Pubblico di seguito un post pubblicato QUI  cui segue un mio lungo commento, che ripubblico solamente un poco integrato, corretto degli errori e migliorato nella costruzione delle frasi. Non per amore della polemica, ma per chiarire e rafforzare a me stesso quello che penso.

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La nuova fase cosiddetta postfordista a connotati finanziari porta al predominio di un ciclo fortemente speculativo, in cui il denaro investito si accresce senza passare attraverso alcun intermediario produttivo; in pratica non c’è trasformazione del capitale in mezzi di produzione, in produzione effettiva, prevalendo sempre più l’investimento finanziario rispetto a quello produttivo di gestione caratteristica, realizzando contesti di “bolla finanziaria” speculativa.

Localmente la finanziarizzazione si unisce ad un aggravio enorme della disuguaglianza nella distribuzione interna del reddito e della ricchezza realizzata, la quale si indirizza sempre meno al fattore lavoro (sotto forma di salario diretto, differito e indiretto), spostandosi verso il fattore capitale in forme di surplus finanziario, cioè come elemento predominante di remunerazione in forma di puro profitto finanziario. Conseguenza di questo fenomeno è il rischio di un arretramento delle democrazie in Occidente, una desocializzazione, una degenerazione della politica e un’omologazione alle logiche del profitto di tutto il sociale.

Luciano Vasapollo – “Trattato di economia applicata. Analisi critica della mondializzazione capitalista”, Jaca Book, 2006

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La finanziarizzazione a mio avviso è generata dal crescere del rapporto di composizione organica del capitale a favore dal capitale costante, cioè della necessità delle imprese di rinnovare e aumentare vorticosamente la dotazione scientifico-tecnologica per far fronte alla concorrenza, aumentando la produttività del lavoro ed esigendo una maggior redditività del sistema produttivo (cioè del sistema paese) complessivamente inteso. Servono tanti soldi da investire, magari per stringere un magro profitto in termini percentuali per la montagna di soldi investita (caduta del saggio di profitto).

In altri termini la finanziarizzazione viene spinta da:

1) la richiesta del sistema produttivo industriale di enormi prestiti da investire in macchinari (che, contrariamente a quello che si pensa, non producono plusvalore direttamente, ma lo producono in quanto aumentano la produttività del “capitale umano” – altrimenti detto capitale variabile)
2) dalla caduta del saggio di profitto dell’investimento industriale, per i motivi addetti sopra, che rende il percepire quote di rendita finanziaria più allettante in termini di guadagno.

E’ del tutto naturale, capitalisticamente parlando, che questo fa’ convergere nel ciclo D-D’ (denaro-denaro) masse enormi di capitali, non mi sogno affatto di negare che questa situazione non sfoci necessariamente in bolle speculative (dalla new economy alla cartolarizzazione dei mutui immobiliari, dal carry trade sul mercato delle valute ai CDS sui debiti sovrani), da cui si ha l’impressione ( e opportunisticamente nel breve è davvero così) che il ciclo D-D’ sia autonomo nella produzione di valore rispetto alla produzione primaria “di gestione caratteristica” (merci industriali ed agricole).

Ma la sfera finanziaria non è affatto in grado di autonomizzarsi, se consideriamo le cose su un periodo di tempo appena appena più lungo. La rendita finanziaria, complessivamente considerata e non osservata nel singolo strumento finanziario, dovrà tornare ad incrociare almeno in un punto della catena del valore il plus-valore industriale, almeno nei termini di attesa di generazione di plus-valore, pena la trasformazione della rendita stessa in una tesorizzazione di capitale, con interessi al di sotto dell’ inflazione. Come dicevo, alla lunga il lavoro morto, passato e già accumulato non può produrre valore senza l’apporto di fresco plusvalore primario, ovvero la creazione di nuove merci prima inesistenti

Quindi, in base a questo ragionamento, sottoscrivo il primo paragrafo del post come descrizione di una situazione transitoria e niente affatto come “fase post-fordista”, quindi di una situazione di più lungo respiro. Il termine post-fordista lo posso accettare solo dal punto di vista sociologico, come epoca in cui la classe operaia non riesce più a rappresentarsi come opposta e dialettica rispetto alla borghesia. Oppure nella sua accezione originaria, quando fu coniato nei primi anni ’80, per designare l’ingresso in fabbrica della robotizzazione e della qualità totale  (toyotismo) e della trasformazione della fabbrica in impresa,  in cui appunto componente finanziaria e produttiva sono integrate.

Peraltro Lenin, più di un secolo fa, quindi prima di qualsiasi post-fordismo,  aveva già individuato la finanziarizzazione come suprema fase capitalistica – ma non come prevalenza del D-D’, ma nel senso di imperialismo finanziario che esporta capitali e eventualmente impianta industrie (ciò che hanno fatto gli americani in particolare con la Cina per trent’anni) in aree a produzione a bassa intensità tecnologica. Ma questo non implica nessun post-fordismo, nel senso di superamento della “ontologica” estorsione di plus-tempo, plus-prodotto e plus-valore che si opera nelle fabbriche.

