verentana montefiascone (1)

 Post di ieri preso dal blog Diciottobrumaio  che seguo da qualche tempo. Giustamente l’ autrice pone al centro della riflessione il concetto astratto che è la libertà borghese, derelazionata a priori e socializzata a posteriori come feticcio-merce, una libertà che è scelta tra le opzioni offerte dal dominio, tanto che Lenin si chiese: “Libertà per fare cosa?”. Io ho obbiettato che una frase (enfatizzata più avanti in corsivo) -delle più significative- contiene una dialettica che è difficile da governare, che necessita di essere precisata ad evitare di essere intesa come un ennesimo “ecce homo”, rimanendo nell’ ambito di un determinismo storico di matrice evoluzionista, fondamentalmente progressista, dietro cui si nasconde la tecnica del dominio: pensiero e prassi come calcolo.

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L’anelito alla libertà individuale intesa “in relazione d’interdipendenza con quella di tutti gli altri”, costituisce un principio fondamentale e un sentimento condiviso. Se poi si cita Bakunin, il principio è corroborato anche di utopia. Tuttavia non c’è un solo borghese che non sarebbe d’accordo, non tanto sul nome di Bakunin, ma sul principio e il sentimento in sé. Anzi, i borghesi affermano che tale situazione di sostanziale libertà, pur con tutti i limiti e difetti del caso, esiste già nei fatti nelle “democrazie” moderne.

Tuttavia le “idee”, per se stesse, e i buoni principi morali, non hanno mai trasformato l’uomo e tantomeno cambiato il mondo; l’abitudine delle idee e l’attitudine dei principi è quella di procedere al passo della necessità e spesso seguendo le trasformazioni sociali. La libertà, così come la democrazia (nozione di supporto), privata di una contestualizzazione storica e sociale ben definita, resta una parola abbastanza indeterminata, buona per un tema di scuola. Nondimeno, per noi comunisti, dopo il paleantropo e l’homo sapiens, l’obiettivo non può essere semplicemente l’aspirazione alla “libertà” se non come portato della realizzazione pratica e concreta dell’uomo collettivo, ossia dell’uomo comunista, ed è questo il solo modo che abbiamo per affacciarci finalmente alla storia, laddove l’irripetibilità dell’io diventi il luogo privilegiato dell’esistenza del noi.

È solo interiorizzandosi in ciascuna persona che i nuovi rapporti sociali di produzione (in gestazione, possibili, latenti), possono ambire di rimodellare in continuazione la struttura della coscienza alludendo a una trasformazione radicale dell’uomo sociale, collettivo, ricomposto nelle sue molteplici pratiche e dotato di una nuova spiritualità affrancata dalla superstizione religiosa. Naturalmente tutto questo non è gratis, non viene perché piace agli spiriti buoni. Questo progetto ha necessariamente bisogno di ridefinire la coscienza rivoluzionaria e la pratica della ribellione. Non sarà quindi declinando all’infinito la parola “libertà” o almanaccando sul tema della collettività astratta che gli uomini potranno inventare o ritrovare le inaspettate risorse della creatività, che potranno rimettere in gara l’intelligenza e la bellezza al posto del successo e della ricchezza. Ci sarà dunque bisogno di consapevolezza e di organizzazione della lotta senza escludere nulla.

Viceversa, non si supera l’attualità e l’illusione riformistica. L’ho già scritto innumerevoli volte ma giova ripeterlo: l’alternativa storica al capitalismo, è necessariamente, volent o nolent, il comunismo. Non può essere dato alcun significativo cambiamento in presenza di rapporti sociali di produzione capitalistici; all’uopo non bastano le vaghe idealità e quel pantano di genere robinsoniano, rousseauiano, evangelico, ecc..

Prendiamo la frase: “Attualmente il problema è collettivizzare il potere, dividerlo equamente, decentrarlo e far si che le sanzioni siano rieducative”. Attualmente? Il problema del potere e la sua gestione è vecchio come il cucco, più di Spartaco. E poi, che significa dividere equamente il potere? Di quale potere si parla, di quello politico o di quello economico? Forse il potere politico non è distribuito sulla base della rappresentanza democraticamente eletta? Se non fosse così, allora bastano delle riforme d’ordine elettorale o costituzionale. Il discorso ovviamente cambia per quanto riguarda il potere economico, ma allora s’è daccapo al punto di partenza.

E i diritti, su quale base concreta li determiniamo? Non basta dire “eguali possibilità per tutti” per mettere le cose a posto. Questo diritto è già sostanzialmente sancito in Costituzione – art. 3 – e sappiamo quanto è aleatorio. Un diritto uguale, lo sappiamo bene, può diventare un diritto disuguale per lavoro disuguale. Siamo perciò ancora sulla questione iniziale e non faremo un passo in avanti senza considerare la trasformazione dei rapporti sociali di produzione.

Ancora una nota, più in generale. Non basta dirsi anticapitalisti, perché tali si definiscono anche parecchi fascisti. Bisogna essere comunisti. E invece di filosofeggiare con Raul Vaneigem (il Trattato di saper vivere è un testo in uso anche in ambienti fascisti – difatti è pubblicato dalla Società editrice Barbarossa – , ciò non lo fa ovviamente un testo fascista, ma la cosa va segnalata tanto per dire della trasversalità di certi riferimenti), sarebbe più utile e produttivo leggere e rileggere Marx. Non è una lettura per il week-end o di una stagione, i suoi scritti non sono un romanzo sulle cattive abitudini del capitalismo e tantomeno un Baedeker per il comunismo, è lettura invece di una vita e merita di essere letto per ciò che c’è scritto e non per le leggende che se ne raccontano. Marx è un autore straordinariamente attuale, la sua opera il fondamento di ogni critica dei rapporti sociali di produzione capitalistici, una fonte inesauribile di esperienze e tesori di senso, perciò continuerà a essere un punto di riferimento imprescindibile per chi vuole capire il mondo per cambiarlo davvero.

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