alla luce di quanto ho recentemente scritto in “Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo”  (Bompiani, Milano 2012), ho provato anzitutto a mostrare la necessità di un’interrogazione filosofica che assuma il capitalismo come proprio oggetto d’indagine: questo in coerenza non solo con il compito assegnato da Hegel alla filosofia – la comprensione del proprio tempo nel pensiero –, ma anche con la tesi già chiaramente formulata da Marx, e poi al centro delle riflessioni della Scuola di Francoforte, secondo cui il capitalismo, lungi dall’essere una pura questione economica, è una totalità espressiva che, nella sua riproduzione, va a investire l’interezza dell’esistenza umana e delle sue determinazioni operative e “sovrastrutturali”, reali e simboliche.

L’odierna feticizzazione del mercato in una forma monoteistica – in cui la volontà imperscrutabile del Dio trascendente viene sostituita da quella dei mercati ipostatizzati – si regge su un principio metafisico facilmente identificabile: il principio dell’illimitatezza, il “cattivo infinito” dell’accumulo illimitato di ricchezza e di profitto, della smisurata produzione e circolazione di merci. Il capitalismo, dunque, come rove-sciamento del limite e della finitezza su cui si fondava il mondo della saggezza greca (“la misura è la cosa migliore”, “nulla di troppo”, ecc.) e che, per ciò stesso, costituisce il punto di massima alienazione dell’uomo rispetto alle proprie potenzialità ontologiche. Il mondo greco può essere assunto come il paradigma della metafisica della “giusta misura” (métron) in ogni sua determinazione, dall’ontologia allo spazio socio-politico, dall’etica all’estetica, configurandosi pertanto come una prima, sia pur limitata, forma di realizzazione delle potenzialità ontologiche dell’uomo anche se in assenza dell’universalizzazione reale (in forza, appunto, del concetto “elitario” di uomo presso i Greci, tale da escludere donne, bambini, stranieri, ecc.).

Nella forma dell’odierno fanatismo dell’economia – teologia della disuguaglianza sociale –, il capitalismo continua a essere “contraddizione in processo” (Marx, Grundrisse): esso persegue la logica illogica dell’illimitatezza e, insieme, porta il pianeta e la vita umana verso l’estinzione; produce beni e ricchezze illimitati e, insieme, li nega co-stantemente per una parte dell’umanità. Il movimento di riproduzione del capitale è un’impossibilità costantemente differita, che pone in essere una contraddizione tra l’umanità e le proprie potenzialità ontologiche: contraddizione che emerge nitidamente se solo si presta attenzione, in modo serio e spregiudicato, allo scandalo della mercificazione umana che innerva il modo capitalistico di produzione. In balia di una reificazione universale, esso si fonda sull’esistenza di una merce particolare (la “forza-lavoro” umana, comprata e venduta) che non solo produce un valore maggiore rispetto a quello che incorpora in consumo di merci e servizi di sussistenza e di riproduzione, ma che è “scandalo e follia” in senso filosofico, poiché non sarebbe conforme alla natura umana l’essere mercificata e scambiata sul mercato.

È alla luce di queste considerazioni che ho tentato di articolare, nel mio intervento, lo schema dialettico – la periodizzazione filosofica – del capitalismo su cui è costruito il mio lavoro Minima mercatalia, nel suo richiamo costante al modello delineato da Costanzo Preve nella sua Storia dell’etica (Petite Plaisance, Pistoia 2007). La periodizzazione proposta è scandita in tre figure fenomenologiche, di ordine logico e insieme storico, e più precisamente tali da costituire il compimento di una precisa logica attraverso un processo temporale che porta, in via mediata, alla corrispondenza del capitale con il proprio concetto.

Si tratta di tre fasi dialettiche che possono essere presentate nei termini di una tesi, di un’antitesi e di una sintesi. Le tre fasi delineate implicano un movimento dialettico di assolutizzazione del Capitale che sembra oggi giunto a compimento: nella prima fase (tetico-astratta), si ha una dinamica di autoposizionamento (“autoctisi”) dell’Assoluto-Capitale ancora sottoposto a limitazioni esterne (le non ancora scomparse forme precapitalistiche della produzione). Con la seconda fase (antitetico-dialettica), si verifica un movimento di concretizzazione dell’Assoluto-Capitale che ha superato le limitazioni esterne, ma che si trova a fronteggiarne di interne (la coppia dicotomico-conflittuale di Borghesia e Proletariato). Con la terza fase (sintetico-speculativa), si attua il completamento della concretizzazione dell’Assoluto-Capitale, che supera gradualmente le limitazioni sia esterne, sia interne e si impone come assoluto e totalitario, come Totalità realizzata che deve promuovere ideologicamente la fine della storia, l’esaurimento delle utopie, la consumazione delle “grandi narrazioni”, la “morte della filosofia”: l’assolutizzazione del capitale trova la sua massima espressione nel concetto apparentemente anodino di “globalizzazione”, che allude – in modo sia descrittivo, sia prescrittivo – alla costituzione di un mondo liscio, unificato dal “sensibilmente sovrasensibile” della forma merce. Il capitalismo diventa “speculativo”, giacché, nell’“orizzonte unico” della merce, esso vede ormai se stesso riflesso in ogni determina-zione del reale. Ogni cellula della realtà è stata colonizzata dall’illimitata mercantilizza-zione posta in essere dal fondamentalismo economico e dalla dittatura silenziosa dei mercati.

Dopo aver negato la metafisica greca del limite e aver portato a compimento la “cattiva universalizzazione” della globalizzazione come generalizzazione degli egoismi su scala planetaria, il capitalismo ha posto le basi per l’universalizzazione reale, ossia per quella realizzazione dell’unitarietà del genere umano che corrisponde a una “genericità che non dia più luogo a nessuna estraniazione” (Lukács) e che renda possibile la corrispondenza dell’umanità con le proprie potenzialità ontologiche. Consiste in questo il compito del genere umano per il futuro.

Come sapeva Brecht, è la semplicità che è difficile a farsi. Perché questa semplicità passi dalla potenza all’atto, occorre riattivare la costellazione concettuale composta dalla prassi trasformatrice, dalla categoria di pos-sibilità e dal futuro come luogo colonizzabile con progetti di emancipazione: fondandosi sul “poter-essere”, e dunque spezzando la mistica della necessità a cui ci inchioda la civiltà dei consumi globale (il capitalismo, infatti, non pretende di essere perfetto, ma fatale e intrascendibile), la prassi trasformatrice può riprogrammare la sintassi dell’esistente, rigettando integralmente l’odierna “epoca della compiuta peccaminosità” (Fichte) e operando attivamente in vista di un futuro migliore, che renda possibile il di-venir-uomo-dell’-uomo.

 

 

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