A mio parere, e contrariamente all’autore, non si esce affatto dalla teoria dal valore-lavoro, cosa a cui mi pare che il movimento di merce-denaro capitalistico agogni da sempre -come se avesse una sottile coscienza che quella ristrettissima base produtttiva sia il suo empirico (ma quanto ineffabile !) tallone d’Achille. Non si esce neppure dalla considerazione del capitalismo come unitario e potente fenomeno sociale, dove l’epifenomeno industria e l’epifenomeno finanza sono legati (e oggi lo sono più che mai) indissolubilmente, in cui l’uno è il rilancio dell’altro.

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Ma veniamo al secondo capoverso del post, dove si fanno considerazioni di natura politica, a mio avviso molto più superficiali del giudizio “tecnico-economico” esplicitato nella prima parte.

“Localmente la finanziarizzazione si unisce ad un aggravio enorme della disuguaglianza nella distribuzione interna del reddito e della ricchezza realizzata”.
Ora, presumo, quel “localmente la finanziarizzazione si unisce..” allude sia alla de-localizzazione delle industrie, intendendo sia che dove un operaio italiano perde il lavoro un operaio serbo acquista la capacità di accesso a beni che prima gli erano preclusi, sia che il padrone chiude la fabbrica, investe il capitale in futures e l’operaio rimane con il culo per terra e basta. E’ sicuramente così, ma non è affatto così in una considerazione storico-sociale della situazione. La distribuzione ineguale della ricchezza sociale alligna nel rapporto sociale che sta alla base del rapporto di lavoro salariato, non potrebbe essere altrimenti. La finanziarizzazione può accelerare la concentrazione di colossali capitali in poche mani, ma questa tendenza ha come fattore determinante la medesima conflittualità sistemica tra imprese (concorrenza) e tra stati (vedi guerra degli spread ed imperialismo): è sempre l’intero dell’ economia-politica che qui s’ affaccia.

“…la quale si indirizza sempre meno al fattore lavoro (sotto forma di salario diretto, differito e indiretto), spostandosi verso il fattore capitale in forme di surplus finanziario, cioè come elemento predominante di remunerazione in forma di puro profitto finanziario.”
Questo è il problema dei problemi, almeno ad occidente: la già menzionata caduta del saggio di profitto, la cui ricaduta si esplicita politicamente nei tagli allo stato sociale, al costo del lavoro, alle dimensioni della pubblica amministrazione, spending rewiew nella spesa pubblica, dismissioni, caccia al evasore fiscale o al politico troppo vistosamente magnone; ovviamente tutto questo è finalizzato in definitiva a ridurre le tasse alle imprese e a ricatturare capitali da investire in manifatture.

Il ruolo dello Stato nel rigenerare l’accumulazione capitalistica originaria e nel rimuovere gli ostacoli che si frappongo al ritorno dei profitti industriali è assolutamente centrale, e dubito che qualsiasi governo, seppur democraticamente eletto, potrebbe operare in altro senso, senza contestare radicalmente il modo di produzione (“conseguenza di questo fenomeno è il rischio di un arretramento delle democrazie in Occidente, una desocializzazione, una degenerazione della politica”). Non vorrei che qui l’autore smottasse in una considerazione a-storica della liberal-democrazia e della social-democrazia.

Quel “desocializzazione e degenerazione” dà ad intendere che “prima” ci fosse una socializzazione (dei profitti) e un controllo politico dell’economia. Certo che c’era! Ai bei tempi dello Stato in quanto stakeholder e investitore di prima istanza!

La cosa ha funzionato bene sino a quando la torta era a doppio strato, capitali pubblici e privati macinavano profitti, sono stati i trent’anni d’oro (1945-75). Poi le cose sono cambiate, i margini si sono assottigliati, la competitività internazionale si è fatta più forte, la densità tecnologica e la produttività richiesta al ciclo produttivo più alte (vedi Germania e Giappone più che Reagan e Thatcher). Ma la situazione politica italiana non si è saputa adeguare velocemente se non caricando  sulla cosa pubblica (crescita esponenziale del debito pubblico degli anni ’80) i costi non più sostenbili di una situazione impaludata. La nostra seconda bipolare (!) Repubblica pur privatizzando a tutto spiano e cedendo sovranità all’ Europa  nella sostanza non è riuscita a ridurre la spesa improduttiva (cioè sottratta all’ investimento) e ad andare incontro alle stringenti e mutevoli esigenze dell’ economia globalizzata, cioè un  tutti contro tutti  estremamente conflittuale.

Rapportando storicamente ieri e oggi, non ci cogliamo un rivoltamento dialettico e una contraddittoria continuità tra le due realtà? Non ci vediamo uno sviluppo di una nell’ altra? I linfonodi positivi non sono quelli? Socialmente, stavamo forse bene?

“…un’omologazione alle logiche del profitto di tutto il sociale.”. Quando si dice dulcis in fundo. A me pare che il territorio di caccia, anzi la riserva di caccia, caccia al profitto, del capitale sia naturalmente, immanentemente, tutto il sociale. Non mi sottraggo ad una valutazione storica di questo aspetto: lo svelarsi progressivo della sempre più scientifica sussunzione del reale sotto la logica del profitto, di ogni aspetto della vita sociale delle persone, fin nel loro intimo psicologico ed esistenziale, ma nego che vi fossero mai davvero spazi “lasciati” liberi, gli spazi liberi  sono solo ed unicamente gli spazi conquistati, dove si acquisisce non tanto spazio materiale bensì coscienza storica del libero agire.