Da “Postmodernismo” di Fredric Jameson

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“Delle cose pre-politiche” vuole essere un breve excursus antropologico nato da una rapida discussione avuta QUI (e proseguita nei loro post seguenti) con alcuni blogger di tendenza sovranista che davano per acquisiti e naturali (pre-politici appunto) i termini di “patria” e di “popolo”. A me invece pare che questi termini siano influenzatissimi dall’ economia politica, difficile intenderli come un intero non interessato dalla divisione in classi, al di fuori del processo storico, in quanto definisco la politica come la superficie della storia. Ma poichè guardo a queste determinazioni storiche, come ad ogni fenomeno della pseudoconcretezza, come eventi che contengono un doppio senso, una contraddizione e una opposizione, dovrebbe risultare che la definizione migliore è “metapolitici”, “metastorici”,  senza rimandi  ad un tempo passato in cui il “popolo” era un solo sangue, la “patria” era sovrana, ma ad una sintesi di particolare e di universale mai, mai, avvenuta stabilmente e ancora tutta da inventare. Tra queste categorie metastoriche sono particolarmente interessato al particolare-universale (ricordate la torre di Babele?) del linguaggio e del suo pre-figurare l’immagine del mondo, un pre-figurare che ritengo a pieno titolo un fare pratico e immanente. Il linguaggio -che è sempre un linguaggio particolare- mi dà la possibilità di accostare i concetti di patria e popolo dal punto di vista della comunità linguistica, non più, non solo, dal suo discendere etnico e o  proprietario.

Il primo articolo , purtroppo poco letto e per nulla commentato, è di impostazione progressista: come se i linguaggi non fossero necessariamente  interessati al movimento globale degli scambi commerciali e si potessero preservare (senza annullare l’ opposizione) a priori come atto culturale, magari come difesa di una identità nazionale. Non va, così non ci può essere efficacia, all’universalismo astratto -e per questo terribilmente empirico- della forma merce non si possono contrapporre corrispondenti astrattezze di principio -come la diversità nell’uguaglianza, la multiculturalità, l’arricchimento reciproco  ecc- ma il lavoro (produzione di linguaggio) sociale che ha ripreso nelle mani  i propri frutti.  Rimane invece intatto l’ esprimersi nel linguaggio dell’evento uomo, totalmente all’interno della  gestazione storica.

Il secondo articolo complica parecchio la faccenda, perchè andiamo agli albori della costituzione della comunità, che potrebbe così apparire fin dalla sua genesi una oppressiva degradazione della stessa sintesi sociale. Sono abbastanza vecchio da non pormi più il problema nei termini se è nato prima l’ uovo o la gallina: quello che interessa interamente è il loro rapporto dialettico e alienato, interessa per l’appunto come genera  “l’ordine sociale (che) assume le sembianze di una macchina simbolica”- e non solo.

Qui, in questo post, Jameson mette i piedi  nel piatto della post modernità, affrontando la perdita di significato del linguaggio come un processo storico specifico.

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C’era una volta, agli albori del capitalismo e della società borghese, una cosa di nome segno, che sembrava intrattenere rapporti senza problemi con il proprio referente. Questo iniziale rigoglio del segno – il momento del linguaggio letterale o referenziale, o delle perentorie affermazioni del cosiddetto discorso scientifico – fu il frutto della dissoluzione corrosiva delle vecchie forme del linguaggio magico da parte di una forza che chiamerò reificazione, contraddistinta da una logica di implacabile separazione e disgiunzione, di specializzazione e razionalizzazione, di divisione tayloristica del lavoro in tutti gli ambiti.

 Purtroppo quella forza – la quale pose in essere il referente tradizionale – perdurò senza tregua, essendo la logica profonda dello stesso capitalismo. Perciò questo primo momento di decodifica o di realismo non può durare a lungo; grazie a un rovesciamento dialettico diviene a sua volta l’oggetto della forza corrosiva della reificazione, che irrompe nell’ambito del linguaggio per separare il segno dal referente. Tale disgiunzione non abolisce completamente il referente, il mondo oggettuale, la realtà, che continuano a condurre una debole esistenza all’orizzonte, come una stella contratta o una nana rossa.

 Tuttavia la grande distanza dal segno consente ormai a quest’ultimo di dare inizio a un momento di autonomia, di esistenza utopica relativamente libera, in confronto a quella dei suoi ex oggetti. Questa autonomia della cultura, questa semiautonomia del linguaggio, rappresenta il momento del modernismo, e di un ambito dell’estetico che raddoppia il mondo senza esserne completamente parte; conquista così un certo potere negativo o critico, ma anche una certa futilità oltremondana.

 Eppure la forza della reificazione, responsabile di questo nuovo momento, non si arresta lì: in un’altra fase, intensificata, in una sorte di rovesciamento della quantità in qualità, la reificazione penetra nel segno medesimo e separa il significante dal significato. Il referente e la realtà ora scompaiono del tutto, e persino il senso – il significato – si problematizza. Siamo rimasti con questo gioco di significanti puro e aleatorio che chiamiamo postmodernismo, i quale non produce più opere monumentali sul genere di quelle del modernismo, ma rimescola ininterrottamente i frammenti di testi preesistenti, i mattoncini della vecchia produzione socioculturale, nel quadro di un nuovo e intensificato bricolage. Metalibri che cannibalizzano altri libri, metatesti che raccolgono pezzi di altri testi: questa è la logica del postmodernismo in generale, che trova una delle sue forme più vigorose, originali e autentiche nella nuova arte del video sperimentale.

 

Fredric Jameson

 Postmodernismo, Fazi Editore, Roma 2007, pp. 109 – 110.

copiato da: Ipercritica.com

 

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