La tensione sociale sta salendo, lo sciopero europeo di mercoledì, sebbene sia stata forse più una prova di debolezza (scarsissima l’ adesione in Germana) che di forza, lo testimonia. Dal mio ristrettissimo osservatorio direi che il clima sta cambiando. Forse gli eventi più indicativi sono 1) il chiaro disaccordo tra UE e FMI scoppiato martedì sulla Grecia 2) per l’Italia,  i contemporanei scontri fra polizia e operai del Sulcis in occasione della visita del ministro Passera.

Provo a riassumere la situazione della guerra in atto in Europa.

“Il nodo principale che martedì non si è riusciti a sciogliere riguarda le modalità di finanziamento dei due anni in più (dal 2014 al 2016) che l’Europa vuole concedere ad Atene per ridurre il rapporto deficit Pil sotto il 3% alla luce del peggioramento del quadro macro. Si stima un costo suppletivo di circa 32 miliardi di euro. (Websim)”. Tutto ciò, con sicuri costi ulteriori, rinvia di due anni (dal 2020 al 2022) anche l’altro target di bilanco imposto alla Grecia: i contenimento del deficit a 120% del PIL.

Lo scontro fra Christine Lagarde (che nell’occasione probabilmente parlava anche a nome della Francia di Hollande)  e Angela Merkel (tramite il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker) è scoppiato non proprio sull’ allungamento  delle due scadenze imposte ad Atene, ma sulla pretesa tedesca di avere l’ultima parola nel merito di dove andare a prendere  i 32 miliardi occorrenti – e soprattutto quelli che occorreranno, quando ormai è chiaro che il quadro macroeconomico greco, europeo e globale complessivo è destinato a peggiorare in maniera assai poco prevedibile; tutto ciò mantenendo al contempo esigibili  i crediti Target (700 miliardi) che la Germania vanta presso la BCE.

La critica dell’ FMI invece pare andare al cuore del problema: la Grecia non potrà ripagare, almeno in parte, il proprio debito, perche la sua economia è completamente devastata, e quindi è bene iniziare a prendere atto che “ci serve un’analisi di sostenibilità che stia in piedi”, ha detto la Lagarde con una certa irritazione.

Da questa situazione di conflittualità si è deciso di soprassedere e di rinviare una decisione al prossimo 20 novembre e di fare slittare la scadenza dei “T Bill” greci (5 miliardi) di venerdì 16 (ieri).

La mia testolina mi dice che in Germania si farà di tutto perchè i prossimi prestiti alla Grecia siano fatti direttamente dagli stati nazionali, ipotesi suffragata da più parti, premendo contemporaneamente sulla BCE perchè rassicuri che i crediti Target si possano trasformare all’occorrenza in beni in solido. Sarebbe la prospettiva del default controllato che così ritornerebbe in auge.

La Merkel, in attesa della scadenza della  primavera prossima, non vuole dire ai propri elettori che almeno parte dei propri soldi non torneranno indietro. Un indietro tutta rispetto alla penosa strategia fin qui adottata è, a questo punto, impensabile.

In aggiunta, altre nubi si addensano sulla situazione patrimoniale della finanza tedesca: “Quasi 200 miliardi di euro. È questa la cifra su cui ballano le banche di Germania. Si tratta dei non-performing loan, i prestiti non performanti, in costante crescita da 2008 a oggi. E nessuno ha fatto peggio di Berlino nell’eurozona. Le autorità tedesche di vigilanza finanziaria minimizzano…” (dal sito Linkiesta)